licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

mercoledì, maggio 21, 2008

cartoline dalla tragedia greca, #4

Bene, parliamo di quel che ho fatto: ho ammazzato due poveri disgraziati per una motocicletta del valore, ecco, di qualche migliaio di dollari. Nello slang di Liberty City, ammazzare qualcuno si dice put him down o bang him. Ogni slang urbano ha, per l'attività di uccisione a sangue freddo (in genere commessa da malavitosi) una terminologia specifica: a Roma, per esempio, diciamo l'ho parcheggiato o gli ho stirato le zampe. Ma sta di fatto che, aldilà di come si voglia chiamare questa cosa, è un omicidio. Ovviamente io sono capacissimo di distinguere tra realtà e finzione, tra la Roma in cui vivo e il mondo di Liberty City, e nella vita reale non vado ad ammazzare gente col fucile a canne mozze, anche perché - e qui lo dico con un certo dispiacere, siccome le armi da fuoco mi garbano assai - non ne posseggo uno. Ma anche se ce l'avessi, non andrei in giro a sparare alla gente. Ho avuto armi da fuoco in casa per tutta la vita o quasi, e so come si tiene un fucile, una carabina o una pistola, in mano; sono in grado di sparare. Ma non vado in giro a farlo.

Ora dimentichiamo però, per un attimo, questa storia della motocicletta, dei due poveri cristi stirati, del fucile a canne mozze. No, non è ancora arrivato il momento in cui parlo di Montale, viene dopo. Per adesso prendiamo questa storia e mettiamola da parte, ci tornerà utile in seguito. Prendiamo invece il racconto di un altro fatto di sangue, stavolta antico e accaduto nel mondo reale: l'uccisione di Cicerone ad opera di sicari inviati da Antonio. Tutti dovreste sapere chi sono Cicerone e Antonio, e se non lo sapete ne avrete comunque sentito parlare a scuola (lo spero, almeno). Ora, la morte violenta di Cicerone è una morte interessante, perché si presta a diverse letture, a diverse metodologie di racconto: in effetti, è stata narrata molte volte da autori diversi e con toni molto diversi. Ad esempio, Plutarco nella Vita di Cicerone ne fa una narrazione molto asciutta, sobria; mentre invece Massimo Fini nel suo Catilina la racconta in termini patetici, mettendo in risalto la pochezza morale dell'ucciso, le sue indecisioni, i suoi malesseri anche squisitamente fisiologici. Tutto l'opposto di quello che fanno Carlo Fruttero e Franco Lucentini nel libro La morte di Cicerone, ove il tono del racconto è drammatico, teso, e si sente l'ammirazione degli autori per il defunto. Insomma, si può dire che è una storia raccontata molte volte, in salse differenti.

(continua)

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martedì, maggio 20, 2008

cartoline dalla tragedia greca, #3

Dicevo: che la tragedia greca sancisce l'inspiegabilità di quelli che ho chiamato "fatti del sangue e della psiche", la loro assoluta impenetrabilità, la mancanza di codici che ci consentano un tentativo di decifrazione. Aggiungo qui, anche in relazione ai commenti al post precedente: sancisce la mancanza di una possibilità di salvezza, se non per quella che l'uomo è capace di farsi da sé. Ma sto precorrendo i tempi: vedo di affrontare, anzitutto, il discorso della impenetrabilità dei fatti. Prendendo a esempio due cose apparentemente assai lontane tra loro: la poesia di Montale, e il videogioco Grand Theft Auto IV.

Cominciamo da Grand Theft Auto IV. In questo popolare videogioco, che io posseggo nella versione Xbox 360 e che sta rendendo insonni le mie notti, il giocatore prende le parti di un serbo, tale Niko Bellic, dotato di una impressionante faccia patibolare. Niko Bellic è arrivato a Liberty City (che poi sarebbe una versione riveduta e corretta di New York) sbarcando da una nave da carico, e dopo aver preso contatti con suo cugino Roman (che gestisce un servizio taxi unitamente a diverse altre attività poco pulite) si è messo in affari con lui. Questi affari, loschi anzichenò, includono (ma non si limitano a) traffico di stupefacenti, omicidi su commissione, furti e rapine, violenze ai danni di privati, truffe e via discorrendo, ma anzitutto: furto di automobili (sennò perché il gioco si chiamerebbe Grand Theft Auto?) e di altri mezzi su ruote. In particolare, ieri sera mi trovavo a eseguire alcuni furti di veicoli commissionati da Brucie, che sarebbe questo bel tomo qui. Uno di questi lavori prevedeva che rubassi una moto parcheggiata davanti a un garage, nel quartiere di Bohan (che sarebbe il Bronx). Purtroppo, la moto non stava lì da sola: appollaiato sopra il seggiolino c'era il legittimo proprietario che scambiava due chiacchiere con la sue ragazza. Ora, in Grand Theft Auto IV, se voi provate a fregare un mezzo da sotto il sedere del legittimo proprietario, quello se ne ha comprensibilmente a male: nel migliore dei casi tenta di menarvi, ma in un quartieraccio come Bohan può benissimo tirar fuori una pistola e spararvi senza pensarci due volte. Il che io non desideravo accadesse, anche solo per evitare di rovinarmi il costoso giubbotto antiproiettile da trecento dollari: che poi, in in Grand Theft Auto IV, i giubbotti una volta che sono stati sforacchiati non si rappezzano più, in pratica se incassate colpi nel giubbotto quello perde una parte della sua capacità di assorbimento danni, finché non diventa inutile, e ogni danno inflitto è irreparabile: per riportare al 100% la capacità di assorbire danni del giubbotto dovete comprarne uno nuovo. Il mio giubbotto era sano - appena acquistato -, e non avevo intenzione di rovinarmelo per una cosa banale come rubare una moto. Così ho fatto la cosa più sensata da farsi in quella situazione: mi sono avvicinato alla coppia, ho estratto rapidamente l'arma a corto raggio più devastante che c'è nel gioco (il fucile a canne mozze) e li ho freddati entrambi con due colpi in rapida successione. Poi ho inforcato la motocicletta e me ne sono andato.

(continua)

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lunedì, maggio 19, 2008

cartoline dalla tragedia greca, #2

Perché i fatti del sangue e della psiche dunque sarebbero così importanti? A chi interessano? Dov'è il loro potere di suggestione? Perché li temiamo?

Questa ultima, se ci pensate, è la domanda più importante di tutte. Nulla, come i fatti del sangue e della psiche produce in noi un sentimento di paura: a volte sotteso, altre volte più scoperto. L'omicidio, la violenza da stadio, lo stupro, ci fanno paura; la malattia e la morte ci fanno paura; la nascita perfino ci fa paura (poche civiltà come quella occidentale di oggidì hanno prodotto legioni di persone così spaventate dall'idea di avere figli). I meccanismi intimi della psiche ci fanno paura: abbiamo paura di dimenticare certe cose, e di ricordarne altre; abbiamo paura di diventare persone diverse da quelle che siamo, o di non poter più cambiare e perciò di restare, per sempre, quelli che siamo. Su queste paure costruiamo sovrastrutture mentali complesse e potenti, a cui attribuiamo il senso di realtà tangibili: le nostre paure ci sembrano, invariabilmente, vere. La paura di una minaccia forgia l'autenticità della minaccia aldilà di qualsiasi valutazione statistica, altrimenti non ci sarebbe tanta gente che ha paura dell'aereo e che poi non ha problemi ad andare in giro in macchina (per chi non lo sapesse, statisticamente l'aereo è un mezzo molto più sicuro). In verità ciò che ci terrorizza, nei fatti del sangue e della psiche, è la loro valenza ancestrale. Fin dagli albori della civiltà, l'umanità ha prodotto narrazioni che tentassero di conferire un senso condiviso a questi fatti: non a caso, nel racconto biblico, troviamo tali narrazioni proprio all'inizio. L'origine della stirpe umana, il legame tra uomo e donna, la perdita delle illusioni che viene con la conoscenza, il modo in cui gli uomini hanno cominciato ad ammazzarsi tra loro: i racconti della Genesi non fanno altro che tentare di dare un principio articolato, e perciò una spiegazione, ai fatti del sangue e della psiche. La tragedia greca, per contro, fa esattamente l'opposto: sancisce l'inspiegabilità di questi fatti, la loro assoluta impenetrabilità, la mancanza di codici che ci consentano un tentativo di decifrazione.

(continua)

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lunedì, maggio 12, 2008

cartoline dalla tragedia greca, #1

Tra un mese circa, se tutto va bene, mia moglie ed io partiremo per Siracusa, come da tradizione nostra, per assistere alla Trilogia dell'Orestea di Eschilo presso il Teatro Greco di laggiù. Tradizione nostra significa che noi abbiamo questa abitudine, nella stagione teatrale classica siracusana, di partire per la Sicilia con lo scopo preciso di assistere ai drammi antichi. Ovviamente c'è una ragione banale per questo: ovverosia, che i drammi antichi ci piacciono e il fatto di assistervi negli stessi luoghi ove furono rappresentati duemilacinquecento anni fa, quando furono scritti, è un fatto che ci suggestiona inevitabilmente. C'è un qualche cosa di eccitante, e insieme di misterioso, nel dato che le tragedie greche continuano ad essere rappresentate oggi, trattandosi di testi narrativi scritti così tanto tempo fa. Si percepisce, in quelle storie, una mescolanza di elementi viscerali e complessi: vi si raccontano i fatti del sangue e quelli della psiche.

Il sangue e la psiche: di cos'altro siamo fatti, e cos'altro c'è bisogno di conoscere? In quella straordinaria fucina di invenzioni narrative che è la serie tv del Dottor House, la perfetta sigla di testa ce lo fa capire in modo magistrale. Le immagini degli organi interni dell'uomo vengono squadernate come su un trattato di anatomia: il cuore, i visceri, il cervello. A queste immagini se ne sovrappongono, e alternano, altre: una veduta esterna dell'ospedale in cui House lavora; il medico e il suo team che avanzano in un corridoio; ma, soprattutto, due imbarcazioni che procedono pigramente nell'ansa di un fiume. Le nostre vene e arterie, e i nostri vasi sanguigni, intesi come luoghi del flusso: ciò che il medico fa, nell'atto di incontrare i nostri mali, è navigare in quei flussi, procedervi lentamente come le barche della sigla. House, più ancora che guarire, intende sviscerare le ragioni del male: solo così potrà sconfiggere la morte (suo obiettivo alto e ultimo: perché, come dice egli stesso a un paziente, "la morte fa schifo").

(continua)

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mercoledì, maggio 07, 2008

una sensazione calda e molto piacevole

Non so se vi capita mai, di riflettere sull'opinione che avevate di una certa cosa, e di pensare che magari era sbagliata. A me è capitato ieri, quando mi è scattato un cortocircuito mentale rileggiucchiando un po', a pezzi e bocconi, un romanzo che a me piace molto: Friday di Robert A. Heinlein (che, per quanto ne so, in Italia non si trova in libreria: con un po' di fortuna potete reperirlo sulle bancarelle, per due soldi, con il titolo Operazione domani). A me questo romanzo piace molto, per un sacco di motivi (tra l'altro, io sono uno sfegatato ammiratore di Robert A. Heinlein) ma il fatto di cui volevo parlarvi riguarda la protagonista, che si chiama Friday ed è un'agente supersegreta, superaddestrata, terribilmente forte, pericolosa e caruccia anzichenò (non so perché, ma io da quando ho visto Kill Bill me la immagino sempre con le fattezze di Uma Thurman). Il romanzo si svolge in un futuro un po' lontano (ma non tantissimo) ed è divertente oltreché pieno di invenzioni e trovate, buona parte delle quali affascinanti (e almeno un paio geniali). Sta di fatto che c'è una cosa sulla quale ho cambiato opinione, ovvero l'origine dell'atteggiamento di Friday, questa agente supersegreta tostissima, nei confronti di attività come i lavori casalinghi, l'allevamento di bambini, la cucina e il fare le coccole al gatto di casa. Ebbene Friday, che per il resto è - come ho detto - una agente supersegreta tostissima, non appena ne ha l'occasione torna in famiglia (che è una famiglia un po' complicata perché si tratta di un matrimonio multiplo, leggete il libro e capirete); torna in famiglia, dicevo, e non vede l'ora di dedicarsi a queste cose e altre (cucinare per tutti, cambiare pannolini, cantare ninnenanne, fare shopping, fare la spesa, fare le coccole al gatto). Il motivo per cui tutto questo le piace tanto lo dice lei stessa, a un certo punto: "Avevo pagato per il felice privilegio di appartenere. A una famiglia: specialmente per la delizia domestica di cambiare pannolini bagnati e lavare piatti e carezzare cuccioli. [...] Avevo cercato di amarli tutti finché la storia di Ellen non aveva rischiarato gli angoli sporchi". Ebbene, la cosa buffa è che fino a qualche tempo fa il mio ragionamento su queste passioni proibite di Friday era banalotto anzichenò. Ovvero mi dicevo: "D'accordo, ma alla fine dei conti è naturale che Friday la pensi così, perché è una donna".
Dopodiché, leggendo
questo post di Nicola ieri, poi mi son reso conto che, dopo aver letto il post, stavo leggiucchiando di nuovo a pezzi e bocconi il romanzo, e quando si arrivava ai pezzi in cui Friday fa a più riprese l'esaltazione della vita da casalinga, mi son reso conto che il mio modo di vedere la faccenda era cambiato. Non pensavo più che Friday apprezzasse certe attività perché, in fin dei conti, era pur sempre una donna malgrado il suo mestiere di agente supersegreto: ma mi rendevo finalmente conto che le apprezzava perché, come dice lei stessa, le davano la sensazione di appartenere. E fino a quel momento non me n'ero accorto, nonostante Heinlein scriva questa cosa nel romanzo a più riprese, e addirittura la sbatta proprio in faccia al lettore, quando alla fine del libro Friday molla la sua vita di agente segreta e si mette a condurre, definitivamente una esistenza assai meno pericolosa. Ed è anche un brano secondo me molto bello, nella sua semplicità, quello in cui Friday spiega la cosa, perciò lo riporto qui.

"Credo che tutti desiderino solo questo. Appartenere a un luogo. Essere persone.
"Io appartengo, parola mia! La settimana scorsa ho cercato di capire perché sono sempre così a corto di tempo.
"Sono segretaria del consiglio comunale. Sono capopianificazione dell'associatore genitori-insegnanti. Sono capoplotone della scout New Toowoomba. Sono stata presidentessa del Garden Club, e faccio parte del comitato che sta preparando i piani per la nostra nuova università. Sì, appartengo a questo posto.
"E' una sensazione calda e molto piacevole".

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martedì, maggio 06, 2008

non era quello un posto dove mettersi a tirar su chioschi di bibite

Son proprio bravi, questi ragazzi del quindicinale "La Tribuna", che quando i numeri del giornale non son più in edicola poi li mettono online. Cosicché nel caso possa interessarvi, e abbiate mancato l'appuntamento con la edizione cartacea, a pagina 17 di questo numero (in pdf) c'è il mio racconto breve I ribelli della montagna. Voi, nel frattempo, state bene.

also sprach licenziamentodelpoeta 14:32 | permalink | commenti

lunedì, maggio 05, 2008

run baby run baby run

Una cosa molto bella del romanzo Il ciclista di Viken Berberian, è che il protagonista (che poi è colui il quale racconta la storia, l'io narrante insomma) prende in esame la distinzione tra gourmet e gourmand, ovvero tra l'intenditore raffinato di cibi e il semplice ghiottone. Il ciclista è un romanzo nel quale si parla continuamente di roba da mangiare, perché il protagonista è un gourmet, ed è stato un gourmand prima di diventare un gourmet, e ci tiene a farci sapere la differenza. In un certo senso è un esteta e un gaudente, perché nel raccontarci la sua storia chiama continuamente in causa l'aspetto sensoriale e sensuale della vita, la percezione dei piaceri dell'esistenza, dal gusto del cibo al rapporto con la fidanzata Ghaemi. Una cosa che fa un certo effetto, visto che il protagonista è, e noi lettori lo sappiamo, un terrorista suicida che ha intenzione di farsi saltare in aria in mezzo a un sacco di gente, in Libano. Un terrorista suicida che non ha per nulla i tratti del fanatico religioso ignorante e becero, anzi: è uno che ha studiato in Europa, a Londra, e lì ha appreso i fondamenti della sua educazione al godimento del Bello, e questa "educazione estetica" è andata avanti di pari passo con la sua iniziazione al terrorismo, anzi direi che le due cose sono inscindibili (leggete il libro e capirete meglio). Anzi, più raffinata si fa la competenza estetica del protagonista, più egli diventa una persona capace di capire e godere la Bellezza, e più si fa in lui risoluta l'adesione al terrorismo. La storia de Il ciclista è la storia di un tizio che racconta tutto un mondo che vive in bilico tra Eros e Thanatos, e non è solo un modo di dire: anzi, la morte è un dato così presente da obbligare quelli che vogliono perseguire un distacco, una visione prospettica, a un periodo di allontanamento dal Medio Oriente. Periodo che a volte, come nel caso del protagonista del libro, porta a una riscoperta delle proprie origini etniche e religiose da una prospettiva sghemba, alterata, che introduce tutto un insieme di suggestioni: volontà di potenza, consapevolezza estetica, soggezione al fascino della violenza, coinvolgimento in prima persona nella dialettica dello "scontro di civiltà". Ne rende testimonianza il linguaggio del protagonista, al tempo stesso brutale, lussureggiante e febbrile:

"Le donne elisabettiane dormivano con una mela sotto l’ascella, poi offrivano il frutto ai loro amanti perché ne traessero un godimento olfattivo. Per chi preferisce i profumi d’ambiente, c’è sempre un pacchetto di Kent. C’è anche la scia adulterata dei profumi commerciali, più fetidi del puzzo di una tomba. Nessuno di questi odori uscirebbe bene dal confronto con i vapori che emanano da Ghaemi. Annusarla significava conoscere il mondo. Una zaffata della sua ascella poteva scatenarmi una jihad nei meandri della cavità nasale. Mi stuzzica le ciglia, quegli organi molecolari a forma di frusta che stanno nascosti dentro le narici, poi le fa schioccare a più non posso. Credo di aver capito, per sommi capi, come funziona la base chimica della nostra attrazione. Pare che, quando la molecola dell’odore interagisce con la membrana recettrice, si producano degli impulsi elettrici. Quando i segnali in codice inviati da molte cellule si uniscono, determinano un’esplosione collettiva che va ben oltre il naso, e della quale nessuna potenza egemonica potrebbe contrastare le conseguenze sconvolgenti".

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venerdì, maggio 02, 2008

sulla via di Damasco

Ogni tanto mio cugino Eric se n'esce con certe frasi che mi mandano lungo disteso, o quasi. L'altro giorno, stavamo al telefono, si parlava del fatto che lui sta per dare la tesi di laurea, nella seconda metà di maggio e allora per dare questa benedetta tesi e finalmente laurearsi gli toccano un sacco di pastoie burocratiche, deve passare sotto le forche caudine della burocrazia, fare un sacco di pratiche di file agli sportelli, e allora l'altro giorno mi diceva che lui più ci pensa, più deve passare attraverso queste brutte cose, più sperimenta la scarsa anzi scarsissima creanza e la malagrazia della gente che sta agli sportelli e s'occupa di queste pratiche che lui deve fare per forza, e più si convince, mio cugino Eric, che burocrazia significhi in realtà governo dei burini. Voi, nel frattempo, state bene.

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martedì, aprile 08, 2008

salvami salvami ti prego salvami

Mi collego su aNobii, inserisco qualche altro libro dei miei nella biblioteca online, ovverosia metto dentro, tra gli altri, le Parole private dette in pubblico di Giulio Mozzi (titolo che secondo me è bellerrimo, e infatti vien da Eliot). Poi vedo che ce l'abbiamo in pochi, le Parole private dette in pubblico di Giulio Mozzi, su aNobii, e vado a vedere chi altro ce l'ha, a parte il sottoscritto. E lì vedo che ci son dei commenti (che si sa, su aNobii si possono lasciare commenti ai libri); e tra questi commenti ce n'è uno che dice: "Veramente splendide le riflessioni di Mozzi sulla scrittura, la dimensione etica ke le attribuisce". Ora, dentro questo commento succede una cosa veramente delittuosa, una cosa che spezza il cuore. Perché NON SI PUO', ma soprattutto NON SI DEVE, parlare di "dimensione etica della scrittura" e poi scrivere "ke" con la kappa. Non si può, non si può in nessun caso. Parlare di "dimensione etica della scrittura" e poi scrivere "ke" con la kappa è una cosa come, non so, ecco, in linea di principio, partecipare alla conferenza di Wannsee e poi, un bel giorno a Norimberga, dire che ci si era andati per salvare l'ebraismo. Che poi a me aNobii piace, piace anche tanto, ma a volte ci leggo delle cose, ma delle cose che mi fanno star male veramente. Quanto a voi, se ancora vi riesce, state bene.

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lunedì, aprile 07, 2008

once more into the breach, my dear friends

Ho grande stima, e grande rispetto, di quelli, e quelle, che hanno tirato i pomodori a Giuliano Ferrara a Bologna. Mi piacciono queste persone, le ammiro, penso che era ora che qualcuno lo facesse e sono felice che l'abbiano fatto. Ecco, dovevo dirlo e l'ho detto, perché se c'è una cosa che m'irrita del fin troppo timido fronte dei laici in Italia è la mancanza di retorica barricadera, la scandalosa ed eccessiva disponibilità al dialogo coi cattolici, la scarsa capacità di compattare le file, di mettere su una falange, di partire e colpire lancia in resta. Vorrei dirlo con serenità, apertamente, senza remore: esattamente come bisogna avere il coraggio di riconoscere i propri nemici nella vita di tutti i giorni, bisogna avere la capacità di riconoscere i propri nemici sul piano politico. Bisogna tornare a capire che spesso e volentieri, tra il negoziato e la battaglia, è assolutamente preferibile la battaglia. Anche perché sono gli stessi antiabortisti, a invocare il diritto alla battaglia: parlano, continuamente, di battaglia in difesa della vita, così come i cattolici parlano di battaglia in difesa dei valori. Ora, io sono uno che ama la lingua italiana: per me le metafore insulse vanno castigate con il sistema più efficace di tutti: ovvero, spostandole sul piano della realtà. Cari antiabortisti, rivendicate dunque il vostro diritto alla battaglia? Benissimo: e allora perché vi lamentate quando i laici, finalmente, scelgono di accettare battaglia? Non sapete ch'è una gran brutta ipocrisia, domandare battaglia e pretendere di tenere aperto il dialogo? La battaglia si fa senza troppe chiacchiere, al massimo è consentita qualche caustica battuta indirizzata al nemico (gli Spartani ai Persiani: "Vieni, e prendile"). Si possono intonare canzoni guerresche (per incitarsi al combattimento) o sobriamente malinconiche (per celebrare i propri caduti). Ma quando finalmente è l'ora del cozzo violento tra i due schieramenti, ebbene: il tempo delle chiacchiere è finito, l'aria si riempie del magnifico clangore delle armi. Ben vengano i pomodori; ben vengano gli sberleffi; ben vengano gl'insulti. Avete offeso la dignità delle donne, obbligandole a vagare come pellegrine in cerca disperata della pillola del giorno dopo; avete oltraggiato la nostra pazienza, con le vostre idee assurde di osteggiare l'educazione sessuale e la contraccezione gratuita (l'abominevole atteggiamento di Adriana Poli Bortone in Puglia). Avete offeso il buon senso, con le vostre ridicole proposte di seppellire i feti a spese del pubblico erario. Eppure, tra di noi difensori della laicità c'era, e purtroppo ancora c'è, chi vuole aprire al dialogo. Io dico invece: è ora di dire basta, basta, basta. Finiamola con questo atteggiamento tollerante, mite, democratico. La democrazia è un lusso che non è più consentito quando le libertà essenziali dell'individuo sono a rischio. In tempi così tribolati, non restano che i versi del Bardo: "Ci sollazzate: e non dovremmo ridere? Ci infilzate: e non dovremmo sanguinare? Ci offendete: e non dovremmo vendicarci?".

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