licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

lunedì, aprile 30, 2007

nulla può evitare un guaio il cui momento è giunto

Per dire: dopo essermi fatto del male assistendo a (quasi) ogni serial tv americano possibile e immaginabile, ho scoperto l'esistenza di The Wire e ho deciso che, se ci sono cofanetti della serie in vendita (o ci saranno), dovrò impadronirmene a ogni costo. State bene.

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venerdì, aprile 27, 2007

quando la tivvù fa cultura

Ho finalmente risolto il tragico problema che mi aveva assillato per tutta l'estate scorsa (e pure in autunno visto il caldo che c'è stato). Vale a dire: che qua in ufficio c'era una infame disposizione aziendale che impediva alla gente che ci lavora di regolare sotto i 23 gradi i termostati dei climatizzatori che regolano la temperatura nelle stanze. Ebbene: essendo persona di risorse inversamente proporzionali agli scrupoli, ho brigato, ho magheggiato, ho ricattato, ho biecamente ordito intrighi, ho pranzato con sindacalisti e dirigenti, ho concepito (e messo in atto) losche e oscure trame dai risvolti indicibili (e che infatti non vi dirò): ma alla fine ho ottenuto che la disposizione aziendale venisse modificata affiché i funzionari i quali hanno una stanza per conto proprio (tra i quali ci sono io) possano regolarsi il termostato come gli pare e piace, e adesso (come è giusto che sia) nella mia stanza la temperatura è a 18 gradi. Ora: la prima a scoprirlo è stata Elisabetta, una mia collaboratrice assunta da poco (è qui da febbraio) in sostituzione di un collega ch'è andato in pensione e che era molto più bravo e utile di lei (e inoltre, essendo maschio, aveva il cospicuo vantaggio, ai miei occhi, di essere uno a cui potevo raccontare barzellette sconce, e col quale potevo condividere bieche considerazioni maschiliste sul genere femminile). Ma ahimé, il collega è andato in pensione: e adesso al posto suo c'è Elisabetta, che è laureata in Scienza della comunicazione ma temo che non abbia imparato un cazzo negli anni che ha trascorso all'università, visto che per farle scrivere un comunicato stampa decente bisogna praticamente dettarglielo. Fatto sta che ieri Elisabetta, vestita leggera come usa d'estate, entra nella mia stanza (la porta era aperta) per farmi approvare qualcosa che dovevo approvare, prima che lei lo spedisse, ed esclama:
"Ma qui fa freddo!"
"In effetti caldo non fa", le rispondo io, "per fortuna".
"Ma è terribile".
"No, è perfetto. E' da un anno che cerco di ottenere nella mia stanza questa temperatura. Comunque, cosa c'è?".
"Da un anno?".
"Eh sì".
"Ma senti...", comincia lei un poco rabbrividendo.
"Eh", dico io.
"... Quindi tu soffri il caldo".
"In effetti".
"S-soffri il caldo", dice lei meditabonda e rabbrividonda, "io invece sono freddolosa".
"Si vede".
"Da che si vede?".
"Da come rabbrividisci".
"Ma tu che sei di Roma, come mai soffri il caldo? Cioè, è strano", commenta lei mentre continua a rabbrividire, però un po' meno: forse si sta abituando; "mh-h".
"Non mi piace il caldo".
"Non ti piace?".
"No.
Odio l'estate. Detesto sudare. Detesto il sole. Detesto le facce che mette su la gente quando è estate. Mi piace il freddo, la pioggia. Soprattutto la pioggia".
"Ah", dice lei con la faccia di una che, mentre dice "ah", sta avendo un'idea o qualcosa del genere; "ah-ah. Dovresti trasferirti a Seattle".
"...".
"...".
"... Che c'entra Seattle?", domando, "mh?".
"Ci piove parecchio, ci piove", risponde lei; "pure spesso".
"... A Seattle", dico io; "sei stata a Seattle, tu?".
"Ah... Veramente no".
"E allora come fai, a sapere quanto ci piove?".
"Lo so".
"Sì, ma come fai a saperlo", dico io leggermente spazientito, "come?".
"Eh, lo so".
"Sì, ho capito che lo sai", dico io che ho appena esaurito la mia pazienza (non smetto mai di sorprendermi del fatto che il lasso di tempo che intercorre tra l'istante in cui comincio a spazientirmi e quello in cui mi spazientisco effettivamente, è davvero minimo); "ora, posto che sia vero che lo sai, come fa una come te, che sì e no sa di avere il naso attaccato alla faccia, e lo trova solo per quello, come fa a sapere se e quanto piove a Seattle?".
"...".
"...".
"...".
"...".
"L'ho visto in Grey's Anatomy", dice lei infine mortificata. E poi mi spiega che c'è questa serie tv, Grey's Anatomy appunto, ch'è ambientata a Seattle e lì piove spesso e volentieri anzi quasi sempre, insomma questo è il clima che c'è lì. E lei Elisabetta mi parla molto bene di questa serie dicendomi che è una bella serie ed è molto divertente e commovente: e in effetti poi scopro che è vera 'sta cosa della pioggia perché ieri ho acquistato il cofanetto della prima stagione di Grey's Anatomy, e ho cominciato a vedermi un po' di puntate e pare, da quel che si vede in Grey's Anatomy, che a Seattle non faccia altro che piovere: e poi dicono che insomma la tv non migliora la cultura delle persone.
 

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giovedì, aprile 26, 2007

si sa che, davide l. malesi...

... Se lo conosci, lo eviti. Ma lo conosci?

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martedì, aprile 24, 2007

he hears the silence howling --
catches angels as they fall

Ai miei pensierini-ini-ini sulle cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, e in particolare alla parte che riguarda il ritmo, potete affiancare la lettura (o, forse, dovrei dire la visione) di queste osservazioni (o, forse, dovrei dire queste evocazioni). Se vi va. State bene.

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lunedì, aprile 23, 2007

cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #4
(la prima puntata è qui
, la seconda invece è qui, la terza poi qui)

La narrazione è, per contratto, una rinuncia all'utopia (questo è un discorso complicato, mi toccherà suddividerlo in più post). Io dico spesso: la narrazione è un'arte mimetica. Nel senso che cerca di operare una mimesi, dal greco mimesis: una narrazione cerca, si sforza, di raccontare una storia, o più storie, facendo credere al lettore che quella storia, quelle storie, siano possibili e verosimili anche se sono, in parte o del tutto, false. Si prova a raccontare qualcosa di falso, facendolo passare per vero o quantomeno plausibile: si tenta di far passare la propria invenzione, di contrabbando, tra gli scenari di concepibili realtà. Di qui il carattere pragmatico, anzi brutalmente pragmatico, della narrazione: la narrazione non tenta di creare qualcosa che non c'è, bensì di riprodurre qualcosa che c'è e che va benissimo così com'è e funziona per il solo fatto d'esserci. Quando noi diciamo, di una narrazione, che l'impianto è solido; quanto diciamo che i dialoghi sono efficaci; quando diciamo che le descrizioni sono vivide; quando diciamo che i personaggi sono vivi e credibili; quando diciamo che gli ambienti sono plausibili; quando osserviamo che certe tensioni politiche e sociali proprie di un'epoca sono riprodotte fedelmente o evocate con successo; quando altresì annotiamo che uno scenario sociopolitico del tutto inventato è plausibile; quando affermiamo che certi personaggi del tutto fantastici sono ben riusciti; insomma quando facciamo a una narrazione tutti i complimenti che le si posson fare, non può sfuggirci che stiamo parlando di mimesis, cioè dell'imitazione di qualcosa che c'è; e non di poiesis, cioè della creazione di qualcosa che non c'è. Anche se stiamo parlando del Cappellaio Matto e del Bianconiglio, anzi soprattutto se stiamo parlando del Cappellaio Matto e del Bianconiglio. E non è un caso ch'io citi adesso due personaggi fantastici inventati da Lewis Carroll e da lui inseriti in un contesto che, si sa, è il contesto supremamente fittizio per eccellenza. Vedete, il fatto è che anni fa, quando ci siam conosciuti, io e la mia ragazza abbiam scoperto di avere tutti e due un debole per i libri di Lewis Carroll, in particolare per quelli della saga di Alice, e per i suoi personaggi: e sommamente per il Cappellaio Matto (passione mia) e per il Bianconiglio (che invece piace tanto alla mia ragazza). Della fissazione della mia ragazza per il Bianconiglio parlerò in seguito. Ora, la mia passione per il Cappellaio Matto nasce per via di uno dei più efficaci meccanismi letterari di identificazione: quello per cui un personaggio fa qualcosa, sa far qualcosa, per cui vorremmo imitarlo. Il Cappellaio Matto, lo dico per chi non lo sapesse, non può essere battuto al suo gioco perché ha la capacità di cambiare ogni volta le regole a suo piacimento: ed io (che da ragazzino ero socialmente imbranato e incapace di competere efficacemente nel contesto relazionale proprio dell'adolescenza, scuola comitive eccetera) subivo ineluttabilmente il fascino di qualcuno che non può perdere, perché è lui a stabilire le regole, laddove io ero un soggetto che nella competizione sociale risultava quasi sempre perdente. Nel mondo reale non conoscevo nessuno che fosse capace davvero di fare come il Cappellaio Matto: all'epoca, i soggetti che mi sembravano avere successo nella competizione sociale, avevano quel successo in quanto esibivano istintivamente certi talenti: ad esempio, per piacere alle ragazze giovava essere alti, "carini", vestire in un certo modo e giocare bene a pallone. E, insomma: conoscevo diversi personaggi con queste fortunate caratteristiche, ma nessuno che avesse avuto successo nella competizione sociale perché si era fatto le sue proprie regole. Intuivo, nell'esistenza mia di allora e nel contesto in cui vivevo, una eccessiva presenza del destino (il quale aveva distribuito a casaccio le caratteristiche che garantivano il successo) e una deficienza di spazi d'iniziativa personale. Ma leggendo del Cappellaio Matto capii una cosa: che un personaggio del genere poteva esistere, anche nel mondo reale in cui vivevo io. Non so perché e come arrivai a capirlo, ma fu una sensazione fortissima: era come se Lewis Carroll non mi stesse raccontando una storia di personaggi fantastici bensì una storia di gente che poteva esser vera (che può esser vera), anzi lo era eccome (lo è). E infatti: in seguito scoprii che sì, se uno è sveglio e spregiudicato al punto giusto, nella vita può fare come il Cappellaio Matto, può inventarsi le regole del gioco e cambiarle quando ne ha bisogno. Ci vogliono tre dita di pelo sullo stomaco, una intelligenza inversamente proporzionale agli scrupoli, la capacità di muoversi in più ambienti con disinvoltura, cioè di stare in mezzo a gente diversa e di starci come uno di loro, non da straniero bensì da indigeno: e ci vogliono pure diverse altre caratteristiche che non sto qui ad elencarvi, ma si può fare. Vogliate notare altresì che nei libri di Carroll il Cappellaio Matto sia un cappellaio fallito: ovvero qualcuno che, avendo tentato di competere nella società seguendo le regole, non c'è riuscito. E, si noti, il Cappellaio non riesce a portare a termine un discorso sensato senza interruzioni. Forse, vuol dirci Carroll, il talento d'inventarsi le proprie regole si paga con una perdita di senso, con una disgregazione della realtà nel modo in cui la percepiamo: laddove una regola equivale a un'altra, allora A equivale a B e uno equivale a zero: non c'è più discrimine, non ci sono più paletti a delimitare le cose, a fornirci dei punti di riferimento che ci consentano di stabilire sensi e significati. Al punto che il Cappellaio Matto ha bisogno di trovar scritto all'interno del suo cappello, se tiene a ricordarsene, quello che tutti sanno: ovvero la propria data di nascita, anzi di non-nascita, il suo non-compleanno: e in quella data, il Cappellaio non festeggia mai. E, ancora, pensate un istante al Cappellaio Matto più famoso dei nostri tempi (quel Silvio Berlusconi che s'è fatto le sue regole del gioco, in affari e in politica, le ha cambiate quando gli ha fatto comodo, ha dribblato in grande stile leggi e regolamenti etc. etc., ben oltre ogni limite di decenza): ebbene, basta leggersi Le mille balle blu di Marco Travaglio e Peter Gomez per rendersi conto di quanto, continuamente e pervicacemente, Berlusconi si contraddica e poi si ri-contraddica e si ri-ri-contraddica di nuovo, e poi ancora, spesso senza neanche rendersene conto: non è egli un esempio incredibilmente fulgido di quella forma mentis da Cappellaio Matto per cui una regola equivale a un'altra, A equivale a B e uno equivale a zero, e non c'è più discrimine? Come dire: il talento d'inventarsi le proprie regole si paga con la follia, o perlomeno con un certo grado di disordine mentale. [continua nei prossimi post]

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venerdì, aprile 20, 2007

horror movie

Non so se voi ce le avete, le cose che vi fanno paura sul serio. Io ce le ho (d'altronde io sono un vile, è ben risaputo). Per esempio 'sto video qua a me fa una gran paura. L'ha mandato inquilina g a Seia e poi Seia me l'ha girato a me e poi io non riesco a smettere di guardarlo. State bene. Se ci riuscite, cioè.

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giovedì, aprile 19, 2007

paradossi

"Una storia vera non è tenuta a essere avvincente. Ciò che rovina gran parte della immensa quantità di fiction che avviluppa il nostro pianeta è la sua artificiosa eccitazione, i colpi di scena per contratto", scrive Tiziano Scarpa in questo suo pezzo. Ma se una storia non è avvincente, perché uno dovrebbe mai leggerla?

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martedì, aprile 17, 2007

cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #3
(la prima puntata
è qui, la seconda invece è qui)

ll ritmo funziona se ha una sua ragion d'essere. Dopotutto ha a che vedere col movimento, e il movimento serve dopotutto ad andare da qualche parte. Magari a far dei gran giri in tondo, eh (in Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma si fanno dei gran giri in tondo: il movimento del romanzo consiste, per così dire, nel ritornare più e più volte su quel che è già successo). Comunque: ci si muove per spostarsi, e allora il ritmo ha a che vedere con l'atto di spostarsi. E gli spostamenti sono una cosa che va fatta con criterio, altrimenti succedono cose sgradevoli. Vi faccio un esempio: chi mi conosce sa che io sono una persona che si muove con una certa qual lentezza. Non gesticolo freneticamente, non cammino in fretta (tanto non c'è comunque nessun posto in cui io voglia davvero andare), non corro per prender l'ascensore che sennò scappa (tanto c'è il prossimo), non affretto il passo, non mi guardo nervosamente intorno prima qui e poi lì e poi di nuovo qui e poi di nuovo lì, magari cercando qualcosa o qualcuno con gli occhi. Non ho mai l'occhio vispo, attivo, vigile. Chi mi conosce bene dice che ho quasi sempre, quantomeno nelle occasioni d'interazione sociale, la faccia di uno che si sta annoiando a morte. Chi mi conosce bene dice che la mia lentezza nel muovermi, che ha qualcosa di bradipesco, può esser esasperante. Tra l'altro, per ragioni che non saprò mai e che comunque non mi interessano poi molto, nel corso della mia vita mi son sempre accompagnato a, ho sempre avuto legami sentimentali e connubi erotici con, donne invero un po' elettriche, ansiose, esuberanti, piene di interessi, desiderose di viaggiare e di andare in mille posti e vedere mille cose. Le quali donne non ho mai capito cos'abbiano trovato di interessante in me, ma d'altronde non ha importanza: quale uomo, mentre ci sta provando con una tipa, si domanda se e cosa quella tipa troverà d'interessante in lui? Nessuno che abbia un minimo di senso pratico. Noi maschi, che in genere siam persone di buon senso (non sempre, ma sovente lo siamo), ci preoccupiamo della sola cosa che conti veramente: arrivare a scoparci la tipa ch'è oggetto, in quel momento, delle nostre attenzioni. Ad ogni modo: io ho frequentato donne molto diverse da me e ho frequentato quelle e non altre perché volevo quelle e non altre. Non ho mai capito neanche la ragione per cui le volevo io, oltre a non aver capito quella per cui mi han voluto loro, ma anche questa è una cosa poco importante: e comunque sta di fatto che ho avuto frequentazioni e storie d'amore con donne invero fin troppo vive, agitate, esuberanti, piene di interessi e ricche di ambizioni, nonché desiderose di andare in mille posti e vedere mille cose. E anche la donna con cui sto insieme adesso (e ci sto da diversi anni ormai) è fatta così. Dunque potreste pensare, immaginare, che la mia natura di fancazzista integrale sia stata all'origine di qualche contrasto con queste donne del mio passato, e pure con la mia attuale fidanzata, e in effetti non sbagliereste a pensarlo/immaginarlo. Epperò, adesso che ci penso, sta di fatto che nonostante queste difficoltà non ho mai mai mai cambiato le mie frequentazioni, né il mio modo di comportarmi, scegliendo di vivere talora, anzi a dire il vero abbastanza spesso, in circostanze in cui i contrasti che si producono quando due persone che stanno insieme hanno atteggiamenti e stili diversi, eran destinati, quei certi contrasti, a prodursi inevitabilmente e continuamente. In ciò potreste ravvisare una contraddizione ma vi prego di non preoccuparvene, ché io son persona veramente piena anzi ben stracolma di contraddizioni. Vabbè, usciamo da questo discorso che è complicato e pieno di domande destinate a rimanere senza risposta e ci ha portato pure un po' fuori strada. Volevo dire che il mio atteggiamento bradipale, il mio incedere lento e misurato, la mia tendenza a mettere un piede davanti all'altro con estrema calma, a voltare lo sguardo da qui a lì con lentezza esasperante, ad argomentare i miei discorsi con ponderazione estrema, insomma tutte queste lentezze son lentezze che hanno una ragione. Cioè il fatto che io sono un personaggio massiccio, pesante, squadrato. Ho manone che sembrano badili, spalle da scaricatore di porto, una ragguardevole panzetta, le vene del collo che sembrano pali di gaggia, il cranio rasato a esibire una grossa e pesante testa. E allora siccome tutta 'sta roba che mi porto appresso, manone spalle panzetta ossa eccetera, 'sta roba qua pesa più di cento chili, se mi muovo troppo veloce, va a finire che sudo. Copiosamente e fastidiosamente. E questo non è bene. Sudo, mi sento a disagio, mi sento fuori posto, m'affatico. E poi, a muovermi troppo in fretta, tradirei le aspettative della gente che mi sta attorno e sembrerei patetico. C'è qualcosa di sbagliato, di atrocemente inadeguato in un omone che sgambetta qua e là. Il nostro innato senso estetico ci ammonisce: gli omoni debbono conservare una certa qual aria solenne, e muoversi con lentezza; e i tipi smilzi e agili possono, sì, guizzare e sgambettare esibendo la loro superiore elasticità.  Nero Wolfe non può mettersi a correre in giro per New York in caccia di prove e sospettati: sarebbe ridicolo. Mentre Archie Goodwin, dal canto suo, sarebbe ridicolo se si mettesse a pontificare di questo e quello tra orchidee e piatti prelibati. Bisogna avere il senso delle (proprie) proporzioni. E così un testo: Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma è un racconto concitato e affannoso, serrato e martellante: sono 90 pagine o poco più, si può fare, e poi è il racconto di quel che fa della gente abbastanza nevrotica, che schizza di qua e di là e si muove in continuazione senza manco rendersene conto. L'altro romanzo che sto finendo di scrivere adesso è una roba di 4-500 pagine, che ha un ritmo più discorsivo, anche perché è una storia di delinquenti, ovvero di gente che si muove poco e semmai si guarda attorno, cerca d'intuire le mosse degli altri prima di far la propria, gente che sta a guardare a quel che succede, che fa delle ipotesi, e che fa altre ipotesi sulle ipotesi. Non è un romanzo che può andar di corsa: si metterebbe a sudare, se corresse troppo a lungo, vista la mole. Anche se devo ammettere che una corsetta iniziale me la son concessa: ovvero il libro inizia con 40 pagine senza nemmeno un "a capo", 40 pagine eccitate e convulse in cui si parla di un processo per lesioni dolose, di indagini preliminari, di un Gip che vorrebbe essere il perfetto giudice di destra anche se nessuno glielo ha chiesto, di un avvocato che spaccia cocaina e della sua inquieta ex moglie, di gente che deve spartirsi dei soldi e litiga per le dimensioni delle fette, di un ex capo che sta in galera e che dalla galera vorrebbe continuare a dare ordini ma i suoi scherani - anche se all'inizio gli danno retta - poi succede che gliene danno sempre meno. Insomma c'è un sacco di carne al fuoco che meritava un inizio un po' convulso. Poi però il romanzo si dà una calmata. Voi, state bene.

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lunedì, aprile 16, 2007

the side effects of cruising at the speed of life

Dopo di lui e lui e lei, anche qualcun altro scrive cose veramente lusinghevoli lusingatrici lusinganti a proposito di Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma. Voi, nel frattempo, state bene.

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venerdì, aprile 13, 2007

 cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #2
(la prima puntata è qui)

Il ritmo, è meglio che ci sia sempre. Senza ritmo non c'è spinta: e, quando si scrive un testo, la spinta è una ragione di vita per quel testo. Un testo privo di ritmo, è come se facesse resistenza alla lettura. Io provo a leggerlo, e lui non vuole, sembra. Io mi metto lì a leggerlo, ed è come se lui mi dicesse: non mi leggere, senti, va' a fare dell'altro. E allora, siccome poi leggere è già di per sé uno sforzo per varie ragioni (bisogna mettere a fuoco, io poi ho gli occhiali, sono miope, poi fatico a concentrarmi, sono una persona che si distrae con una facilità enorme) allora visto che appunto lo sforzo per leggere serve, va a finire che, se un testo mi dice non mi leggere, senti, va' a fare dell'altro, io ci vado, a fare dell'altro. E così mi sembra, quando leggo, ma specialmente quando scrivo, che un testo abbia bisogno di ritmo, perché se già leggere è una fatica poi di scrivere non ne parliamo. E allora diventa più facile, scrivere, se quando io scrivo una frase, ecco adesso per esempio che scrivo questa frase, la frase non è moscia, non va giù, non s'ammolla, ma fa come da trampolino di lancio per la frase che viene dopo, che farà ancora da trampolino per la frase successiva, e così via. E adesso vi rivelo una cosa che sembrerà un po' da pazzo, ovvero che questa cosa del ritmo è la sostanziale ragione, non l'unica ma quella più importante, per cui io scrivo con una mano sola, cioè batto sulla tastiera del pc velocissimo ma con una mano sola, perché con l'altra, all'inizio, cioè quando ho cominciato a usare il pc per scrivere narrativa, mi davo il tempo schioccando le dita oppure tamburellando sul tavolo: a dire il vero più la seconda cosa che la prima, perché di schioccare le dita mentre scrivo ho sempre un po' il pudore, mi sembra una cosa veramente da pazzo furioso. Che poi non è mica detto che io non lo sia, pazzo, e furioso. Magari può essere, non ho idea di quelli che siano i criteri riconosciuti per la sanità mentale, ma comunque potrei dirvi ch'io da ragazzino fui spedito a colloquio con una psicologa per una serie di ragioni che non starò a raccontarvi (anche perché sinceramente non sono importanti qui, in questo discorso). Capisco la vostra curiosità e non la biasimo, intendiamoci. Ma tenete presente che l'Italia è un Paese strano e se siete adolescenti e vostra madre è morta può capitarvi di esser spediti dalla psicologa solo perché magari avete avuto il vostro primo rapporto sessuale, la vostra iniziazione al sesso per così dire, con la vostra insegnante di Geografia. Cioè, per fare un esempio. Sta di fatto ch'io fui spedito dalla psicologa. E insomma questa psicologa lei disse che secondo lei avevo una serie di problemi. Però io dopo le prime due o tre sedute mi rifiutai di andarci, da lei la psicologa, perché non mi andava di raccontare i cazzi miei a quella troia. E qui scrivo quella troia perché anche se non ho la minima idea di quali fossero le abitudini sessuali di quella troia ma, di fatto, pensando a lei (generalmente con immensi odio e fastidio e rabbia) insomma nei miei pensieri mi riferivo a lei come a quella troia. Non saprei dirvi il perché ma ho odiato in vita mia poche persone più di lei ed è curioso, sapete, perché è un odio che ricordo benissimo. Ho odiato moltissime volte nel corso della mia vita - sono una persona che si è data da fare parecchio, a odiare: in affari di cuore, sul lavoro, in occasione di rivalità e contese eccetera - però c'è un fatto che m'incuriosisce, a proposito della maggior parte di queste occasioni d'odio, e il fatto è che non mi ricordo come e quanto odiassi. Mi ricordo che odiavo, che stavo odiando, ma non ricordo le sensazioni che l'atto di odiare mi causava. Invece nel caso di quella troia mi ricordo molto bene che avrei desiderato, che ho desiderato, di infliggerle dolore fisico. Di picchiarla, di vederla riversa in una pozza di sangue coi denti rotti fracassati, il naso fratturato sanguinante, ricordo benissimo che avevo questi desideri e che mentre lei parlava, in occasione di quelle poche volte che ci siamo incontrati, le sue parole io non le sentivo perché stavan lì sommerse da una specie di rombo, che era un suono ma non lo era, cioè non era un rumore vero, era l'odio che mi saliva dalla bocca dello stomaco e produceva le immagini del mio desiderio, ed erano immagini rumorose, cioè assordanti, lei la psicologa riversa in una pozza di sangue col naso e i denti rotti e implorante pietà. Sempre per via del rombo che mi saliva dallo stomaco io non sentivo le sue parole neanche nelle immagini ch'erano le immagini del mio desiderio, ma sapevo ch'eran parole di implorazione perché vedevo il sangue e le lacrime della psicologa e non mi serviva mica di sentire le parole per capire quali fossero. Ad ogni modo la odiavo anche se l'ho incontrata davvero poche volte. E i cazzi miei, non glieli ho mai raccontati. E comunque il fatto che non mi andasse di raccontarle i cazzi miei è testimoniato dal fatto che quando lei mi faceva delle domande dirette io rispondevo invariabilmente o quasi: cazzi miei.  O: sono cazzi miei. Ora: io non so se i miei problemi di allora fossero reali o se fossero un'invenzione della psicologa ma quel che posso dirvi è che magari erano reali e si sono poi amplificati nel tempo e dunque io potrei effettivamente essere, secondo ragionevoli criteri clinici, pazzo furioso. Però, aldilà del fatto che potrei anche esserlo, trovo sensato evitare di pubblicizzare la cosa con comportamenti e atteggiamenti che possono sembrare opera di un pazzo, come ad esempio schioccare le dita a tempo mentre scrivo con l'altra mano sulla tastiera, perché, pure se ho fatto carriera abbastanza da avere una stanza per conto mio in ufficio, potrebbe sempre entrare qualcuno senza bussare (la gente di questi tempi è davvero maleducata, sapete). Però ho sempre pensato che fosse importante scrivere dandosi il ritmo. Ritmo ritmo per favore, cantava Natalino Otto. Usare ogni frase per spingere la frase che viene dopo, come se ogni frase dovesse dare uno spintone alla frase che vien dopo. Sembra una cosa banale, invece è una forma di salvezza. Un propellente che aiuta ad andare avanti, chi scrive e chi legge. Voi, state bene.

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giovedì, aprile 12, 2007

interludio proverbiale (poi si va avanti con le Cose che ho imparato eccetera)

Dalle sue parti, e con la massima irriverenza possibile (com'è poi giusto), si pasticcia coi proverbi (nei commenti a questo post).

Io mi son già cimentato abbondantemente, tirando fuori stupidaggini quali

Non dire gatto
se parli d’un cane

e

Chi di spada ferisce, fanno da tre mesi a tre anni di carcere secondo l’attuale ordinamento

e ancora

Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, quest’anno mi sei costata una fortuna d’Ici

Insomma, il tenore della faccenda dovreste averlo capito da voi. State bene. 

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mercoledì, aprile 11, 2007

cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi

Le ossessioni sono determinanti. Vale a dire: che tu racconti la storia di un rappresentante di commercio (come in Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma, da qui in poi VDRIMS per brevità) o di un gangster (come nel romanzo che sto finendo di scrivere adesso), se sei ossessionato da qualcosa, finirà per saltar fuori, non c'è santo. Io, per esempio, sono ossessionato dalla fallacia della nostra memoria, specie se paragonata alla straordinaria fiducia che sembriamo riporre in essa. La cosa è venuta fuori, ovviamente in VDRIMS; e sta venendo fuori anche nel nuovo romanzo.

I personaggi tendono a prendere la mano. Vale a dire: che tu racconti la storia di un rappresentante di commercio o di un gangster, continuamente saltano fuori personaggi che nella trama hanno sì una funzione, ma dopo un po' questa funzione ti interessa sempre meno (almeno, a me succede così). Invece va a finire che, man mano che tu conosci questi personaggi, dopo un po' ti interessano più loro della maggior parte delle persone che ti stanno attorno, e dei personaggi principali del libro (nel mio caso, la faccenda diventa patologica: spesso un personaggio secondario può prendermi la mano per un sacco di pagine, come succede in VDRIMS con la storia di Franco il manutentore, e come succede un sacco di volte nel romanzo nuovo). Questo è un po' (per me) il bello della narrazione romanzesca, e la ragione per cui penso che scriver racconti è centomila volte meno divertente che scriver romanzi: il fatto che, quando hai a che fare con un romanzo, puoi metterti seduto a scrivere e pensare: "Vediamo un po' cosa faccio capitare a Tizio/Tizia oggi" (Tizio/Tizia è un personaggio secondario), e ciò con la massima disinvoltura perché in genere si tratta di storie che non hanno nulla a che vedere con la trama principale, che la influenzano pochissimo o per nulla. Nel nuovo romanzo che sto scrivendo, a dire il vero, ho tentato di fare qualche sforzo in più per raccordare queste storie "minori" alla trama principale, anche perché in alcuni casi mi hanno preso veramente la mano per pagine e pagine e pagine. Ad esempio c'è la storia di un giornalaio che ruba e poi uccide alcune pecore di un pastore rumeno, una storia vera a cui mi son divertito un mondo ad aggiungere piccole e grandi componenti romanzate, e che a un certo punto mi ha appassionato più di tutto il resto. Oppure la storia di una tipa che fa la pornoattrice e anche un po' la squillo, e che contrae un debito senza saperlo (vale a dire che lei è convinta che i soldi le siano stati prestati "a babbo morto", e invece non è così): e questo debito, oltre al fatto che il fidanzato della tipa è stato arrestato, scatena una girandola di eventi. Anche questa è una storia in parte vera, e la cosa buffa è che le parti che mi sono inventato io sono quelle meno comiche e grottesche, ovvero me le son dovute inventare per dare una impressione di realismo alle storie che andavo raccontando.

Certi personaggi tendono a ripetersi. Mi son reso conto che, sia in VDRIMS che nel romanzo che sto finendo di scrivere, sono presenti (in ruoli non decisivi, però compaiono) avvocati, pornoattrici e ragazze squillo. La cosa non è stata da me premeditata in alcun modo. Non so cosa significhi. Però mi è stata fatta notare questa curiosa coincidenza.

(continua nel prossimo post)

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martedì, aprile 10, 2007

cerco alacremente i seguenti film in dvd (per comodità sono in ordine alfabetico)

Alba tragica, di Marcel Carné. Anatomia di un rapimento, di Akira Kurosawa. L'angelo del male, di Jean Renoir. L'angelo ubriaco, di Akira Kurosawa. L'asso nella manica, di Billy Wilder. Il bandito della Casbah, di Julien Duvivier. Bassifondi, di Akira Kurosawa. Bella di giorno, di Luis Buñuel. Il cacciatore, di Michael Cimino. Le catene della colpa, di Jacques Torneur. La cena delle beffe, di Alessandro Blasetti. Come in uno specchio, di Ingmar Bergman. La contessa scalza, di Joseph L. Mankiewicz. L'eclisse, di Michelangelo Antonioni. Fino all'ultimo respiro, di Jean-Luc Godard. Gang, di Robert Altman. Il grande caldo, di Fritz Lang. Fargo, dei fratelli Cohen. Kagemusha, di Akira Kurosawa. Luci d'inverno, di Ingmar Bergman. La mia droga si chiama Julie, di François Truffaut. Una pallottola per Roy, di Raoul Walsh. Il porto delle nebbie, di Marcel Carné. Rapporto confidenziale, di Orson Welles. Senza tetto né legge, di Agnès Varda. Soldi sporchi, di Sam Raimi. La strategia del ragno, di Bernardo Bertolucci.

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sabato, aprile 07, 2007

too good to be true

Vero o falso che sia, il blog di Flavia Vento contiene alcuni post straordinari: ad esempio questo (che onestamente mi puzza un po' perché mi pare troppo ben congegnato per essere vero). State bene.

also sprach licenziamentodelpoeta 13:37 | permalink | commenti (9)

venerdì, aprile 06, 2007

sono un uomo di mondo:
c'ho un libro che va a ruba a Cuneo

Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma è in libreria (e anche su IBS). Non dico altro, ché tutto quel che potevo dire, sì, l'ha detto lui meglio di me. Voi, nel frattempo, state bene.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:41 | permalink | commenti (23)

giovedì, aprile 05, 2007

unveiling Scarpa

Oggi volevo continuare con la serie delle cose utili da fare per leggere e scrivere narrativa con profitto, di cui ho pubblicato le prime due puntate in marzo. Poi però mi è capitato di leggere una cosa che mi ha sinceramente indignato. Io non ho l'indignazione facile (anzi, per via del lavoro che faccio, ho tre dita di pelo sullo stomaco) ma ci son cose che m'indignano e questa qui m'indigna. Non ci posso far niente: l'indignazione è una reazione "di pancia", simile allo schifo, al disgusto, all'arrapamento per un bel pezzo di femmina. C'è o non c'è. Stavolta c'è.

L'indignazione scatta quando m' imbatto, sul sito Il primo amore, in un pezzo di Tiziano Scarpa dal titolo Arte prometeica e finanziamenti titanici. O meglio, l'indignazione scatta quando lo leggo. Nel pezzo, Tiziano Scarpa c'informa di essersi recato all’inaugurazione della nuova sede dell’Archivio Luigi Nono, nell’ex convento dei santi Cosma e Damiano, alla Giudecca (che, per chi non lo sapesse, sta a Venezia). Se poi non sapete chi è Luigi Nono, non dovreste farvene un cruccio: si tratta di uno dei compositori più inascoltabili del Novecento, di quelli che - per intenderci - Ian McEwan ridicolizza in Amsterdam. Quelli che, se uno non è un ascoltatore avveduto (nel senso che intendeva Adorno) non capisce un cazzo di niente, a sentirli. Ora, se non sapete nemmeno chi è Adorno e cosa intendeva riferendosi al concetto di ascoltatore avveduto, ebbene, a parte il fatto che v'invidio profondamente, diciamo che secondo Adorno per diventare ascoltatori avveduti bisogna aver letto un sacco di teoria musicale, e di storia della musica colta, e poi un sacco di altra roba. Mi rendo conto che questa è una sintesi abbastanza brutale, come poi sono tutte le sintesi: sintetizzare è sempre un atto di violenza, l'esercizio di un potere. Ma ci sono atti di violenza che si fanno a fin di bene. Dopotutto, se proprio ci tenete a sapere cos'è che Adorno intendesse per ascoltatore avveduto, potete leggervi l'opera di Adorno. Esperienza che non raccomanderei al mio peggior nemico. Comunque: Luigi Nono è un compositore che, se lo ascoltatate senza il beneficio di un training specifico, sembra, perché lo è, noioso e cacofonico e disordinato. Un chiasso, una litania di suoni senza capo né coda. Ma si parlava d'indignazione scattata leggendo il pezzo in cui Scarpa racconta di essersi recato all’inaugurazione della nuova sede dell’Archivio Luigi Nono. L'indignazione è scattata qui (cito dal testo di Scarpa):

"... Mi aggiravo fra le teche, gli scaffali di documentazione audio e video, i testi di Pavese e Brecht sottolineati e postillati da Nono stesso, i plastici con le scenografie delle sue opere. Ho rivisto uno spicchio dell’Arca lignea di Renzo Piano, dove nell’84 sono andato ad ascoltare il Prometeo. E poi gli spartiti, i manifesti, le raccolte di scritti, le fotografie…

Dà uno strano brivido ritrovare squadernato davanti agli occhi questo nodo complessissimo e puro del Novecento, un’arte estremamente élitaria che non si era ancora data per vinta, che cercava il contatto con le cosiddette “masse” esponendole all’inudibile e all’inaudito. Tanta utopia, altissime ambizioni artistiche... ".

Vorrei sottolineare il passaggio: un’arte estremamente élitaria che non si era ancora data per vinta, che cercava il contatto con le cosiddette “masse” esponendole all’inudibile e all’inaudito. Questo passo, è bene che lo sappiate, contiene in sé tutto un messaggio ideologico implicito. Il messaggio, esplicitandolo, è: che oggi l'arte si sia "data per vinta" poiché non tenta più di catechizzare le masse "esponendole all’inudibile e all’inaudito", e dunque: che c'è stata un'epoca d'oro in cui l'arte assolveva al suo compito di catechizzare le masse "esponendole all’inudibile e all’inaudito", e dunque: che l'arte, non assolvendo più a tale compito, si sia "data per vinta". Ora: si dice che "si dà per vinto" qualcuno ch'è impegnato in uno scontro, in un conflitto, in una battaglia: ne consegue che, stando al messaggio ideologico implicito in questo discorso, l'arte debba impegnarsi in un conflitto (che qui non è nominato) contro qualcosa (che qui, per pudore o scaltrezza, non si nomina): l'ignoranza? la banalizzazione? la miseria intellettuale? Non è dato sapere. Scarpa evidentemente lo sa, ma non lo dice.

Ma non è questa, la cosa più grave, in questo testo. La cosa grave è la smaccata menzogna implicita  nel passaggio: un’arte estremamente élitaria che non si era ancora data per vinta, che cercava il contatto con le cosiddette “masse” esponendole all’inudibile e all’inaudito. Ebbene: è una menzogna palese, brutta, mal confezionata. Quell'arte non cercava nessun contatto con le masse per la semplice ragione che le masse, allora come oggi, erano escluse - a quei tempi per ragioni meramente economiche - dal circuito della musica colta. Fino allo Statuto dei lavoratori, ovvero fino alla legge 300 del 1970 e per un bel po' dopo, in Italia le masse avevano bei problemi di soldi, che il cosiddetto "boom economico" non era bastato a risolvere. Non a caso, si usa dire tra gli economisti che gl'italiani sono passati troppo in fretta dall'indigenza allo sperpero degli anni Ottanta, e quindi non hanno mai capito come si fa a maneggiar danari in modo produttivo e intelligente (prova ne sia il fatto che in Italia l'investimento preferito è ancora il caro vecchio mattone). Ora: voi ve le immaginate le masse impiegatizie, operaie, artigiane eccetera, che se ne vanno a concerto a sentire Luigi Nono? Che mettono i loro soldi in una cosa del genere? Al massimo, in certe precise aree geografiche (Emilia, Romagna, certe parti del Piemonte e della Lombardia...), si coltivava la passione per Verdi, come narra Guareschi in alcuni dei suoi racconti del Mondo Piccolo. Poi niente, o quasi niente. L'ascolto della musica colta è un passatempo per gente che ha già tutto, che ha soldi da buttare. Figuriamoci se "le masse" avevano tempo e denaro da impiegare nell'ascolto della musica di Luigi Nono - anche se è possibile ch'essa venisse loro imposta: la sua pagina Wiki afferma che Nono "cercò di portare la sua musica nelle fabbriche".  Mi viene un senso pazzesco di pena a immaginarmi gli operai in fabbrica, che già non è il lavoro più simpatico del mondo, obbligati per volontà di non si sa chi a sentirsi Luigi Nono nell'orario di lavoro (o in altre circostanze non precisate). Dunque, quell'arte non cercava un contatto con le masse: tuttalpiù si può dire che, in date circostanze, glielo imponeva

Il che fa ben capire che per le masse, perlomeno quelle che aderivano a ideali di sinistra, farsi docilmente "catechizzare" non era facoltativo: era obbligatorio. La lotta per "catechizzare" queste masse, soprattutto dagli ambienti intellettuali legati al PCI, veniva condotta con una certa solerzia. Ma non attraverso, o comunque solo marginalmente attraverso, la musica colta: bensì attraverso il cinema. Al cinema possono andarci tutti, anche chi di quattrini ne ha pochi: anzi, va detto che fino agli anni Settanta andare al cinema costava, in proporzione, molto meno di adesso. Ebbene: è cosa interessante rilevare come, nel ricordo di chi c'era, venga percepita questa "catechizzazione" inflitta alle masse dalla casta intellettuale di sinistra. Era una cosa gradita? Le masse, erano entusiaste? Pareva loro una buona idea? Potevano scegliere? Per rendersene conto, si può leggere un eccellente libro, Città di parole. Libro in cui Alessandro Portelli (autore dell'ottimo L'ordine è già stato eseguito, sulla strage delle Fosse Ardeatine) e alcuni suoi collaboratori (Bruno Bonomo, Alice Sotgia, Ulrike Viccaro) intervistano residenti del quartiere romano di Centocelle, uno dei quartieri popolari "storici" della Capitale. Ed è interessante annotare come fosse vissuta, all'epoca, questa "catechizzazione". Racconta Silvano Quintarelli, impiegato, classe 1958: "Noi annavamo all'Avorio, al Pigneto, a via Macerata. E quello è cinema d'assai... - Do' annamo? - Al cinema d'assai, no? Perché dovevi annà solo al cinema d'essai, al Broadway e al California nun ce potevi annà, perché sennò non eri comunista, e quindi dovevi annà pe' forza a vede' Sussurri e grida" [p. 104, il grassetto è mio].

Ho citato questo passaggio del libro di Portelli non per denigrare Sussurri e grida (un capolavoro, tra l'altro) ma per segnalare come a una identificazione politica dovesse, per obbligo, corrispondere il consumo di un certo prodotto culturale. Imposto, giova ricordarlo, dalla casta d'intellettuali allora dominante a sinistra, che tentava di catechizzare le cosiddette “masse” esponendole all’inudibile e all’inaudito. Una casta intellettuale potente, e bene organizzata. Dunque, tornando al pezzo di Scarpa, non deve sfuggirci che, quando egli mostra di rimpiangere questa età dell'oro, in pratica rimpiange l'età del potere sfrenato degl'intellettuali. Potere di cui oggi gl'intellettuali, o quelli che si professano tali, sentono una nostalgia terribile: nostalgia che si ripropone, surrettiziamente, in ogni loro lamentazione (che sia un lamento per l'involgarimento del pubblico, per lo strapotere del mercato, per la Restaurazione ch'essi temono essere in corso, poco importa: la sostanza del discorso non cambia di volta in volta, perch'essa consiste nel lamento, e in nient'altro).

also sprach licenziamentodelpoeta 11:09 | permalink | commenti (32)

mercoledì, aprile 04, 2007

Tempo fa, fu eìo (nei commenti a questo post: io ho la memoria di un elefante) a suggerire ch'io gli ricordassi il Golosastro. D'altronde, ancor prima, diversi blogger che sono stati a cena in mia compagnia hanno avuto modo di apprezzare la mia estrema sensibilità di gourmet. La mia passione per la buona tavola, per il buon cibo e il buon vino, qui, è ben risaputa: al punto che non vi spiacerà, spero, se omaggerò di un breve elogio in versi la figura professionale che, attraverso gli anni, mi ha permesso di godere di tali e tante soddisfazioni, ovvero il cuoco. E, poiché sono pigro, allo scopo di faticare meno, e di divertirmi di più, ho pensato di parodiare l'assai celebre composizione di un poeta più degno, il che mi ha risparmiato di scrivere una lirica ex novo. Che, si sa, lavorare stanca. State bene.

Al cuoco 

Forse perché delle fatali orgiate
tu sei il mago, a cucinare vien,
stasera! E quando si sorseggia lieti
giù nelle stive ed ai pianterreni,

e quando, appetitoso aedo, sottaceti
teneri, e funghi, e arrosto asperso meni,
sempre accendi l'orata, e le secrete
vie del mio languor soavemente tieni.

Vagar mi fai senza pensier su l'orme
che vanno al grande forno; e intanto s'unge
questo meo mento, e aumentano le forme

obese ed ure onde il medico si strugge.
L'agnello gira sulle brace, e enorme
lo stomaco guerrier entro mi rugge.

also sprach licenziamentodelpoeta 10:29 | permalink | commenti (12)

martedì, aprile 03, 2007

scusate il post politico ma ci sono precise ragioni ideologiche

Apprendo che Angelita dei Fantastici Quattro darà il suo otto per mille alla Chiesa Valdese. L'ideuzza mi stimola: lo farò anch'io. La cosa nasce da un appello di MicroMega, che è qui.  Nel frattempo voi, per quanto possibile, state bene. 

also sprach licenziamentodelpoeta 12:26 | permalink | commenti (18)

lunedì, aprile 02, 2007

church bell clinging on trying to get a crowd for evensong
nobody cares to depend upon the chime it plays

Pare che attorno al 15 aprile mi arriverà un buono acquisto di 500 euro da spendere su IBS. Ogni consiglio è bene accetto. State bene.

also sprach licenziamentodelpoeta 11:19 | permalink | commenti (14)