licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

giovedì, maggio 31, 2007

hey hey, my my

A causa del solito eìo, ho scoperto 'sto coso. Tecnicamente, m'ha ipnotizzato.

Comunque, ecco qua.

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giovedì, maggio 24, 2007

a pensarci, è una cosa talmente evidente, che non c'è bisogno

Io ho un problema coi libri, e questo problema è che va tutto bene, coi libri, li leggo volentieri, in linea di massima. Però a volte resto un po' deluso, perché gli autori di quei libri parlano di cose che hanno a che vedere col dolore, e poi non c'è il dolore.

Cioè, a volte succede, specialmente nei polizieschi o nei thriller ad esempio, che qualcuno venga ucciso. Oppure succede, nei romanzi d'amore, che qualcuno venga lasciato. E allora a me va benissimo il plot poliziesco o thriller come va bene il romanzo d'amore, va bene il romanzo in terza persona come il romanzo in prima persona, va bene il romanzo di guerra come quello di viaggio, va bene tutto, però se succede qualcosa che dentro deve starci il dolore, allora io m'aspetto il dolore. E invece a volte il dolore non c'è.

Che io lo so bene che a volte il dolore è indicibile, ma se tu scrittore mi racconti una cosa, e lì quella è una cosa che deve starci il dolore, pure se è indicibile come spesso lo è il dolore, io allora m'aspetto l'indicibile.

E non mi sta manco bene l'obiezione che mi fan certe volte, specie riguardo ai romanzi polizieschi o ai romanzi di guerra, che quando qualcuno muore, o resta mutilato, o gli succede una cosa orribile, e poi non c'è il dolore, cioè nessuno lo piange nessuno si strappa i capelli, nessuno si chiude in un indecifrabile silenzio, nessuno sente venirgli alle labbra parole che non riesce poi a pronunciare, nessuno chiude il negozio per lutto e abbassa la serranda, nessuno mette la bandiera a mezz'asta, nessuno piange come un ragazzino, nessuno piange come una vite tagliata, nessuno diventa pazzo, nessuno fa qualcosa senza un perché, nessuno si vergogna, nessuno si guarda le mani e pensa che quelle mani son proprio inutili, nessuno si volta e prende una strada da cui poi non si torna indietro.

Cioè succede a volte, nei romanzi polizieschi o nei romanzi di guerra, che qualcuno muore, o resta mutilato, o gli succede una cosa orribile, e poi non c'è il dolore, cioè la trama continua come se niente fosse, e gli autori, se gli chiedi il perché, dicono Eh ma lo vedi è in corso una situazione drammatica che la gente lotta per salvarsi la vita, non si può preoccupare di ogni dettaglio, quelli ci hanno la guerra, ci hanno il serial killer che li insegue, ci hanno lo sbirro che gli dà la caccia, ci hanno tutta la polizia del mondo alle calcagna dopo che gli è andata male la rapina, cosa vuoi che sia il dolore, non c'è tempo per il dolore.

Allora io penso che per il dolore c'è sempre tempo; il dolore decide lui, quando è il tempo, e se il dolore decide che tu devi metterti seduto a piangere, o che devi metterti seduto e basta, bè allora puoi averci anche la polizia o il serial killer che t'insegue, o le bombe che ti stanno scoppiando tutto attorno: tu, lì e allora, ti metti bello seduto.

Cioè vedete: io penso che nella vita c'è il dolore, e quando c'è il dolore non c'è guerra che tenga. Puoi essere in guerra, puoi essere un rapinatore, un delinquente, uno che ha ammazzato, ma ci sono dolori e sofferenze così immani che ti piegano e ti prostrano, e allora io diffido dei libri in cui il dolore è trattato, per così dire, come una cosa non tanto importante.

La cosa bella de La vergogna delle scarpe nuove, invece, è che c'è il dolore, ed è un dolore così indicibile che il protagonista e la sua donna neanche se lo dicono, fanno fatica a dirselo. Ed è un dolore indicibile al punto che il libro, letteralmente, racconta quel che c'è prima di quel dolore, e quel che c'è dopo, quel dolore, ma quando si tratta di dire come è fatto, quel dolore, di cosa è fatto, di prenderlo di petto e poi di raccontarlo, pagina 99, l'autore dice che si potrebbe anche non scrivere niente, tanto è tutto già chiaro di per sé.

Che poi è vero, che se uno scrive, scrivere spesso è un esercizio di stile, è tutto un girare attorno, perché ci sono delle cose che vorresti scrivere, ma spesso non sai come affrontarle. Dirle platealmente, è banale, e poi non avresti detto niente. E allora devi raccontare un po' quello che c'è intorno, devi evitare di fare uscite plateali. L'indicibile è indicibile, e bisogna insomma lasciarlo stare, l'indicibile. E allora è meglio parlare, ad esempio, di una lattina di birra ch'è ancora nel frigo, come fa giustamente Paolo Nori a pagine 219. Che magari da quella lattina lì lo si può magari intuire, l'indicibile.

E tu tu, lì e allora, ti metti bello seduto. Che se hai appena intuito una cosa ch'è indicibile, che vuoi che t'importi, di andare da qualche parte?

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martedì, maggio 15, 2007

interview with the storyteller

Alessandro Portelli ha già ai miei occhi il merito considerevole di aver scritto L'ordine è già stato eseguito, quello che è poi (per me) il libro più bello e importante scritto in Italia negli ultimi vent'anni, fors'anche negli ultimi trenta. In più ha scritto altri libri belli anzichenò, di cui uno recente (firmato assieme ai suoi collaboratori Bruno Bonomo, Alice Sotgia, Ulrike Viccaro): Città di parole. Storia orale di una periferia romana. Sul numero di "Stilos" oggi in edicola, c'è la mia intervista a Portelli a proposito del suo nuovo libro. Voi, nel frattempo, state bene.

also sprach licenziamentodelpoeta 08:54 | permalink | commenti (7)

lunedì, maggio 14, 2007

cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #4
(la prima puntata è
qui, la seconda invece è qui, la terza poi qui, la quarta qui)

La narrazione è, per contratto, una rinuncia all'utopia: o, meglio, dovrebbe esserlo per motivi di pura educazione verso il lettore (questo è un discorso complicato, ahinoi: così mi tocca suddividerlo in più post. Quello che state leggendo è il secondo; il primo è qui). Io dico spesso: l'atto di narrare per iscritto somiglia molto al gesto (immaginario) di uno che parli in pubblico senza che sia possibile interromperlo. Il foglio di carta (i libri son fatti di fogli di carta) è muto alle nostre domande: non possiamo interrogarlo, non possiamo fargli obiezioni. Sta lì, c'è della roba scritta sopra, è un oggetto statico che si rifiuta di interagire con noi. Si può leggerlo, e basta. L'unica obiezione che possiamo fare alla pagina scritta è anche la più radicale: ovvero, quella di non leggere più (quella pagina, quel libro). Il lettore ha diritto di sollevare tale obiezione per qualsiasi ragione, o anche per nessuna, poiché la lettura è una attività squisitamente arbitraria, totalmente voluttuosa, divinamente superflua: possiamo, dobbiamo considerare un libro come una cortigiana con la quale intrattenerci a sollazzarci finché ci dà gusto, per poi scacciarla non appena ci siamo stufati, annoiati, infastiditi (se siete donne, rimpiazzate la parola cortigiana con toy boyuomo oggetto, e tutto va a posto). Il libro è un oggetto che non va amato (o, peggio che mai, rispettato): bensì posseduto, goduto, usato. L'amore, quando si parla di libri, è una perversione del gusto: non nego di averla sperimentata io stesso, ma l'ho sperimentata come un limite, una sconfitta, un vincolo che distoglie il bibliofilo dalla sua vera e più degna occupazione, ch'è il libertinaggio. Libertinaggio della carta e dei volumi che - similmente al libertinaggio carnale - esige distacco, curiosità, voglia di divertirsi e di trovare un rimedio alla noia. Poi, ovviamente, nei propri percorsi di libertino il bibliofilo può pure innamorarsi: ma, appunto, lo farà ben sapendo che amare un singolo libro è una perversione, una disfatta: e lo farà con la consolazione del fatto che, se pure è vero che s'è innamorato, lo ha fatto dopo aver gustato innumerevoli altri libri, dopo averli minuziosamente ispezionati, doviziosamente esplorati, ardentemente posseduti. Guai invece a colui che, avendo letto pochi libri, s'innamora di uno: a meno ch'egli non si ravveda, sarà per sempre un incolto, un ignorante, un cialtrone, uno che di libri probabilmente non capirà mai un beneamato cazzo; uno a cui il bibliofilo vero, ch'è sapiente e libertino, non potrà fare a meno di guardare con sufficienza, e una punta di disprezzo. [continua nei prossimi post] 

also sprach licenziamentodelpoeta 11:57 | permalink | commenti (13)

mercoledì, maggio 09, 2007

welcome to the jungle

E adesso pure Ernesto Aloia c'ha un blog.

Fate un salto a trovarlo: e state bene.

also sprach licenziamentodelpoeta 08:29 | permalink | commenti (6)

martedì, maggio 08, 2007

and them downtown boys sure talk gritty

Scena: ufficio, quarto piano, davanti alla macchinetta del caffè. Un po' di colleghi oziano davanti alla macchinetta sunnominata, chiacchierando. Arriviamo io e Bruno S., funzionario dell'Ispettorato gestionale, autentico romano de Roma. Ci uniamo alla conversazione. Due nostre colleghe, una sui trenta e l'altra sui trentacinque, discutono animatamente a proposito di un certo personaggio del Grande Fratello (il nome non lo ricordo, perché non so chi sia: qui lo chiamerò Tizio). Ma Tizio è carino? Ma è più meno carino di Caio (altro personaggio del Grande Fratello)? Ma è stronzo? Ma non si è comportato male con Sempronia (altra personaggia del Grande Fratello)? Ma è stato sincero con lei? Ma avrà detto la verità quand'era nel confessionale? Ma...

A questo punto, una delle due colleghe, la più giovane, fa l'errore della sua vita (o giù di lì). Si rivolge a noi e dice: Ma voi l'avete visto Tizio fare così e cosà con Sempronia?

Al che io, diplomaticamente, taccio. E Bruno invece replica serafico:

"No, io veramente Tizio non lo seguo se non pe' menaje".

Saggezza romana.

also sprach licenziamentodelpoeta 08:47 | permalink | commenti (16)

giovedì, maggio 03, 2007

who you think is really kickin' tunes?

Aggiornata la colonna degli argomenti sulla sinistra. Ora ci trovate anche: le mie osservazioni su Buonasera alle cose di quaggiù, di Antònio Lobo Antunes; su 100 bullets di Eduardo Risso e Brian Azzarello (prima e seconda parte); su alcune cose utili da fare per leggere e scrivere narrativa con profitto (prima e seconda puntata: e sì, ne sono previste altre); sulle cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi (prima, seconda, terza e quarta puntata: e sì, anche di queste ne sono previste altre). Ho pure eliminato alcuni link a post che mi sembravano bruttini, o un po' vecchiotti, o noiosetti. Voi, nel frattempo, state bene. 

also sprach licenziamentodelpoeta 10:39 | permalink | commenti (3)

mercoledì, maggio 02, 2007

cose imbarazzanti (avvisiamo il gentile lettore che voglia andare al cinema a vedere The Good Shepherd che qui ci sono spoilers spoilers spoilers)

Sì, va bene tutto, ma però.

Va bene il subplot del vero/falso colonnello russo defezionista, però quando un personaggio diventa scomodo, non va bene di suicidarlo così platealmente, se ne accorgono tutti.

Va bene che la squinzietta di colore della quale s'innamora (nel 1960 o giù di lì?!?) il figlio adorato e bianchissimo e wasp del protagonista (nel 1960 o giù di lì?!?) è un pericolo per la sicurezza nazionale e una spia russa eccetera, vabbè. Però io la famiglia bianchissima e wasp, con tanto d'iscrizione d'ufficio dei figli maschi alla confraternita Skulls & Bones, il cui figlio dice di voler sposare una nera e la cosa non viene accolta come una delle sette piaghe d'Egitto, io devo ancora vederla. Cioè, pure se fosse la figlia di un magnate dell'acciaio repubblicano, altro che spia russa. E questo, oggi. Figuriamoci nel 1960 o giù di lì.

Va bene che lo stereotipo degl'italiani pizza-spaghetti-mandolino-Dio-Chiesa è ancora vivo e lotta insieme a noi (anzi, contro di noi). Però De Niro, che qui fa il regista, dovrebbe aver frequentato Scorsese abbastanza da sapere come si caratterizzano personaggi italoamericani. La domanda che il vecchio mafioso italiano fa a Wilson nel corso del loro unico incontro è una caduta di stile imperdonabile, se pure stava nella sceneggiatura di Eric Roth allora De Niro, come regista, avrebbe dovuto cassarla.

Va bene che il protagonista Edward Wilson è un uomo tutto sommato incolore, però è quasi imbarazzante che tutti quelli che gli stanno attorno siano più carismatici di lui. Perfino i vecchi: l'anzianotto e poi malato generale fondatore dell'OSS e della CIA, il maturo professore/veterano dello spionaggio che finisce annegato nel Tamigi. Perfino Ulisse, l'omologo russo di Edward Wilson, ha più carisma di Wilson. Vien da chiedersi come mai 'sto pisquano di Wilson faccia tanta carriera, visto che oltretutto la sua è un'esistenza costellata più di sconfitte che di vittorie.

Va bene che che il protagonista Edward Wilson è un uomo tutto sommato incolore, però allora non si capisce perché Angelina Jolie tenti così brutalmente di scoparselo.

Va bene che sospendiamo l'incredulità, ma non si capisce perché l'organizzazione dello sbarco nella Baia dei Porci (roba da Operazioni Speciali) venga affidata a Edward Wilson, ch'è un funzionario del controspionaggio. Che cazzo c'entra?

Va bene che l'episodio narrato da Wilson quando viene iniziato agli Skulls & Bones è una metafora del suo ruolo come personaggio, ma è troppo specchiata. L'episodio è questo: il padre di Wilson si spara, il figlio bambino è il solo testimone del fatto. Il ragazzino fa sparire la lettera di addio del padre ai suoi cari, dopodiché s'inventa la storia che il padre è morto perché l'ha ammazzato lui per sbaglio. Facile metafora: Wilson sarà per tutta la vita custode di segreti indicibili, che maschererà producendo verità più tollerabili per il mondo che lo circonda. Però la metafora è davvero troppo facile, e il personaggio vi aderisce troppo integralmente.

La cosa più figa di tutte era la faccenda che Wilson non avesse letto la lettera del padre. Ho sperato per tutto il film che continuasse a non farlo. Purtroppo The Good Shepherd mi ha deluso anche in questo.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:14 | permalink | commenti (8)