licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

venerdì, giugno 29, 2007

(intermezzo)

Mi sa che mi ci dovrò abituare: voglio dire, all'ennesima lusinghiera "recensione spontanea" di Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma. Voi, nel frattempo, state bene.

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martedì, giugno 26, 2007

all king's horses and all king's men

Una cosa istruttiva della quale ci si accorge (almeno, io me ne sono accorto) davanti a Tutti gli uomini del re di Steven Zailian è che, pur non essendo un capolavoro ma semplicemente un decoroso prodotto artigianale, è una bella spia dello stato di salute della passione civile negli USA, ed è un film che informa con puntuale esattezza dello zeitgeist statunitense d'oggidì. Succede questa cosa, e non di rado, con opere non eccelse: perché i capolavori, i grandi film i grandi libri eccetera, sono opere senza tempo; mentre narrazioni più modeste - che non mirano (neanche inconsapevolmente) ad entrare nell'olimpo assoluto delle Grandi Opere - proprio per via del fatto che sono meno ambiziose riescono a catturare più efficacemente un clima morale e psicologico, uno stato d'animo diffuso, lo stato dell'arte delle ansie di una società e del suo immaginario collettivo.

Per meglio capire Tutti gli uomini del re occorre rifarsi a una narrazione vecchia di quasi trent'anni, ovvero il film Brubaker di Stuart Rosenberg, trasmesso insistentemente su Retequattro per anni e anni, a più riprese, nell'ambito della programmazione del ciclo de I bellissimi (i film di seconda serata): il che è quasi paradossale pensando al fatto che, pur essendo Retequattro la più conservatrice delle reti berlusconiane (e quella più a indirizzo radicalmente piccolo-borghese) essa abbia avuto in palinsesto, e con una certa insistenza, pellicole dichiaratamente radical come Tutti gli uomini del PresidenteI tre giorni del Condor e, appunto, Brubaker. Ma, tornando al film Brubaker in sé e per sé, occorre dire che si tratta di uno dei gioielli del cinema americano engaged di quegli anni. Il plot è piuttosto banale - cito da Wiki: "Henry Brubaker è un criminologo riformista ed ex capitano dell'esercito, al quale viene affidato il compito di dirigere il penitenziario di Wakefield, uno dei peggiori degli Stati Uniti. Per rendersi conto delle reali condizioni di vita dei detenuti, si introduce nel carcere, fingendosi, per alcuni giorni, detenuto egli stesso. Una volta svelata la sua identità, inizia un'azione di radicale cambiamento della vita all'interno della prigione, cercando di eliminarne le ingiustizie e scontrandosi con i corrotti membri del consiglio di gestione del penitenziario" -. Ovviamente Brubaker vorrà spingersi troppo oltre nella sua pur degnissima crociata moralizzatrice e, refrattario al compromesso, verrà rimosso dall'incarico. Insomma: la parabola dell'uomo coraggioso che vuol cambiare la società, migliorando le condizioni di vita dei suoi simili, ma viene sconfitto da un sistema corrotto e retrivo. Nulla di nuovo in questo (si tratta di una narrazione che si rifà ad un mito antichissimo, quello di Prometeo); ma la bellezza di Brubaker sta nel suo essere affollato di eccellenti interpretazioni; sta nell'eleganza e alla sobrietà dei dialoghi; nella sceneggiatura ferrea e potente, che lascia da parte le tirate ideologiche del cinema di protesta e si limita a far parlare gli eventi; nella crudezza con la quale vengono mostrati gli abusi praticati all'interno del carcere (che vanno dai maltrattamenti puri e semplici, allo sfruttamento illegale del lavoro dei detenuti, fino alle torture). Brubaker, come adattamento del mito prometeico, è molto aderente al capolavoro messo in scena da Eschilo: l'eroe esce sì sconfitto da una lotta impari, ma la sconfitta non toglie nulla alla sua dignità, anzi la accresce (e ciò nel film è reso in via del tutto esplicita, quando vediamo i detenuti acclamare Brubaker che se ne va, alla fine del film).

In un certo senso, visto che Brubaker uscì nel 1980, si tratta di un film che segna, non senza malinconia, l'epilogo dell'impegno e della passione civile degli anni Settanta. Viene in mente I tre giorni del condor, film del '75 sempre con Redford primo attore: il quale si chiude con il protagonista che consegna a un giornale le prove del losco intrigo firmato dalla CIA (dunque confidando nella più antica delle risorse della cultura liberal americana: il giornalismo, che pure disvelò il Watergate); ma il deuteragonista Higgins, magistralmente interpretato da Cliff Robertson, domanda a Redford: "E se non la stampano, la tua storia?", ipotizzando un possibile asservimento dei media all'establishment. Un finale che ha già un tocco di cinismo. Ma in Brubaker il cinismo è ben più accentuato: sono passati cinque anni, molto speranze si sono infrante: è vero che vediamo Brubaker andarsene acclamato dai detenuti, ma è anche vero che il nuovo direttore cancellerà tutte le innovazioni inaugurate dall'eroe prometeico sconfitto.

Ma per parlare a lungo di Brubaker (e non solo) non siamo ancora arrivati a discorrere di come la visione di questo film ci aiuti a capire meglio Tutti gli uomini del re. Ne parliamo, dunque, nel prossimo post.

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giovedì, giugno 14, 2007

after the torchlight red on sweaty faces

Sul numero di "Stilos" in edicola in questi giorni, una mia (corposa) intervista a Ernesto Aloia, autore dell'ottimo I compagni del fuoco.  State bene.

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mercoledì, giugno 13, 2007

la muta del serpente
nasconde il tuo vero nome


Io lo dico sempre che la scrittura è, prima di tutto, un'arte mimetica.

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lunedì, giugno 11, 2007

il tavolo del patologo
dissezione di un racconto di Valeria Parrella


Il racconto che andiamo a esaminare, Dritto dritto negli occhi, dalla raccolta mosca più balena, è un esempio tipico dei racconti di Valeria Parrella, modello di inconsistenza e bruttezza: una storia fessa,
con personaggi di cartone, appiattiti sull'istanza drammaturgica del testo narrativo manco fossero personaggi di un action movie. Il problema è che i racconti della Parrella contengono ben poca azione, ed anzi hanno vistose pretese di narrazione psicologica. 

L'istanza drammaturgica di Dritto dritto negli occhi la si potrebbe sintetizzare così: c'è un personaggio, che è anche l'io narrante (il racconto è in prima persona) che identificheremo per brevità con la lettera N (anche se il nome col quale il personaggio è noto è "Guappetella" prima e "Marella" poi). N vuol riscattarsi da una condizione di inferiorità sociale sfruttando le sue doti seduttive per far strada fino a inserirsi in un contesto altoborghese. Si lega prima a un malavitoso ("O'stuort"), poi a un gregario della camorra che fa il negoziante ("Il Principe"), infine all'avvocato che sposerà. Il climax della storia lo abbiamo quando N scopre che la famiglia e l'ambiente del suo futuro marito non sono disposti ad accoglierla a causa del suo passato di mantenuta di malavitosi. Questo è anche il solo punto di crisi della carriera di N: fino a quel momento, è andato tutto come voleva lei. Il punto di crisi si risolve attraverso una scena abbastanza ridicola (pagg. 30-31), quella in cui N va a prendere il senatore e gli mostra la città dall'alto. Sarò anche scemo, ma non ho mica capito in che modo 'sta sceneggiata dovrebbe convincere un uomo assennato a far tutte le pressioni necessarie a far sì che la sua protetta venga accettata in un ambiente che la respinge. E anche se fosse: non sta in piedi, N non verrebbe mai accettata in pieno. Figurarsi le maldicenze, le occhiate di traverso...

Ora: quando dico che N è appiattita sull'istanza drammaturgica della narrazione, mi riferisco al fatto che le sue relazioni con altri personaggi hanno una funzione unicamente legata alla chiarificazione dell'istanza. Alcuni esempi:

1) la madre, descritta nel racconto come una donna sconfitta, vecchia (forse sconfitta perché vecchia), ben capace di comprendere i meccanismi che regolano i rapporti di forza dell'ambiente in cui sua figlia sguazza ("fatte mettere a casa n'faccia", pag. 20; "c'è mettemm' int'o sacchino", pag. 31) ma appunto percepita come perdente, in quanto ai suoi tempi non è stata abbastanza bella e/o scaltra da applicarli lei stessa.

2) Le studentesse fuorisede che N ha in casa (vedi pagg. 24 e 28): raccontate come puro elemento di confronto, verso cui N prova invidia e risentimento (quella rispettabilità che esse danno per scontata, N sta lottando duramente per averla): vedasi la scena rabbiosa di pag. 28.

3) Le signore conosciute in palestra, anch'esse puro elemento di confronto: sono mogli, hanno quella rispettabilità che N vorrebbe, ma ne rappresentano una versione incrinata/fallita: si vedano le scene di pag. 26. Stessa funzione ha l'incontro con la moglie del principe, a pag. 23.

Insomma: nel mondo di Dritto dritto negli occhi, N ha soltanto rapporti utili a modellare l'istanza drammaturgica del racconto. Vien da chiedersi: ma un momento di tenerezza e/o rifiuto e/o dialogo e/o incontro e/o scontro con la madre, non ce lo vogliam proprio mettere? Un istante di esplorazione di questi rapporti umani? 'Ste sorelle di cui si parla (citandole appena) a pag. 20, dopodiché scompaiono? Un amico, un amante disinteressato, un amore respinto/negato, un qualche conflitto tra l'amoralità dei progetti di N e i suoi rimorsi, rimpianti, ricordi?

(Qualcuno mandi la Parrella a scuola da Magda Szabò per farsi insegnare come si delinea la complessità della psiche di una donna, cazzo).

E poi: possibile che N, questo mostro di cinismo che manco il Bel Ami di Maupassant, viva in un mondo così funzionale ai suoi scopi?, così unidimensionale? Con personaggi, a loro volta, che sembrano non chieder di meglio che servire l'istanza drammaturgica del racconto? 'Sti uomini che si fanno lasciare quando a lei conviene, con meraviglioso senso di opportunità (in pratica: non appena pianta uno, ha già pronto il prossimo), che alle sue scelte non fanno la minima resistenza? Passi per il primo (che sta in galera quando lei lo molla), ma il Principe? Sarà che io ben fatico a immaginarmeli, 'sti malavitosi, così remissivi di fronte a una ragazzina che ha tutte le maniere della virago...

Gli altri racconti della Parrella, occorre dirlo, non sono diversi nel loro piattume, nella pochezza di contenuto e nell'assoluta identità tra istanza drammaturgica del testo e agire dei personaggi.

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domenica, giugno 10, 2007

si può anche uccidere per lei

Partendo da Frank Miller (e tornandoci), Boris Battaglia fa tutto uno strepitoso discorso sulla femme fatale in narrativa e nell'immaginario collettivo. Leggete, e state bene.

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venerdì, giugno 08, 2007

scene da un (quasi) matrimonio
ovvero, il romanticismo 2.0

Allora, lui e lei sono tanto innamorati e di qui a pochi mesi si sposeranno e stanno a letto insieme a dirsi tante carinerie e a farsi le coccole e darsi i bacetti pciù pciù: e insomma a far tutte le cose che fanno le persone innamorate quando stanno a letto assieme per dimostrarsi a vicenda quanto si vogliono bene anche se non sono ancora arrivati al petting spinto. Finché a un certo punto lui dice: Sai, c'era una cosa che ti volevo dire da tempo, ed è che io, prima di conoscerti, avevo sempre sognato un rapporto in cui non ci fossero tutte le paranoie le ansie e i problemi che sembra che ormai rovinino tutte le storie d'amore, cose terribili come le liti insensate, e le gelosie recipriche motivate e/o immotivate, e le recriminazioni furibonde, e le lotte per il predominio nella coppia, e i meschini egoismi, e le squallide ripicche, e le rivendicazioni personali, e le faide che a lungo si protraggono, e i tentativi di cambiare l'altra persona a proprio uso e consumo, e il trattare l'altra persona come un oggetto, e l'incapacità di ascoltare, e poi anche l'incapacità di capire, e le crudeltà operate senza un perché, e gli scheletri nell'armadio che prima o poi saltano fuori, e l'incapacità di perdonare, e l'incapacità di dimenticare, e la mancanza di tatto, e la mancanza di discrezione, e...

Al che lei lo interrompe, sbattendo le lunghe ciglia e abbracciandolo più forte e dicendo (con una vocina tenera tenera): E allora, tu stando con me, insomma stando insieme, hai trovato un rapporto in cui non ci sono tutte queste brutte cose?

E allora lui fa una pausa di un paio di secondi e poi le risponde Veramente no, queste cose ci sono lo stesso, però siccome ci amiamo tanto e ci vogliamo bene e abbiamo pazienza l'uno con l'altra, riusciamo a gestirle e ad amministrarle e insomma a impedire che distruggano il nostro rapporto.

Cala un imbarazzato silenzio.

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giovedì, giugno 07, 2007

as a foundation left to create the spiral aim,
a movement regained and regarded both the same

Sperando di far cosa utile e gradita a chi mi legge, ho aggiornato la mia Shelf su aNobii con il tag "recensiti sul blog", in modo da creare un indice (completo di link) a (più o meno) tutti i libri recensiti qui nel corso degli anni: indice che, per ovvie ragioni di spazio, non può trovar posto nella colonna di sinistra. Voi, nel frattempo, state bene.

Aggiornamento 7/6/2007 ore 11.22. Pare che il link (per misteriose ragioni) funzioni dall'interno di aNobii, ma non dall'esterno. Vi farò sapere se e quando il problema verrà risolto.

Aggiornamento 7/6/2007 ore 11.27. Problema risolto. E' che il link non funziona senza il carattere "/" alla fine. Certo che è ben fiscale 'sto aNobii.

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mercoledì, giugno 06, 2007

intervista ad Alessandro Portelli a proposito del libro Città di parole 

[questa intervista è stata pubblicata, in una versione leggermente ridotta, su "Stilos" del 15 maggio 2007]

Città di parole è la narrazione, ricostruita attraverso l’interrogazione orale delle fonti, della storia del quartiere romano di Centocelle dalla nascita a oggi. Perché proprio Centocelle?
 
Perché è quello che ci è stato commissionato da Elisabetta Aloisi, all’epoca Assessore alla Cultura del VII Municipio di Roma, che ci aveva, in origine, commissionato una ricerca sul VII Municipio. Infatti poi durante il lavoro per scrivere Città di parole abbiamo fatto ricerche su Tor Tre Teste, su Alessandrino, su Quarticciolo che nel libro sono in parte confluite, perché sono aree che fanno parte del VII Municipio anche se sono altri quartieri rispetto a Centocelle. La ricerca è partita dall’idea che il VII è un po’ un “municipio-deposito”, cioè ci sono tutti gli scarichi, i depositi dell’ATAC, della Nettezza Urbana eccetera, e anche per la gente che ci abita è un po’ un “deposito”, cioè rischia di essere percepito come un posto senza identità, perciò abbiamo pensato di fare un lavoro che servisse a “dare identità” al VII Municipio, ricostruendone la storia. Poi quando si è trattato di pubblicare il libro e si è preso contatto con l’editore Donzelli, allora si è deciso di concentrarsi su Centocelle. Quindi abbiamo lavorato su commessa, cosa che a me e al mio gruppo non capita quasi mai. Tra l’altro la commessa era per venticinque interviste: tutto il resto è diventato “lavoro militante” e però poi ci siamo appassionati, ovviamente.
 
Il libro è costruito con i materiali ottenuti intervistando centoventi persone. Quali i criteri per la scelta degli intervistati?
 
In primo luogo, realtà con cui avevamo già contatti. Certo, poi la ricerca è andata avanti pensando anche un po’ a dei soggetti, da una parte al mondo cattolico, ma anche all’immigrazione, un po’ per “grappoli”, abbiamo incontrato gente del centro sociale Forte Prenestino, abbiamo anche incontrato... quei luoghi dove c’è stata presenza delle Brigate Rosse, ad esempio in una intervista ottenuta con grande fatica, grazie a contatti sviluppati in anni di ricerca sul territorio, siamo riusciti a parlare con un ex esponente brigatista di Centocelle, che sta a Tor Tre Teste. Poi quando ci siamo messi lì per sbobinare le interviste, scrivere il libro eccetera, allora ad esempio Bruno Bonomo ha detto: “Ah ma è tutta gente di sinistra, non abbiamo intervistato nessuno che sia di destra!” e così, per colmare questa lacuna, allora abbiamo anche fatto anche delle interviste con soggetti legati ad An.
 
Gli intervistati del libro citano Centocelle come uno dei luoghi di incubazione di determinate realtà politiche con una identità forte, anche legate alla lotta armata, o con essa connesse, o da cui si sono distaccati gruppi che poi hanno praticato la lotta armata, ad esempio realtà come Potere operaio, Senza tregua etc. Che percezione si ha di questo passato, a Centocelle?
 
Questa è certamente una di quelle cose che che uno potrebbe capire meglio se a Centocelle ci stesse a lungo e in profondità. Certo c’è la sensazione, parlando con gente di quella generazione lì, delle ferite che si portano addosso, di una cosa che ha lasciato il segno nelle persone. Non so quanto l’abbia lasciato nel quartiere, a parte le scritte sui muri che ogni tanto vedi a Centocelle come le puoi vedere un po’ ovunque, anche perché Centocelle nel frattempo è molto cambiata, non è detto che ci siano le stesse persone... Io tra l’altro quando militavo nel “manifesto” frequentavo Centocelle perché lì c’era un gruppo del “manifesto” particolarmente interessante, uno dei pochi gruppi con una presenza operaia vera. A me sembra che al momento la presenza politica che dà di più il segno sia quella di realtà come Forte Prenestino, che sono molto diverse - anche molto “lontane” - dall’esperienza degli Anni di piombo, ma che di quelle vicende di quegli anni hanno serbato memoria.
 
E che memoria ne hanno, secondo te? E’ una memoria concreta, fattuale, o c’è stata una sorta di “elaborazione mitopoietica” che ha filtrato e distorto gli eventi, come spesso avviene nelle memorie collettive degli eventi accaduti in quegli anni?
 
Io, nelle interviste che abbiamo fatto a persone coinvolte più o meno direttamente nelle vicende della lotta armata, non ho avuto la percezione di una narrazione mitica. Perché diciamo che nessuno, nemmeno quelli che sono ancora i più legati a quella memoria, ne faceva una esaltazione. La cosa più “mitica” la dice un prete: quando dice che la sua parrocchia era frequentata da due ragazze meravigliose, una è andata a fare la missionaria in Africa, l'altra nelle Brigate Rosse, e le motivazioni in pratica erano le stesse. E’ straordinario, no? E non è che sia un “prete rosso” o altro del genere, è semplicemente un prete che si rende conto di che tipo di motivazioni alcune persone hanno avuto per andare a fare quell scelte. Quindi diciamo che non è una costruzione mitologica, del tipo: “ah sì la rivoluzione, gli eroi eccetera”. A dire la verità, un discorso mitico di questo tipo non lo si sente fare nemmeno sulla Resistenza.
 
Eppure nel libro ci sono dei personaggi, che la Resistenza l'hanno fatta, e che vengono raccontati quasi come dei personaggi mitici da chi li ha conosciuti e frequentati...
 
Esatto, vedi però, vengono raccontati come dei personaggi mitici quelli che poi son rimasti emarginati socialmente.
 
Sì infatti, c’è uno di questi personaggi narrati nel libro, che vien ricordato da diverse persone, uno che ha fatto la Resistenza e poi si è ritrovato emarginato, forse perché lui stesso si è messi ai margini. C’è uno uno degli intervistati che dice, a proposito di questo personaggio, che avrebbe potuto diventare senatore, o quello che voleva, e ha scelto di rimanere lì, di essere un emarginato...
 
E’ Nino Frezza, è lui quello. Ed ecco appunto, pensa al momento in cui Raffaele Sena descrive la battaglia su Piazza dei Mirti e la descrive in modo molto antieroico. E persino in Rosario Bentivegna c'è una componente di ironia, di umorismo nel modo in cui te la racconta lui. Ed ecco a me non pare di cogliere in queste narrazioni... un approccio mitico. O forse proprio nel modo in cui abbiamo costruito il libro abbiamo scelto questo taglio non-mitico, ma il libro è venuto così perché questa è la modalità che veniva fuori. Molto tranquilla, molto concreta, che riconosce quella storia, in parte ci si identifica, in parte c'è un rapporto ancora difficile e complicato col ‘77, e però chi ha vissuto quella parte di storia non la vive come una gloria, la vive come un fatto che è successo.
 
Si può dire che forse il maggior senso di nostalgia, o di ricordo di un'epoca gloriosa, più che nelle persone che hanno fatto la lotta armata, o magari nei ricordi della Resistenza, sta addirittura in chi diceva, a proposito degli anni delle lotte sociali e politiche che a Roma hanno infiammato le periferie: “Vedi allora occupavamo le case, facevamo gli scioperi in fabbrica eccetera”, lì in quelle testimonianze si sente un fortissimo senso di nostalgia e di ricordi di quell'epoca come di un'età mitica. C’è questa cosa che si sente nelle testimonianze di Laura Grossi, Natalina Menturli, Fiorella Di Bari...
 
Sì, tutta la storia di Raffaele Sena ma anche in altre, diciamo che sì c'è il senso di un momento alto, di una lunga “fase alta” di coscienza, di partecipazione d'impegno di conflitto, che adesso vedi di meno. Però se devo dire: mi sembra che la narrazione più mitica è magari quella che dice: “allora non c'erano le cacche dei cani sui marciapiedi”. Voglio dire, più che una narrazione mitica della politica, c'è una narrazione forse non proprio mitica, ma che certo passa per stilemi del mito delle origini, su i fiori dei villini, la campagna, su Centocelle “com’era una volta”, ecco.
 
La scomparsa delle osterie, la sostituzione delle osterie con i bar con le pizzerie... Poi mi viene in mente la scena di quei due ragazzi che s'infiltrano all'aeroporto di Centocelle durante la guerra, del tedesco che gli spara e loro scappano...
 
Ecco quella però è una intervista fatta a San Lorenzo, finita lì nel libro perché volevamo raccontare qualcosa dell'aeroporto di Centocelle, ma quello è un incontro casuale fatto a San Lorenzo con una persona che io intervisto per farmi raccontare i bombardamenti di San Lorenzo, e che però nel 2000 mi racconta poi di Centocelle. Questo è un po’ un dato della storia orale, succede... però quando si parla di “nostalgia” comunque penso a quell’intervistato che mi dice: “andavamo a fare le scampagnate alla Torraccia, allora lì era tutta campagna”. Ecco io penso più a questo se parliamo di nostalgia, ben più che dei momenti alti di certe lotte... c'è più nostalgia di un quartiere-comunità, dei villini coi fiori eccetera. E però io trovo straordinaria l'intervista di quello che mi dice: “quanto era bella la puzza dell'asfalto dopo la pioggia”. Cioè questa concretezza, vien da pensare che le persone che abbiamo intervistato, se pure hanno nostalgia, è una nostalgia molto materiale molto concreta molto legata alle cose... Con relativamente poca costruzione mitica.
 
Hai fatto nel libro anche un discorso sulla periferia che cambia, verso pagina 207, tu espliciti il fatto che c'è periferia e periferia, intervisti un gruppo di ragazzi, di una periferia molto estrema rispetto a Centocelle. Sono i ragazzi che stanno davanti a una polisportiva...
 
E’ un discorso che mi fa venire in mente quello che dice Gianni De Domenico del Prenestino, che dice che Centocelle, per quelli che vengono da Torre Maura, è diventato centro. In una intervista poi c'è una ragazza che dice che Centocelle è un posto dove loro, che vengono da Torre Maura, vanno a fare shopping. Per cui ormai in un posto come Centocelle c'è tutto, in termini di negozi etc... quello che manca è l'offerta culturale che prima c'era, ad esempio se si pensa a quello che è stata l'esperienza del Teatro Centocelle...
 
E’ una esperienza quella del Teatro Centocelle che tu rievochi con forza nel libro... ti va di spendere due parole per parlarne? E’ una cosa che, anche per me che a Roma ci sono nato, è difficile immaginarla se non la si sa... Uno non se lo immaginerebbe mai che a Centocelle ci possa esser stata una cosa del genere. Nel libro racconti che si faceva anche teatro sperimentale, venivano compagnie di prim'ordine... C'è tutta una serie di cose che, se tu dici oggi che c'erano queste cose a Centocelle, a uno che non lo sa, quello pensa che gli stai raccontando una favola...
 
Se oggi cerchi Centocelle sul motore di ricerca Google come primo risultato vengono fuori i Centocelle Nightmare...
 
I Centocelle Nightmare, sicuro, famoso gruppo di spogliarellisti...
 
Ecco, oggi se cerchi Centocelle su Internet viene fuori questo. Io il Teatro Centocelle l'ho frequentato molto, era un periodo che stavamo formando il Canzoniere del Lazio, e il Canzoniere del Lazio ha fatto un paio di concerti lì. E’ stata veramente un'esperienza di un'altra epoca della nostra storia, per cui c'era Luigi Martella che adesso tra l'altro lavora all'Arci, fa il postino, e lui gestiva questo teatro con un'apertura totale, ma anche quando gente come Dacia Maraini ha fatto lo spettacolo a Centocelle, coinvolgendo gente di lì, Centocelle: gli anni del fascismo, ma anche Il Buio... adesso è abbastanza raro che intellettuali di quella levatura “ascoltino” la periferia e ci lavorino dentro... C'è questa esperienza adesso in corso a Tor Bella Monaca, del Teatro Tor Bella Monaca... ma pare che sia una cosa ancora molto separata rispetto al quartiere. Quello a Centocelle davvero è stato un momento eccezionale... le manifestazioni cittadine della sinistra extraparlamentare contro il “decretone”, che era una cosa di aumento di prezzi eccetera, la manifestazione contro il “decretone” la andammo a fare a Centocelle. Cioè l'intero movimento romano manifestava lì, non da Piazza Esedra a Piazza Santi Apostoli come accadrebbe oggi.
 
E fu una scelta dovuta a...?
 
Fu una scelta perché si riteneva che a Centocelle ci fosse una composizione di classe più vicina. E allora a Centocelle tu avevi: da una parte gli extraparlamentari che facevano la loro politica in tutti i modi possibili e immaginabili, dall'autoriduzione delle bollette all'occupazione delle case, fino al caso estremo della lotta armata. Dall'altra c'era il Pci... Ecco Centocelle era un quartiere in cui contemporeaneamente la politica era... spostare il mercato rionale da qui a lì, fare le cose concrete, gli spazi di verde pubblico, i parcheggi... la cosiddetta “politica della fontanella”... ma fare politica era anche fare teatro sperimentale. Cioè è la stessa gente che fa le cose, non necessariamente le stesse persone, ma la stessa realtà politica. E poi c'è un'altra battuta che mi piace tantissimo, la dice uno di Quarticciolo, in sostanza è: “abbiamo ottenuto così tanti successi che poi la gente s'è abituata ed è diventata conservatrice”. E un luogo comune che sento dire in giro: “li abbiamo fatti diventare tutti borghesi e ora votano a destra”. Il fatto del Teatro Centocelle è stata una delle cose più belle successe a Roma perché... era meglio dell'Estate Romana. Perché l' Estate Romana era un grande evento, però a livello di partecipazione politica avevi l'impressione, sembrava che fosse un po' calato dall'alto... il Teatro Centocelle era “il quartiere che si chiamava dentro le cose”.

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martedì, giugno 05, 2007

non c'è pazienza per l'estetico né più passione per l'ermetico

Lui e lei sono i miei deejay. Ma lo sanno?

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lunedì, giugno 04, 2007

[questo articolo è stato pubblicato, in una versione  assai più breve, su "Stilos" del 15 maggio 2007]

la borgata è al centro di Roma (recensione del libro Città di parole di Alessandro Portelli)

Roma, nell'opinione corrente, è un luogo che coincide con la sua duplice Storia: capitale di un grande Stato mediterraneo, quello romano antico, repubblicano prima e imperiale poi; e cuore pulsante degli Stati Pontifici. Roma, come luogo geografico, nell'immaginario collettivo esiste in quanto ricettacolo delle memorie di epoche trascorse: Roma è, si identifica con, i suoi monumenti, i ruderi, le chiese antiche, i Fori, il Vaticano. Ciò che sta aldilà, fuori da questa "memoria delle pietre" - così la chiamava lo storico dell'arte John Ruskin -, dunque ciò che è periferia, ciò che non è antico, che non è "Roma vecchia" o "Roma papalina" o "Roma imperiale", non esiste. Rimosso dal pensiero, dai discorsi, dalle descrizioni della città, dalle cartoline, viene talora riproposto come sfondo di un qualche episodio delittuoso o storiaccia di malavita: la vendetta del Canaro, i fatti della banda della Magliana. Dopodiché ripiomba in un oblio da non-luogo: come a sottolineare che, se in un territorio infame e degradato come la periferia deve pur succedere qualcosa, non potrà che essere qualcosa di orribile.

Alessandro Portelli - qui insieme ai suoi collaboratori Bruno Bonomo, Alice Sotgia, Ulrike Viccaro - sceglie di sfatare i luoghi comuni e di raccontare la periferia romana, oltreché come incubatore d'imprese malavitose e scenario di ecomostri di fiorentiniana memoria, come spazio dotato di un'anima, popolato, vissuto, persino amato. Già nell'introduzione al suo libro più famoso, L'ordine è già stato eseguito (che ottenne il Premio Viareggio nel 1999), Portelli affermava di considerare alla stregua di monumenti "certi immensi blocchi di case popolari grandi come città e bellissimi, come quelli di piazzale degli Eroi n. 8", "di via Marmorata 169, con al centro del cortile il cippo messo dagli inquilini ai loro vicini morti alle Ardeatine e ad Auschwitz", e via discorrendo. E se già in quel libro famoso Portelli dedicava ampio spazio al racconto della nascita e delle trasformazioni avvenute nei secoli in quella che è oggi la periferia romana, fin da quando era bosco, campagna o riserva di caccia, nel suo nuovo libro l'autore va ancora più a fondo, scegliendo di raccontare la storia di Centocelle, quartiere popolare romano per eccellenza. Ed è una storia che nel libro scopriamo attraverso le voci di quanti vi hanno vissuto (non a caso il sottotitolo è "Storia orale di una periferia romana"): Portelli e i suoi collaboratori si sono attenuti alla medesima prassi de "L'ordine è già stato eseguito", realizzando centoventi interviste a residenti o ex residenti del quartiere Centocelle (o a persone che vi hanno operato, o che hanno vissuto in quelle parti di Roma che con Centocelle confinano e interagiscono più di frequente: Casilino 23, Tor Tre Teste, Tor Sapienza...). Le interviste sono state poi smontate e rimontate, accompagnate da brani di raccordo e contestualizzazioni e precisazioni, in modo da raccontare delle storie: quella della nascita di Centocelle - prima come insediamene e poi come quartiere -, e poi la storia della guerra mondiale e della Resistenza a Roma, delle trasformazioni urbanistiche e sociali, dei fremiti politici. Aspetto, quest'ultimo, che ha giustamente avuto ampio spazio: Centocelle, non bisogna dimenticarlo, deve la sua notorietà di quartiere popolare anche per esser stato a lungo roccaforte della sinistra a Roma, sia di quella parlamentare che di quella cosiddetta extraparlamentare e antagonista: e infatti molti degl'intervistati ci raccontano storie di scioperi, di contestazioni, di occupazioni di alloggi e fabbriche, e perfino di delitti consumati nell'orizzonte della passione e del conflitto politico (esemplare il racconto della morte violenta di Mario Zicchieri, militante missino). Le narrazioni "a viva voce" scelte da Portelli e dal suo staff risultano sovente, oltreché autentiche, suggestive dal punto di vista letterario: "In questi quartieri tutto sommato ritrovavano un andazzo da paese" (p. 53). "Allora io ciavevo 'sti cosi, 'sti miti, per cui il commerciante maneggiava i soldi, [l'operaio] sapeva fa', era forte, te menava" (p. 56). "C'era la borsa nera, ma se non ciavevi i soldi, allora andavi pe' cicoria, pe' spiga, andavi a raccoglie' qualunque cosa" (p. 81). "La polizia si era messa ai nostri ordini; la polizia ci pigliava i compagni e ce li portava a fare l'addestramento alle armi alla Torraccia che era tutto prato lì" (p. 93). "Tant'è che la fine del teatro Centocelle fu una fine politica, nel senso che un grosso magnate dei supermercati, insieme a un grosso politico romano, stabilirono che doveva chiudere. Come? Comprandosi i locali: - Ci facciamo un magazzino -. Era un locale che non serviva a niente e a nessuno, era brutto, umido, scantinato. Lo acquistarono. Ovviamente [il magazzino] non ce l'hanno poi mai fatto" (p. 157).

Il lettore vien fatto partecipe della materia del racconto, delle storie individuali e collettive di chi a Centocelle ha vissuto e lavorato, ha fatto la guerra da partigiano o l'ha subita come vittima dei bombardamenti, si è innamorato e sposato e si è talora anche impegnato politicamente, ma nelle parole, nei racconti degl'intervistati si sente anche quella che Roland Barthes chiamava "la grana della voce"; in "Città di parole", il modo in cui le storie vengon raccontate conta quanto il racconto stesso, se non di più. Si sente - nelle voci degl'intervistati, spesso e volentieri - l'eco di quella romanità umanissima e popolaresca che tanta parte ha nel mito della città, e che se oggi qualcuno cercasse a Trastevere difficilmente troverebbe: un'affezione per le cose concrete e quotidiane; un pragmatismo sodo; un'ironia irriverente; una voglia di ridere anche a dispetto delle disgrazie proprie e altrui; una capacità mirabile di attorcigliare un discorso attorno a un "fatto", un episodio saliente, un personaggio a tutto sbalzo (si legga, su tutte, l'amara vicenda del partigiano Frezza). Chi acquista Città di parole, stacca un biglietto per un viaggio attraverso una Centocelle narrata come paesaggio vivo, più volte trasformatosi nei decenni e tuttora in trasformazione, ove scoprirà una "romanità" sicuramente più complessa e sfaccettata rispetto a quella di molte oleografie della Città Eterna papalina e trasteverina, ma che è lungi dall'esser morta: ha solo cambiato indirizzo.

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venerdì, giugno 01, 2007

stranger in a strange land

Da tempo ero convinto che l'osannatissimo Gomorra di Roberto Saviano non fosse niente di che: un libro tutto sommato debole e sopravvalutato, specie rispetto a quello che considero il capolavoro assoluto del genere viaggio-dentro-il-crimine-organizzato: Onora il padre di Gay Talese. Diciamolo chiaro e tondo, Gomorra non è questo capolavoro, anzi: davvero troppo personalistico, troppo appassionato, troppo intriso di autobiografia, troppo grondante furor civile, troppo denso di asserzioni ideologiche implicite. Troppo "impressionista", troppo poco sistematico, troppo "romanzato".  Però fino ad oggi ho taciuto, perché dopotutto Gomorra una sua funzione la esercitava: quella di rappresentare un'escursione, per quanto parziale e discutibile nei metodi, nel mondo del crimine organizzato d'oggidì. Certo, esistevano libri - uno su tutti: Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi - che raccontavano, e molto meglio di quanto faccia Gomorra, l'esperienza di sodalizi criminali italiani; ma si trattava, per così dire, di sodalizi già estinti (nel caso di Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi, la banda della Magliana). Qualche giorno fa, invece, mi sono imbattuto in un libro impressionante che narra, e descrive, nei dettagli e senza sconti di alcun genere, l'esperienza di sodalizi criminali vivi e vegeti (quelli della mafia siciliana, finanche nelle sue ramificazioni e infiltrazioni politiche). Ed è un libro che appartiene alla medesima schiera dei capolavori americani di nonfiction quali il già citato Onora il padre: pieno di fatti, nomi, episodi, dati, riscontri.

Un libro che non ha nessuno dei difetti che ho riscontrato in Gomorra. Il libro di cui sto parlando, anzi, non è per nulla personalistico. L'autore è freddo, distaccato, analitico, attento a raccontare piuttosto che a preoccuparsi e/o indignarsi. Il libro è altresì privo di risvolti autobiografici e di derive impressionistiche: racconta la mafia siciliana - così come Gomorra aveva l'ambizione di esplorare l'universo camorristico -, ma la racconta davvero, basandosi su documenti, fatti, interviste, testimonianze. Il tono è sommesso, il furor civile è assente. L'autore analizza, raffronta, esamina; la narrazione che ne deriva è esente da asserzioni ideologiche implicite.

Una asserzione ideologica c'è, ma è del tutto esplicita, al punto da venir palesata dall'autore nell'introduzione: ovvero, che la questione mafiosa sia una questione politica. L'autore, peraltro, elenca rigorosamente gli spunti e i dati concreti sui quali si è basato per produrre questa asserzione. Insomma, bisogna proprio leggerli insieme (o uno dopo l'altro) Gomorra di Roberto Saviano e Nella terra degli infedeli di Alexander Stille: per rendersi conto della differenza che corre tra un libro mediocre e uno ch'è un pezzo forte del suo genere. 

Solo una cosa dispiace a me personalmente: che su un tema così ricco e fecondo, la cui rilevanza è - mi pare - sotto gli occhi di tutti, ci sia stato bisogno di un giornalista americano per produrre un libro di valore. Ma d'altronde viviamo in un Paese che, per avere una storia del Risorgimento degna di questo nome, ha dovuto affidarsi a un autore straniero.

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