licenziamento del poeta
venerdì, giugno 29, 2007
(intermezzo) Mi sa che mi ci dovrò abituare: voglio dire, all'ennesima lusinghiera "recensione spontanea" di Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma. Voi, nel frattempo, state bene.
martedì, giugno 26, 2007
all king's horses and all king's men Una cosa istruttiva della quale ci si accorge (almeno, io me ne sono accorto) davanti a Tutti gli uomini del re di Steven Zailian è che, pur non essendo un capolavoro ma semplicemente un decoroso prodotto artigianale, è una bella spia dello stato di salute della passione civile negli USA, ed è un film che informa con puntuale esattezza dello zeitgeist statunitense d'oggidì. Succede questa cosa, e non di rado, con opere non eccelse: perché i capolavori, i grandi film i grandi libri eccetera, sono opere senza tempo; mentre narrazioni più modeste - che non mirano (neanche inconsapevolmente) ad entrare nell'olimpo assoluto delle Grandi Opere - proprio per via del fatto che sono meno ambiziose riescono a catturare più efficacemente un clima morale e psicologico, uno stato d'animo diffuso, lo stato dell'arte delle ansie di una società e del suo immaginario collettivo. Per meglio capire Tutti gli uomini del re occorre rifarsi a una narrazione vecchia di quasi trent'anni, ovvero il film Brubaker di Stuart Rosenberg, trasmesso insistentemente su Retequattro per anni e anni, a più riprese, nell'ambito della programmazione del ciclo de I bellissimi (i film di seconda serata): il che è quasi paradossale pensando al fatto che, pur essendo Retequattro la più conservatrice delle reti berlusconiane (e quella più a indirizzo radicalmente piccolo-borghese) essa abbia avuto in palinsesto, e con una certa insistenza, pellicole dichiaratamente radical come Tutti gli uomini del Presidente, I tre giorni del Condor e, appunto, Brubaker. Ma, tornando al film Brubaker in sé e per sé, occorre dire che si tratta di uno dei gioielli del cinema americano engaged di quegli anni. Il plot è piuttosto banale - cito da Wiki: "Henry Brubaker è un criminologo riformista ed ex capitano dell'esercito, al quale viene affidato il compito di dirigere il penitenziario di Wakefield, uno dei peggiori degli Stati Uniti. Per rendersi conto delle reali condizioni di vita dei detenuti, si introduce nel carcere, fingendosi, per alcuni giorni, detenuto egli stesso. Una volta svelata la sua identità, inizia un'azione di radicale cambiamento della vita all'interno della prigione, cercando di eliminarne le ingiustizie e scontrandosi con i corrotti membri del consiglio di gestione del penitenziario" -. Ovviamente Brubaker vorrà spingersi troppo oltre nella sua pur degnissima crociata moralizzatrice e, refrattario al compromesso, verrà rimosso dall'incarico. Insomma: la parabola dell'uomo coraggioso che vuol cambiare la società, migliorando le condizioni di vita dei suoi simili, ma viene sconfitto da un sistema corrotto e retrivo. Nulla di nuovo in questo (si tratta di una narrazione che si rifà ad un mito antichissimo, quello di Prometeo); ma la bellezza di Brubaker sta nel suo essere affollato di eccellenti interpretazioni; sta nell'eleganza e alla sobrietà dei dialoghi; nella sceneggiatura ferrea e potente, che lascia da parte le tirate ideologiche del cinema di protesta e si limita a far parlare gli eventi; nella crudezza con la quale vengono mostrati gli abusi praticati all'interno del carcere (che vanno dai maltrattamenti puri e semplici, allo sfruttamento illegale del lavoro dei detenuti, fino alle torture). Brubaker, come adattamento del mito prometeico, è molto aderente al capolavoro messo in scena da Eschilo: l'eroe esce sì sconfitto da una lotta impari, ma la sconfitta non toglie nulla alla sua dignità, anzi la accresce (e ciò nel film è reso in via del tutto esplicita, quando vediamo i detenuti acclamare Brubaker che se ne va, alla fine del film). In un certo senso, visto che Brubaker uscì nel 1980, si tratta di un film che segna, non senza malinconia, l'epilogo dell'impegno e della passione civile degli anni Settanta. Viene in mente I tre giorni del condor, film del '75 sempre con Redford primo attore: il quale si chiude con il protagonista che consegna a un giornale le prove del losco intrigo firmato dalla CIA (dunque confidando nella più antica delle risorse della cultura liberal americana: il giornalismo, che pure disvelò il Watergate); ma il deuteragonista Higgins, magistralmente interpretato da Cliff Robertson, domanda a Redford: "E se non la stampano, la tua storia?", ipotizzando un possibile asservimento dei media all'establishment. Un finale che ha già un tocco di cinismo. Ma in Brubaker il cinismo è ben più accentuato: sono passati cinque anni, molto speranze si sono infrante: è vero che vediamo Brubaker andarsene acclamato dai detenuti, ma è anche vero che il nuovo direttore cancellerà tutte le innovazioni inaugurate dall'eroe prometeico sconfitto. Ma per parlare a lungo di Brubaker (e non solo) non siamo ancora arrivati a discorrere di come la visione di questo film ci aiuti a capire meglio Tutti gli uomini del re. Ne parliamo, dunque, nel prossimo post.
giovedì, giugno 14, 2007
after the torchlight red on sweaty faces Sul numero di "Stilos" in edicola in questi giorni, una mia (corposa) intervista a Ernesto Aloia, autore dell'ottimo I compagni del fuoco. State bene.
mercoledì, giugno 13, 2007
la muta del serpente
nasconde il tuo vero nome
Io lo dico sempre che la scrittura è, prima di tutto, un'arte mimetica.
lunedì, giugno 11, 2007
il tavolo del patologo L'istanza drammaturgica di Dritto dritto negli occhi la si potrebbe sintetizzare così: c'è un personaggio, che è anche l'io narrante (il racconto è in prima persona) che identificheremo per brevità con la lettera N (anche se il nome col quale il personaggio è noto è "Guappetella" prima e "Marella" poi). N vuol riscattarsi da una condizione di inferiorità sociale sfruttando le sue doti seduttive per far strada fino a inserirsi in un contesto altoborghese. Si lega prima a un malavitoso ("O'stuort"), poi a un gregario della camorra che fa il negoziante ("Il Principe"), infine all'avvocato che sposerà. Il climax della storia lo abbiamo quando N scopre che la famiglia e l'ambiente del suo futuro marito non sono disposti ad accoglierla a causa del suo passato di mantenuta di malavitosi. Questo è anche il solo punto di crisi della carriera di N: fino a quel momento, è andato tutto come voleva lei. Il punto di crisi si risolve attraverso una scena abbastanza ridicola (pagg. 30-31), quella in cui N va a prendere il senatore e gli mostra la città dall'alto. Sarò anche scemo, ma non ho mica capito in che modo 'sta sceneggiata dovrebbe convincere un uomo assennato a far tutte le pressioni necessarie a far sì che la sua protetta venga accettata in un ambiente che la respinge. E anche se fosse: non sta in piedi, N non verrebbe mai accettata in pieno. Figurarsi le maldicenze, le occhiate di traverso... Ora: quando dico che N è appiattita sull'istanza drammaturgica della narrazione, mi riferisco al fatto che le sue relazioni con altri personaggi hanno una funzione unicamente legata alla chiarificazione dell'istanza. Alcuni esempi: 1) la madre, descritta nel racconto come una donna sconfitta, vecchia (forse sconfitta perché vecchia), ben capace di comprendere i meccanismi che regolano i rapporti di forza dell'ambiente in cui sua figlia sguazza ("fatte mettere a casa n'faccia", pag. 20; "c'è mettemm' int'o sacchino", pag. 31) ma appunto percepita come perdente, in quanto ai suoi tempi non è stata abbastanza bella e/o scaltra da applicarli lei stessa. 2) Le studentesse fuorisede che N ha in casa (vedi pagg. 24 e 28): raccontate come puro elemento di confronto, verso cui N prova invidia e risentimento (quella rispettabilità che esse danno per scontata, N sta lottando duramente per averla): vedasi la scena rabbiosa di pag. 28. 3) Le signore conosciute in palestra, anch'esse puro elemento di confronto: sono mogli, hanno quella rispettabilità che N vorrebbe, ma ne rappresentano una versione incrinata/fallita: si vedano le scene di pag. 26. Stessa funzione ha l'incontro con la moglie del principe, a pag. 23. Insomma: nel mondo di Dritto dritto negli occhi, N ha soltanto rapporti utili a modellare l'istanza drammaturgica del racconto. Vien da chiedersi: ma un momento di tenerezza e/o rifiuto e/o dialogo e/o incontro e/o scontro con la madre, non ce lo vogliam proprio mettere? Un istante di esplorazione di questi rapporti umani? 'Ste sorelle di cui si parla (citandole appena) a pag. 20, dopodiché scompaiono? Un amico, un amante disinteressato, un amore respinto/negato, un qualche conflitto tra l'amoralità dei progetti di N e i suoi rimorsi, rimpianti, ricordi? (Qualcuno mandi la Parrella a scuola da Magda Szabò per farsi insegnare come si delinea la complessità della psiche di una donna, cazzo). E poi: possibile che N, questo mostro di cinismo che manco il Bel Ami di Maupassant, viva in un mondo così funzionale ai suoi scopi?, così unidimensionale? Con personaggi, a loro volta, che sembrano non chieder di meglio che servire l'istanza drammaturgica del racconto? 'Sti uomini che si fanno lasciare quando a lei conviene, con meraviglioso senso di opportunità (in pratica: non appena pianta uno, ha già pronto il prossimo), che alle sue scelte non fanno la minima resistenza? Passi per il primo (che sta in galera quando lei lo molla), ma il Principe? Sarà che io ben fatico a immaginarmeli, 'sti malavitosi, così remissivi di fronte a una ragazzina che ha tutte le maniere della virago... Gli altri racconti della Parrella, occorre dirlo, non sono diversi nel loro piattume, nella pochezza di contenuto e nell'assoluta identità tra istanza drammaturgica del testo e agire dei personaggi.
dissezione di un racconto di Valeria Parrella
Il racconto che andiamo a esaminare, Dritto dritto negli occhi, dalla raccolta mosca più balena, è un esempio tipico dei racconti di Valeria Parrella, modello di inconsistenza e bruttezza: una storia fessa, con personaggi di cartone, appiattiti sull'istanza drammaturgica del testo narrativo manco fossero personaggi di un action movie. Il problema è che i racconti della Parrella contengono ben poca azione, ed anzi hanno vistose pretese di narrazione psicologica.
domenica, giugno 10, 2007
si può anche uccidere per lei Partendo da Frank Miller (e tornandoci), Boris Battaglia fa tutto uno strepitoso discorso sulla femme fatale in narrativa e nell'immaginario collettivo. Leggete, e state bene.
venerdì, giugno 08, 2007
scene da un (quasi) matrimonio Allora, lui e lei sono tanto innamorati e di qui a pochi mesi si sposeranno e stanno a letto insieme a dirsi tante carinerie e a farsi le coccole e darsi i bacetti pciù pciù: e insomma a far tutte le cose che fanno le persone innamorate quando stanno a letto assieme per dimostrarsi a vicenda quanto si vogliono bene anche se non sono ancora arrivati al petting spinto. Finché a un certo punto lui dice: Sai, c'era una cosa che ti volevo dire da tempo, ed è che io, prima di conoscerti, avevo sempre sognato un rapporto in cui non ci fossero tutte le paranoie le ansie e i problemi che sembra che ormai rovinino tutte le storie d'amore, cose terribili come le liti insensate, e le gelosie recipriche motivate e/o immotivate, e le recriminazioni furibonde, e le lotte per il predominio nella coppia, e i meschini egoismi, e le squallide ripicche, e le rivendicazioni personali, e le faide che a lungo si protraggono, e i tentativi di cambiare l'altra persona a proprio uso e consumo, e il trattare l'altra persona come un oggetto, e l'incapacità di ascoltare, e poi anche l'incapacità di capire, e le crudeltà operate senza un perché, e gli scheletri nell'armadio che prima o poi saltano fuori, e l'incapacità di perdonare, e l'incapacità di dimenticare, e la mancanza di tatto, e la mancanza di discrezione, e... Al che lei lo interrompe, sbattendo le lunghe ciglia e abbracciandolo più forte e dicendo (con una vocina tenera tenera): E allora, tu stando con me, insomma stando insieme, hai trovato un rapporto in cui non ci sono tutte queste brutte cose? E allora lui fa una pausa di un paio di secondi e poi le risponde Veramente no, queste cose ci sono lo stesso, però siccome ci amiamo tanto e ci vogliamo bene e abbiamo pazienza l'uno con l'altra, riusciamo a gestirle e ad amministrarle e insomma a impedire che distruggano il nostro rapporto. Cala un imbarazzato silenzio.
ovvero, il romanticismo 2.0
giovedì, giugno 07, 2007
as a foundation left to create the spiral aim, Sperando di far cosa utile e gradita a chi mi legge, ho aggiornato la mia Shelf su aNobii con il tag "recensiti sul blog", in modo da creare un indice (completo di link) a (più o meno) tutti i libri recensiti qui nel corso degli anni: indice che, per ovvie ragioni di spazio, non può trovar posto nella colonna di sinistra. Voi, nel frattempo, state bene. Aggiornamento 7/6/2007 ore 11.22. Pare che il link (per misteriose ragioni) funzioni dall'interno di aNobii, ma non dall'esterno. Vi farò sapere se e quando il problema verrà risolto. Aggiornamento 7/6/2007 ore 11.27. Problema risolto. E' che il link non funziona senza il carattere "/" alla fine. Certo che è ben fiscale 'sto aNobii.
a movement regained and regarded both the same
mercoledì, giugno 06, 2007
martedì, giugno 05, 2007
non c'è pazienza per l'estetico né più passione per l'ermetico
lunedì, giugno 04, 2007
Il lettore vien fatto partecipe della materia del racconto, delle storie individuali e collettive di chi a Centocelle ha vissuto e lavorato, ha fatto la guerra da partigiano o l'ha subita come vittima dei bombardamenti, si è innamorato e sposato e si è talora anche impegnato politicamente, ma nelle parole, nei racconti degl'intervistati si sente anche quella che Roland Barthes chiamava "la grana della voce"; in "Città di parole", il modo in cui le storie vengon raccontate conta quanto il racconto stesso, se non di più. Si sente - nelle voci degl'intervistati, spesso e volentieri - l'eco di quella romanità umanissima e popolaresca che tanta parte ha nel mito della città, e che se oggi qualcuno cercasse a Trastevere difficilmente troverebbe: un'affezione per le cose concrete e quotidiane; un pragmatismo sodo; un'ironia irriverente; una voglia di ridere anche a dispetto delle disgrazie proprie e altrui; una capacità mirabile di attorcigliare un discorso attorno a un "fatto", un episodio saliente, un personaggio a tutto sbalzo (si legga, su tutte, l'amara vicenda del partigiano Frezza). Chi acquista Città di parole, stacca un biglietto per un viaggio attraverso una Centocelle narrata come paesaggio vivo, più volte trasformatosi nei decenni e tuttora in trasformazione, ove scoprirà una "romanità" sicuramente più complessa e sfaccettata rispetto a quella di molte oleografie della Città Eterna papalina e trasteverina, ma che è lungi dall'esser morta: ha solo cambiato indirizzo.
venerdì, giugno 01, 2007
stranger in a strange land Da tempo ero convinto che l'osannatissimo Gomorra di Roberto Saviano non fosse niente di che: un libro tutto sommato debole e sopravvalutato, specie rispetto a quello che considero il capolavoro assoluto del genere viaggio-dentro-il-crimine-organizzato: Onora il padre di Gay Talese. Diciamolo chiaro e tondo, Gomorra non è questo capolavoro, anzi: davvero troppo personalistico, troppo appassionato, troppo intriso di autobiografia, troppo grondante furor civile, troppo denso di asserzioni ideologiche implicite. Troppo "impressionista", troppo poco sistematico, troppo "romanzato". Però fino ad oggi ho taciuto, perché dopotutto Gomorra una sua funzione la esercitava: quella di rappresentare un'escursione, per quanto parziale e discutibile nei metodi, nel mondo del crimine organizzato d'oggidì. Certo, esistevano libri - uno su tutti: Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi - che raccontavano, e molto meglio di quanto faccia Gomorra, l'esperienza di sodalizi criminali italiani; ma si trattava, per così dire, di sodalizi già estinti (nel caso di Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi, la banda della Magliana). Qualche giorno fa, invece, mi sono imbattuto in un libro impressionante che narra, e descrive, nei dettagli e senza sconti di alcun genere, l'esperienza di sodalizi criminali vivi e vegeti (quelli della mafia siciliana, finanche nelle sue ramificazioni e infiltrazioni politiche). Ed è un libro che appartiene alla medesima schiera dei capolavori americani di nonfiction quali il già citato Onora il padre: pieno di fatti, nomi, episodi, dati, riscontri. Un libro che non ha nessuno dei difetti che ho riscontrato in Gomorra. Il libro di cui sto parlando, anzi, non è per nulla personalistico. L'autore è freddo, distaccato, analitico, attento a raccontare piuttosto che a preoccuparsi e/o indignarsi. Il libro è altresì privo di risvolti autobiografici e di derive impressionistiche: racconta la mafia siciliana - così come Gomorra aveva l'ambizione di esplorare l'universo camorristico -, ma la racconta davvero, basandosi su documenti, fatti, interviste, testimonianze. Il tono è sommesso, il furor civile è assente. L'autore analizza, raffronta, esamina; la narrazione che ne deriva è esente da asserzioni ideologiche implicite. Una asserzione ideologica c'è, ma è del tutto esplicita, al punto da venir palesata dall'autore nell'introduzione: ovvero, che la questione mafiosa sia una questione politica. L'autore, peraltro, elenca rigorosamente gli spunti e i dati concreti sui quali si è basato per produrre questa asserzione. Insomma, bisogna proprio leggerli insieme (o uno dopo l'altro) Gomorra di Roberto Saviano e Nella terra degli infedeli di Alexander Stille: per rendersi conto della differenza che corre tra un libro mediocre e uno ch'è un pezzo forte del suo genere. Solo una cosa dispiace a me personalmente: che su un tema così ricco e fecondo, la cui rilevanza è - mi pare - sotto gli occhi di tutti, ci sia stato bisogno di un giornalista americano per produrre un libro di valore. Ma d'altronde viviamo in un Paese che, per avere una storia del Risorgimento degna di questo nome, ha dovuto affidarsi a un autore straniero.




