licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

martedì, luglio 31, 2007

UPDADB, the making of (7)

Dunque, perché quanto rilevato da Trevi non mi sembra, dopotutto, così importante?

Perché ritengo che una narrazione sia davvero potente quando in essa il lettore percepisce, oltre al semplice resoconto dei fatti narrati, una allusione a qualcosa che è davvero nella nostra vita, quando ci mette in connessione con una parte della nostra condizione umana: si può dire, insomma, che una narrazione sia davvero potente, quando è capace d'esserlo, anzitutto in virtù della sua forza metaforica o allegorica: e dunque il nocciolo, il locus veritatis della condizione umana, non c'è bisogno di toccarlo direttamente: anzi, bisogna imparare a convivere con questa mediazione, che è propria delle narrazioni e che, stimolando la nostra memoria e i ricettacoli dell'esperienza, rende dicibili cose che altrimenti non lo sarebbero. Un grande teorico della narrazione, Peter Brooks, ha osservato: "Noi leggiamo, senza dubbio, per soddisfare ogni tipo di passioni, ma sempre e comunque animati dalla passione di venire a sapere, se non proprio 'il colpevole' almeno cosa sia veramente successo, e in che modo; di arrivare a cogliere l'ordine semantico conferito all'esperienza dalla struttura del racconto" (cfr. Trame, pag. 190). Questo "ordine semantico" di cui parla Brooks, nella vita non ci riesce di coglierlo quasi mai: troppe informazioni ci mancano, troppo parziale è il nostro punto di vista, troppo fallace è la memoria, troppo interessati e coinvolti siamo noi nel nostro destino. In un certo senso, dunque, le grandi narrazioni compiono un miracolo: ci rendono disponibili mondi in cui, diversamente da quando accade nella vita reale, riusciamo ad accedere alla pienezza degli eventi; e, attraverso questi mondi, alludono ai possibili e parziali significati degli eventi che si svolgono nelle nostre vite. Per questo Eco dice che le storie, e i romanzi in special modo, sono macchine per produrre interpretazioni: perché attraverso eventi che sono ombre di quelli che si svolgono nel mondo reale, ci forniscono strumenti per attingere porzioni di significato agli eventi reali, che non di rado ne sembrano privi. E per la stessa ragione Roland Barthes affermava che leggere narrativa equivale a essere animati dalla passione del - e per il - senso. (continua)

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domenica, luglio 29, 2007

UPDADB, the making of (6)
 
Stavo parlando del fatto che il processo d'invenzione di UPDADB, per così dire, è cominciato con me che mi sono immaginato una fuga, "la scena di un uomo che abbandona in fretta e furia la casa, e il quartiere, ove ha vissuto anni della sua vita. Riempie alla bell'e meglio una valigia, spedisce moglie e figlio a casa di parenti in un altro quartiere, insomma: fugge". Ora, interrompo il mio discorso, brevemente, per rispondere a Barbara che, nei commenti, mi chiede: "ma perché proprio Lapo?". La domanda si riferisce a Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma, il mio primo romanzo, del quale Lapo Mazzei è - per così dire - il protagonista. Sempre nei commenti, ho risposto a Barbara che ci sono due ragioni: una è poetica, l'altra invece pragmatica. La ragione poetica ha a che vedere col fatto che, mentre scrivevo VDRIMS, stavo leggendo gli epistolari di un mercante di Prato vissuto nel Trecento, tale Francesco Datini. A Prato, davanti al Palazzo Pretorio, c'è un monumento che lo raffigura: un uomo intabarrato con un berretto tondo in testa e un mucchio di fogli in mano. Datini, oltreché ricco come Creso, era grafomane e lasciò alla posterità un archivio di centocinquantamila lettere, cinquecento registri e altri documenti annessi. Questo materiale è servito agli storici per ricostruire una tipica figura di finanziere di quel secolo, il modo in cui ci si arricchiva, le condizioni dell'industria e del commercio (se la cosa v'interessa c'è un bel libro, Il mercante di Prato, di Iris Origo). Fatto sta che tra i corrispondenti del Datini ce n'era uno, che si chiamava Lapo Mazzei, il quale nelle sue lettere non si stanca mai di rammentare al Datini quanto le umane fortune siano aleatorie, i successi effimeri e sovente casuali, le disgrazie imprevedibili, la mano di Dio onnipresente. E in effetti Lapo Mazzei (quello vero, non il personaggio di VDRIMS) non mancò di sperimentare quella che oggi si dice ironia della sorte: in occasione della peste nera che scoppiò nel 1400, Lapo scampò al contagio ma perse due figli. E addirittura di lì a poco scrisse al Datini una lettera in cui riduceva ogni azione umana a un passo verso la fine: "Questo nostro vivere è uno correre alla morte". Ora, poiché il protagonista di VDRIMS sperimenta in prima persona l'aleatorietà delle azioni umane e la presenza di fattori inattesi che interferiscono con le nostre sorti - tema sotterraneo, questo, che percorre un po' tutto il romanzo - mi venne in mente che Lapo Mazzei sarebbe stato un nome azzeccato.
 
Dopodiché c'è la ragione pragmatica, che è molto più prosaica. Vale a dire: mentre terminavo VDRIMS, mi venne in mente d'inviarlo al Gran Premio ScrittoMisto. Ora, il Premio imponeva agli elaborati un vincolo di lunghezza (180.000 battute): e poiché in origine VDRIMS superava questo limite di un bel po', ecco, feci ricorso ad ogni espediente per accorciarlo: ad esempio, quello di dare a quasi tutti i personaggi dei nomi corti. Inizialmente, Lapo aveva un nome molto più lungo: ridurlo a sole quattro lettere mi fece guadagnare un sacco di spazio, perché quel nome appariva in continuazione per tutto il libro.
 
Ora, ho detto che in VDRIMS c'erano temi - l'aleatorietà delle azioni umane e la presenza di fattori inattesi che interferiscono con le nostre sorti - che, se si va oltre la superficie degli eventi, percorrono un po' tutto il romanzo. Tematiche siffatte sottendono anche agli eventi narrati in UPDADB, e sembra che io non sia in grado di sottrarmi ad esse, nel momento in cui decido di mettermi a raccontare una storia. Dopotutto, se è vero che i romanzi sono macchine per produrre interpretazioni, come annota Umberto Eco, è abbastanza logico che un autore si dedichi, istintivamente o consapevolmente, a dare interpretazione di quegli aspetti dell'esistenza umana che esercitano su di lui un certo grado di fascinazione. Noi viviamo esistenze in cui attingere un significato agli eventi non è sempre facile: al punto che certi scrittori manifestano scarsa fiducia nell'utilità delle narrazioni, affermando ch'esse non possono in alcun modo restituirci la forza e l'intensità degli eventi reali. Così Emanuele Trevi nel suo libro L'onda del porto, a pag. 23: "Ciò che è veramente importante, che esercita un effettivo potere sulla vita, premendole addosso, decidendo la sua forma, terrorizzandola o riempiendola di gioia, ciò che la strapazza e la distrugge oppure la protegge, ciò che incombe su di tutti, allo stesso modo e senza tregua, dal primo all'ultimo giorno - non è nemmeno lontanamente pensabile, o raccontabile". Ora, io la penso molto diversamente da Trevi: o meglio, penso che, se pure quel che afferma Trevi fosse vero - che le storie, le narrazioni, non riescono a toccare direttamente il nocciolo, il locus veritatis, della condizione umana - ciò non avrebbe poi questa grande importanza. (continua)

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venerdì, luglio 27, 2007

tunaizadanait

Aggiornata la colonna degli argomenti sulla sinistra. Ora ci trovate anche: il confronto tra Gomorra di Roberto Saviano e Nel paese degli infedeli di Alexander Stille; quello tra Brubaker di Stuart Rosenberg e Tutti gli uomini del re di Steven Zailian (prima e seconda parte); la recensione al libro Città di parole di Alessandro Portelli (con annessa intervista); e ancora: la mia dissezione di un racconto di Valeria Parrella; l'intervista ad Ernesto Aloia a proposito del suo romanzo I compagni del fuoco; le mie osservazioni sul film The good shepherd di Robert De Niro e sul romanzo La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori. State bene.

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giovedì, luglio 26, 2007

UPDADB, the making of (5)

E adesso basta, davvero, con Nuvole rapide. Pensavo di metterci un po' meno, a raccontare com'è che mi vengono in mente le storie da mettere in un libro, e invece è stata una cosa un po' lunga. Questa, peraltro, è una costante della mia esperienza di narratore: me ne son reso conto scrivendo Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma. Ma di questo fatto parlerò un poco più avanti.

Dicevo di essere un po' invidioso di quei narratori che "inventano trame a freddo, per così dire. Si mettono a tavolino e inventano un racconto, un romanzo che funziona. Oppure di quelli, come Stephen King, che partono con un abbozzo di storia in mente e si mettono a scrivere". Come ho spiegato, per me non funziona così: anzi. Rarissimamente l'incipit di una storia coincide con le prime battute che mi sono messo a scrivere. VDRIMS ho cominciato a scriverlo partendo dal sogno di Lapo: e originariamente non era previsto che quel sogno facesse parte di un romanzo. Doveva anzi essere un racconto che si svolgesse all'interno della metropolitana di Roma. Cominciai con la descrizione delle gallerie della stazione del metrò di piazza Vittorio Emanuele, e venne fuori il brutto sogno di Lapo: vennero fuori anche i primi cenni dei suoi rapporti con Mario Balafrè. Passai una intera serata alle prese col sogno del metrò, dopodiché mi resi conto che avevo scritto qualcosa come venticinquemila battute (conservo ancora il file originale): davvero troppo per il racconto che mi era stato chiesto, e che infatti non ho mai più consegnato. Quelle venticinquemila battute però m'intrigavano: sentivo che era possibile cavarne qualcosa, trasformarle nel pezzo di una storia. C'era lì dentro il fantasma di un'amicizia che si era raffreddata; e poi: un dolente senso d'inadeguatezza; una qualche forma di stanchezza e di alienazione; la sensazione che Lapo Mazzei fosse in qualche modo spaventato all'idea di scavare nel proprio passato: e che quel passato, dunque, serbasse in sé qualche scheletro, qualche spettrale presenza. Ce n'era abbastanza per incuriosirmi ad andare avanti, a continuare a rimuginare su quel personaggio e quella storia. Una cosa simile mi è successa con UPDADB: con la differenza che per questo nuovo romanzo non sono partito da uno scenario onirico - che ha certe caratteristiche intrinseche di lentezza e sospensione nel tempo -, bensì da una sequenza concitata, quasi frenetica: la scena di un uomo che abbandona in fretta e furia la casa, e il quartiere, ove ha vissuto anni della sua vita. Riempie alla bell'e meglio una valigia, spedisce moglie e figlio a casa di parenti in un altro quartiere, insomma: fugge. (continua)

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mercoledì, luglio 25, 2007

girls just want to have fun

Qualche giorno fa - mi pare che fosse lunedì - era di pomeriggio e, in compagnia di Seia, giravo per la libreria Mondadori che c'è a San Giovanni e guardavo gli scaffali e (tra me e me) insomma constatavo la scarsa presenza di novità negli scaffali (dopotutto siamo in estate) e constatavo pure il fatto che alla libreria Mondadori che c'è a San Giovanni è scomparsa l'unica poltrona che c'era in tutta la libreria e questo fatto è molto grave perché ora come ora alla Mondadori che c'è a San Giovanni è impossibile sedersi e ci si trova obbligati a stare in piedi a meno che uno non voglia sedersi per terra che però è scomodo e secondo me è pure malvisto. Insomma ero immerso in queste considerazioni (tra me e me) quando vedo tra le novità in commercio l'audiolibro di Melissa P. e allora lì dico a Seia: Ah ma hai visto ch'è uscito l'audiolibro di Melissa P.? Ed è lì che Seia imperturbabile mi risponde: Ah davvero, e si sentono anche i gemiti?

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domenica, luglio 22, 2007

meno male che il Financial Times eccetera

Intendiamoci, io mi sono arreso da tempo ad ogni malcostume possibile e concepibile entro l'orbe terracqueo. Però vi supplico, in ginocchio sui ceci e sui cocci. Ditemi che questo è un fake.

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venerdì, luglio 20, 2007

UPDADB, the making of (4)

Fin qui, Nuvole rapide. Che tutto sommato è stato una passeggiatina: d'accordo, è vero che ci ho messo due settimane a limarlo, aggiustarlo, correggerlo. Ma era pur sempre un racconto di qualche paginetta. Niente in confronto al romanzo che sto scrivendo adesso. E, a dire il vero, anche il primo romanzo che ho scritto, Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma, è stato molto più facile rispetto a quello che sto scrivendo ora. Per carità, intendiamoci: la fatica vera è altro, la miniera è un'altra cosa. Scrivere è un'attività meno stressante, bestiale e antipatica di mille altre. Ma un romanzo lungo come quello che sto scrivendo adesso, ti accompagna per un sacco di tempo, ti si ficca nel cervello, perché passi un sacco di ore  a scriverlo. Io, mediamente, dedico a questo nuovo romanzo tra le 4 e le 5 ore al giorno. E anche per il resto del tempo, continuo a pensare: ai personaggi, a quel che fanno, a quel che non fanno, all'ambientazione, a questa o a quella storia che ho deciso d'includere nella trama, a questo o a quel dettaglio, a questa o a quella descrizione. Mi alzo la mattina pensando al romanzo e vado a dormire la sera pensando al romanzo. Sia detto con il dovuto rispetto per quelli che sgobbano in miniera o alla catena di montaggio, ma la cosa è sfinente. Ora, non sto parlando di questo fatto per lamentarmi: ne sto parlando per un motivo preciso. Ovvero, la mia scoperta che questo continuo rimuginare su tutto (storia, personaggi, descrizioni, luoghi, dettagli...) è per me il fulcro della scrittura romanzesca: senza questo ossessivo lambiccarmi, non c'è storia (decente) che io possa scrivere.

So di scrittori che inventano trame a freddo, per così dire. Si mettono a tavolino e inventano un racconto, un romanzo che funziona. Oppure di quelli, come Stephen King, che partono con un abbozzo di storia in mente e si mettono a scrivere. Beati loro. Hanno tutta la mia invidia. E ci ho provato, sapete. Ci ho provato. Ma ho scoperto che non son capace. Vengono fuori certe schifezze che... Bè, insomma, vi basti sapere che nel mio caso inventarsi trame a tavolino, oppure partire a razzo a scrivere al primo abbozzo d'idea, non paga. Io ho bisogno di ossessionarmi con dei personaggi e di ossessionarmi con delle storie. Ho bisogno che le fantasticherie, ecco sì, le apparizioni di cui vi ho accennato nei post precedenti si trasformino in facce, azioni, parole che mi tornano continuamente in testa. Addirittura, non sono capace di scrivere certe parti di una storia finché le scene, i volti, e tutto il resto non mi si fissano nella mente come se fossero ricordi, cioè come se li avessi vissuti in prima persona. So che può sembrare schizofrenia, o comunque il sintomo di un qualche disordine mentale.

Tutti sappiamo che - da Tondelli in poi - va molto di moda tra gli scrittori italiani servirsi di materiale autobiografico: Tondelli incitava i giovani scrittori a scrivere “non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati […] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche”. L'abitudine è rimasta: ancor oggi molti scrittori italiani si nutrono di queste cose. Per me, il percorso è l'opposto. Non i miei ricordi che diventano narrazione, ma storie inventate che scavano il mio cervello fino a che non diventano simili a ricordi. In effetti, nel mio primo racconto, Nuvole rapide, c'è tutto il mio spregio del tondellismo a dell'autobiografismo: io racconto lì (in prima persona) la storia di un uomo che vive a Tel Aviv nella morsa del terrorismo palestinese: ebbene, io non sono mai stato a Tel Aviv, e non ho mai vissuto nella morsa del terrorismo palestinese. E tuttavia, quando Nuvole rapide fu pubblicato sul primo numero di inciQuid, una lettrice scrisse a iQuindici la seguente lettera, che ancor oggi fa bella mostra di sé sul loro sito:

... ho letto la storia su Israele-Tel Aviv e ti confermo che la descrizione della realtà locale è puntuale, si vive proprio così, quasi in una doppia dimensione e facendo "come se non fosse" e rimuovendo la possibilità di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, anch'io vivo così.

Fu una grande soddisfazione. Gongolai spudoratamente. Una persona che aveva vissuto realmente una data esperienza, confessava che io ero stato capace di raccontare il nocciolo della sua esperienza, pur senza averla vissuta! Per qualche giorno, dopo aver letto la lettera, camminai a un metro buono da terra... (continua)

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giovedì, luglio 19, 2007

(intermezzo: due appunti veloci)

Dopo aver letto l'opportuna (anzi, più che opportuna) recensione di Boccalone di Enrico Palandri ad opera di Seia Montanelli (in cui la Nostra indaga pure le nefaste conseguenze di del boccalonismo-altrilibertinismo sulla letteraura italiana) mi è venuto in mente che ci sono alcune norme del sacrosanto Dogma Italico che potrebbero - tranquillamente, per la salvezza di noi tutti -, essere esportate dal mondo del cinema a quello della letteratura. Perché è vero e indiscutibile che film e romanzi (o libri di racconti) non sono la stessa cosa, ma è vero pure che sempre di narrazioni si tratta, e dunque certi vizi possono averceli sia il cinema che la narrativa. Ora, trovandomi facendo, vi segnalo dunque alcune tra le norme del Dogma Italico, opportunamente riattate, che adotterei per le narrazioni libresche del Bel Paese, prima che sia troppo tardi:

- sono vietate rappresentazioni di donne isteriche e di uomini che non vogliono crescere
- sono vietate le rappresentazioni di minoranze di ogni genere secondo cliché: basta gitani vitali e furbetti e danzerecci , bravi senegalesi sfortunati, gay autoironici, ecc. Queste caratteristiche ci possono essere ma devono essere mixate ad altri tratti che emergono. Altrimenti è razzismo
- sono vietate rappresentazioni di simpatici gaglioffi che negli anni 60/70 volevano cambiare il mondo ma poi sono i traumi, il sesso, le violenze, gli eventi a modificare loro (almeno questo non deve essere il messaggio principale)
- i trentenni/quarantenni in crisi hanno decine di pessimi romanzi/racconti sull'argomento in cui ritrovarsi: moratoria di dieci anni su questo tema
- tutti i narratori che vogliano cimentarsi in una scena di sesso devono fare un anno di formazione: non ne posso più di gente che non sa raccontare il sesso, anche quando deve essere squallido la povertà di mezzi non riesce nemmeno a farlo sembrare squallido.
- è vietato raccontare la vita degli studenti fuorisede a Bologna
- è vietato il genere "elogio del cazzone" (es. L'era del porco) - (definizione di A. Pezzotta, per onestà)
- i personaggi non possono avere rendite petrolifere nascoste. Niente più sottoproletari che abitano in Piazza Navona, niente più traduttori (che vengono pagati un tanto al chilo, come le aringhe) che vivono in lussuosi loft, niente disoccupati che hanno case disegnate da architetti di grido.
- Vietata l’apologia del ritorno alla natura. Sono vietate quindi le opposizioni semantiche civiltà cattiva /natura buona, che si manifestino, ad esempio, con "manager in giacca e cravatta regimental=cattivo/delicato e ameno scenario di passeggio di capre sui Monti Sibillini=buono".
- I personaggi dei romanzi/racconti italiani non possono pretendere di essere più interessanti dei loro lettori, a meno che non lo dimostrino in modo convincente.

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mercoledì, luglio 18, 2007

UPDADB, the making of (3)

Dunque ho immaginato, mentre camminavo per strada, nel mezzo della notte, che la poca gente che c'era per strada mi scoppiasse attorno. Ero con degli amici, ma mi ero chiamato fuori dalla conversazione. Fino al cornettaro, non dissi una parola. E una volta giunti dal cornettaro, passando dal freddo (che c'era fuori) al caldo tipico di un posto dove c'è un forno che cuoce lieviti, lì dal cornettaro mentre ordinavo quel che volevo mangiare, e/o aspettavo che quelli che stavano con me ordinassero anche loro, ho immaginato (anzi, è meglio dire: si è impadronita di me l'immaginazione) di qualcuno (un uomo) (distinto, in giacca e cravatta, con valigetta ventiquattrore: un professionista?) che cammina per strade semideserte e la gente gli esplode intorno, però quest'uomo cammina non di notte (come io avevo fatto) bensì alla luce del sole. L'immagine rimase, era potente: un uomo che cammina per strada (una strada grande luminosa) (lungo la strada palazzi d'uffici: acciaio, vetri a specchio) (e palme: lungo la strada, palme) in pieno giorno (la strada l'abbiam detto è grande luminosa) ma non c'è quasi nessuno, e quei pochi che ci sono, quella poca gente che c'è, lì per lì si mette a saltare in aria in violente esplosioni: ma lui non ne viene mai toccato. Anzi, fa finta di niente. Come se la gente attorno a lui non esplodesse. Cammina e basta. Di colpo pensai a Tel Aviv: con tutto quel che si leggeva a si sentiva a quel'epoca sugli attentati suicidi in Israele (era la fine del 2003), era facile pensare a Tel Aviv. E allora: avevo il pensiero di una città, la mia immaginazione di un uomo distinto che cammina tra gente che esplode, e con queste fantasie continuai a baloccarmi pure lì dal cornettaro, mentre mangiavo i miei cornetti: e poi una volta tornato in strada, e poi una volta tornato a casa, e poi nei giorni successivi. Più fantasticavo su quell'uomo, sì, più lo vedevo, e più si aggiungevano man mano altri dettagli: la faccia di una donna dai denti bianchissimi (la moglie?) con un pulloverino di quelli firmatissimi e una messa in piega perfetta, le sopracciglia perfettamente regolate. E poi un'altra faccia, quella di un'altra donna (sicuramente non la moglie dell'uomo) che stava guardando giù da una finestra. Guardava verso il basso: e poi, a un certo punto, la donna alzava lo sguardo ed era lì che si capiva bene che non era una moglie: nello sguardo c'era qualcosa di profondamente assente, di completamente, sì, abbandonato: lo sguardo di quelle persone che hanno mutato in arte la capacità di lasciar succedere le cose senza diventarne parte, di attraversare i giorni (e le settimane, i mesi, gli anni...) senza una ossessione né un progetto. A questo punto, sapevo che quei tre personaggi avevano qualcosa a che fare tra loro: che c'era, come si dice, una storia dietro. Mi toccò poi di inventarla, ma fu la parte più facile: in un certo senso, anzi, era come se la storia già ci fosse e mi stesse invitando a scoprirla. Nuvole rapide era lì a portata di mano.

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martedì, luglio 17, 2007

UPDADB (the making of), 2

Dicevo: se Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma era un romanzo complessivamente "neutro" in termini di ambientazione, il nuovo romanzo non lo era affatto: e me ne resi conto non appena ebbi le idee un po' più chiare su quale storia, anzi quali storie, m'interessava di raccontare.

Il mio rapporto con le storie che invento io è (cosa imbarazzante a dirsi per un ateo) un rapporto che ha una qualche bizzarra componente mistica. Le storie, i personaggi, mi appaiono, si presentano a me. Qualche esempio: la storia di Nuvole rapide, un racconto al quale sono particolarmente affezionato (è stato uno dei miei primissimi, e ho avuto il piacere di vederlo ripubblicato diverse volte) un bel giorno si è presentata. Camminavo per strada, me lo ricordo come fosse ieri, era quasi l'alba e assieme ad alcuni cattivi compagni ci stava recando da un cornettaro aperto a quell'ora - quando ho immaginato che le persone che incontravamo per strada, di botto (è il caso di dirlo) si mettessero a esplodere, all'improvviso: i loro pezzi, pezzi d'ossa e stoffa e carne eppoi cartilagini e quant'altro, spargersi per tutta la strada, addosso a me, per terra, sui muri. Come dicevo: era l'alba, e le strade erano semideserte di pedoni: non incontravamo molta gente. Avevo tutto l'agio e il tempo di restare attonito tra una (immaginata) esplosione e l'altra: di immaginare il lampo, il rumore, l'onda d'urto, qualcuno che cerca riparo, i timpani fracassati e... Quando ero ragazzino, vedete, mio nonno mi raccontò la sensazione che si prova quando una granata ti scoppia abbastanza vicino da ferire, o uccidere, uno che sta vicino a te, che ti sta attorno, ma non abbastanza da colpire proprio te. Non c'è tempo per il sollievo (di essere scampato) o l'angoscia (di vedere ferito o morto, dilaniato, qualcuno che conosci e che ti sta accanto e che - da un istante all'altro - è morto o sta morendo): queste cose, se vengono, vengono dopo: verranno sì quando finalmente sarai solo, e avrai tempo per pensare, allora lo spazio e lo scorrere degl'istanti prenderà, prenderanno, una forma bizzarra oblunga mossa inconsistente, come se ogni oggetto cosa persona luogo ti si sciogliesse davanti agli occhi, e lì poi insomma prendesse una movenza liquida e incerta nello spazio quanto nel tempo: gente che cammina e ha le gambe più lunghe e storte di quel che devono essere (di come tu sai che devono essere) e ha braccia contorte come rami nodosi, ma (diversamente dai rami) leggere e molli e plastiche che quando le muove s'attorcigliano... E i piedi dei tuoi compagni quelli i piedi sì che calpestano foglie durante la marcia, tu li vedi, diventano - ai tuoi occhi - bitorzoluti e sembrano deformi sia i piedi che gli scarponi che ad ogni passo accolgono nuove deformità tumori bozzi: e il suono degli scarponi su quelle foglie non è il crac-crac-crac di scarponi su foglie secche che tu conosci bene per averlo mille volte sentito, ma è un crac... crac... crac... per cui ogni singolo crac arriva alle tue orecchie distante, e... e ogni passo ci mette un anno ad andare da qui a lì, lo Sten che hai tra le mani e adesso devi cambiare il caricatore (togliere quello che hai scaricato, mettere quello nuovo) ma, a provarci, ti sembra che non riesci mai a infilarlo bene - per quante volte ci provi -, non vuole infilarsi non va, e chi ti sta guardando da fuori magari s'accorge che sono le tue mani quelle che tremano come squassate da un sisma che nasce dentro il tuo corpo ma a te sembra invece di star fermo e che sia tutto il resto dell'universo mondo che ondeggia e si squaglia e rallenta rallenta rallenta: e lì sì che hai tempo di pensare, a... Ed è lì che hai il tempo di pensare al sollievo d'essere scampato allo scoppio al botto alle schegge, e di renderti conto che tra le facce che ti stanno attorno deformate e forse ghignanti e sbavanti non c'è quella di qualcuno che hai visto morire. Ma per pensare a queste cose ci vuol tempo: al momento dello scoppio non si pensa, diceva mio nonno, sì e no c'è il tempo di vedere un pezzetto un dettaglio di quel che succede... Oppure a volte lo scoppio accade dietro di te, e allora la prima volta che ti volti per vedere quel ch'è successo, che lo scoppio t'abbia scaraventato a terra oppure no (o magari era già a terra e strisciavi) allora dalla prima volta che farai questa cosa di voltarti scoprirai che il mondo che leggerai quando e se ti volterai potrebbe essere un mondo radicalmente diverso, e certo più esploso, di quello che hai osservato alle tue spalle l'ultima volta... (continua)

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lunedì, luglio 16, 2007

pregasi osservare un minuto di silenzio, gente

Maltese Narrazioni ha chiuso.

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venerdì, luglio 13, 2007

UPDADB (the making of), 1

Credo sia una fissazione che può venire ad alcuni, quella che sto per dirvi. Ovvero: se hai scritto un romanzo che funziona in un certo modo, una esigenza che puoi avere è che il romanzo successivo funzioni in un altro modo. Non è un fatto di voler stupire qualcuno: è un fatto di noia. Se hai scritto un romanzo in cui hai adottato certe soluzioni, è mortalmente noioso scrivere un altro romanzo in cui adoperi tutte le stesse soluzioni. Magari, alcune sì (perché ci sei affezionato, o perché funzionano particolarmente bene, o perché non riesci a farne a meno). Ma non tutte. Altrimenti ti sembrerà di riscrivere lo stesso romanzo. Ora, se Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma era un romanzo breve, questo nuovo libro, invece, è abbastanza lungo. Avevo in mente una storia con tanti personaggi (forse arrivano al centinaio...), in cui succedevano tante cose. C'erano un sacco di fili intrecciati tra loro (tant'è che io stesso ci ho messo un bel po' per dipanarli), avevo dovuto addirittura piazzare una flowchart su una parete del mio studio, con tutte le relazioni tra i personaggi e le connessioni tra gli eventi, per ricordarmi quel che succedeva. Dicevo insomma ch'è un libro lunghetto (se VDRIMS tocca le novanta pagine appena, questo qua sarà sulle 450-470, credo) e che è facile dimenticarsi le relazioni tra i personaggi e le connessioni tra gli eventi. Non è un problema se è il lettore che dimentica: l'autore sta lì apposta per aiutarlo (nei punti-chiave del romanzo c'è un apparato paratestuale, di note e appendici, che gli consente di stabilire dei legami, di ricostruire rapidamente ciò che ha dimenticato). Il problema vero è se io mi dimentico qualche cosa: il che è possibilissimo, se non ci sto attento. In questo nuovo romanzo, le azioni dei personaggi sono molto contestualizzate (il che vuol dire che ogni cosa succede per un motivo, anche se non sempre il lettore ne viene messo al corrente) e hanno un senso (talora molto preciso, altre volte più vago) nella rete di relazioni che sussiste tra i personaggi medesimi. Insomma: se io, il narratore, mi scordo qualcosa, rischio di lasciar penzoloni qualche filo della trama, e questo non è bello.

In VDRIMS non era così, perché VDRIMS discende direttamente da un certo tipo di narrazioni (ad es.: Sylvie di Nerval, o L'educazione sentimentale di Flaubert) in cui:

- i personaggi sono pochi, e agiscono anche relativamente poco;

- l'obiettivo è fissato su un personaggio specifico per la gran parte del tempo (nel caso di VDRIMS, Lapo Mazzei);

- ciò che conta, nelle relazioni tra i personaggi, non sono tanto le azioni in sé: quanto il significato che i personaggi attribuiscono ad esse.

Inoltre, nel nuovo romanzo la contestualizzazione ha un ruolo davvero forte. VDRIMS era in gran parte ambientato a Roma, e un po' a Napoli, ma la presenza di queste due città come elementi "vivi" del testo era scarsa. Credo che si potrebbe, senza troppa fatica, spostare l'ambientazione di VDRIMS a Parigi e Marsiglia (per dire un paio di città a caso). Nel nuovo romanzo, mi resi subito conto che questa cosa non era vera. L'ambientazione era prettamente romana; il racconto sfruttava porzioni della storia della città, della mitologia contemporanea della città, e con queste cose i personaggi interagivano molto attivamente. Era dunque necessario che, fin dalle prime battute del testo, il lettore avesse consapevolezza di questa interazione. Il libro doveva cominciare in modo tale da stabilire una relazione tra la storia che volevo raccontare e il contesto in cui mi proponevo di ambientarla. (continua)

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giovedì, luglio 12, 2007

confessions on the desk floor, again

Non so se questa vi sembrerà una buona notizia (può darsi di no). Ad ogni modo, poiché gl'impegni di scrittura del nuovo romanzo si fanno sempre più pressanti (il che significa: sto cercando di finirlo, una buona volta) nel corso delle prossime settimane questo blog si dedicherà soprattutto a raccogliere, oltre alle solite anticipazioni (che pubblicai anche mentre stavo finendo Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma), una sorta di diario del narratore: appunti a margine di quel che sto scrivendo, note di lavorazione, smadonnamenti quando c'è un problema tecnico da risolvere, gongolamenti quando mi riesce di risolvere un problema che ha rischiato di sopraffarmi, e così via. Riprenderò anche le cose utili da fare per leggere e scrivere narrativa con profitto e le cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi (i post già pubblicati su questi argomenti, li trovate nella colonnina di sinistra, quella degli argomenti). Può darsi che recensisca pure, di quando in quando, qualche libro o film: però non contateci troppo (oggi avevo in mente di parlare di un libro assai bello che ho letto di recente, Il dossier di Timothy Garton Ash, ma proprio non ne ho il tempo). Voi, ad ogni modo, state bene.

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venerdì, luglio 06, 2007

intervista ad Ernesto Aloia a proposito del libro I compagni del fuoco 

[questa intervista è stata pubblicata, in una versione leggermente ridotta, su "Stilos" del 12 giugno 2007]

I compagni del fuoco mi sembra, anzitutto, una vicenda di “mancate agnizioni”, per così dire. Valerio e Miranda, Valerio specialmente, sembrano costantemente alla ricerca di un indizio, di un segnale che consenta loro di riconoscere Seba per colui che credevano egli fosse: ma un tale desiderio viene continuamente sconfessato. La frustrazione dei personaggi si trasmette al lettore: Valerio e Miranda risultano detestabili per la loro ottusità, patetici nella incapacità che mostrano di gestire la situazione. Eppure non sono cattive persone. Perché hai scelto di raccontare una storia con personaggi così irritanti, in cui difficilmente il lettore vorrà identificarsi? Cos'è, di essi, che ti affascina o, persino, ti attrae?

Non esagererei. Miranda e Valerio non sono più ottusi e detestabili della maggior parte di noi. Certo le loro inadeguatezze appaiono più in risalto perché sono viste attraverso una lente satirica, ma io credo che il lettore onesto possa riconoscersi. Lo spero. Valerio e Miranda affrontano un enorme problema cognitivo: hanno scoperto che quel mondo che credevano di padroneggiare all’improvviso non esiste più, e – quel che è più grave – forse non è mai esistito. Sono gente perbene con idee perbene, e all’improvviso il loro unico figlio li accusa di fare parte del mondo che opprime quelli che lui identifica come vittime. Valerio, in sovrappiù, ha l’improvvisa scoperta della propria caducità biologica che lo spinge verso gli improbabili riscatti della mezza età. Miranda deve affrontare la consapevolezza che persino suo padre non era quel che sembrava. In mezzo a tutto questo, riescono a conservare un legame d’amore. Sono davvero tanto inetti? Dopotutto anche l’evoluzione di Seba non è così catastrofica: dopo un primo momento imitativo e rabbiosamente adolescenziale, a poco a poco, si evolve verso una scelta più matura. Certo, si tratta di una scelta religiosa totalizzante su cui ci sarebbe da discutere.
 
Io ho avuto la sensazione che il legame che Valerio e Miranda riescono a conservare sia un legame tra sconfitti, da passeggeri stravolti che s'abbracciano sul ponte del Titanic che affonda. La scelta conclusiva di Seba è, come osservi, più autoconsapevole, ma comunque è una scelta di autoemarginazione. Miranda e Valerio sono o non sono sconfitti? E il fatto che la scelta di Seba sia armata di maggior consapevolezza, non la rende più terrificante? Parafrasando Longanesi, Seba è nato incendiario, ma - visto il suo percorso di vita - difficilmente potrà mai morire pompiere. 
 
Valerio e Miranda sono, evidentemente, sconfitti. Alla fine della storia hanno preso degli sberloni tremendi. Però non è detto che dopo una sconfitta non si possa ricominciare, e il romanzo si chiude proprio su questo “cambio di stagione”. Anche il ritiro di Seba nella vecchia casa del nonno è solo momentaneo, lui sa benissimo che la madre potrà raggiungerlo da un giorno all’altro eppure non scappa, sta lì e aspetta. Ha superato la fase del conflitto e dello scandalo fini a se stessi: sa benissimo che lo attende il compito difficile di trovarsi una strada nel futuro (di qui l’attesa di un “segno”), ma non ha intenzione di sottrarvisi cercando scorciatoie. Non per niente l’ultima parola del libro è “pazienza”.

Il bisogno di anestetizzarsi dall'influenza del mondo sembra essere una costante dei tuoi personaggi. In Locuste, un tuo racconto della raccolta Sacra Fame dell'Oro, Danilo Serra e l'io narrante/protagonista costruivano il loro imbroglio finanziario partendo dall'esigenza dei correntisti di ottenere rassicurazioni. Ne I compagni del fuoco questa volontà di anestetizzarsi, o essere anestetizzati, si ripresenta più e più volte: ad esempio quando racconti di Guido Corneliani Ghini e consorte, fuggiti dal mondo reale perché in esso, ad esempio, “c'erano le mosche”. Credi che la società in cui viviamo sia drogata di anestetici e palliativi? O, semplicemente, trovi che le esigenze consolatorie siano affascinanti da rappresentare in un contesto narrativo?

Le esigenze consolatorie sono molto umane. Effettivamente poi, trovo che il bisogno di autoinganno, e gli stratagemmi che la mente umana è in grado di mettere in atto per ottenere questo risultato, siano un soggetto interessante almeno quanto le strategie di inganno che si adottando nei confronti degli altri. I compagni del fuoco è pieno di inganni, di trame, di imposture di tutti i tipi. Comincio a chiedermi se non siano una mia fissazione. Ma, si sa, anche i paranoici hanno dei nemici, e di inganni il mondo non è mai stato così pieno come adesso che è immerso in un flusso costante di informazione. Non voglio sostenere che i media e quanti ci lavorano siano coinvolti in un grande complotto, solo che siano stupidi e conformisti. Troppo umani per gestire un potere che si è fatto sovrumano.

Coerentemente con l'esigenza consolatoria dei personaggi, ne I compagni del fuoco le istituzioni sembrano attrezzate anzitutto per rassicurare, fornire risposte anestetizzanti. Mi viene in mente l'incontro di Valerio e Miranda con Luisa che, suadente e stracarica di giade, li tranquillizza informandoli che Seba “ovviamente li odia”, che gli adolescenti “hanno bisogno di odiare”, che l'adolescente è “un demiurgo scatenato”. L'incontro ha toni grotteschi, perché paradossalmente Luisa dice cose terrificanti (“vostro figlio vi odia”) allo scopo di rassicurare i coniugi. Come hai costruito la comicità di una scena siffatta? E quali ti sembrano le opportunità del grottesco, oggi, in letteratura, aldilà dei vetusti espedienti del Pulp?

Insieme alla storia del sunnita è il punto del romanzo più giocato sul registro antitragico, però in mezzo a parecchie sciocchezze la psicologa dice anche qualche tragica verità. Gli adolescenti hanno effettivamente bisogno di nemici. Hanno bisogno di contrapposizioni, anche se questo terrorizza Valerio. La scommessa del romanzo è nella difficoltà di giocare la narrazione su un registro che si potrebbe chiamare tragisatirico. L’ideale sarebbe che, di fronte alle disavventure di Valerio, il lettore non sapesse se ridere o piangere. Quanto al grottesco, dopo avervi fatto ampio ricorso in qualche lontano racconto, mi sono reso conto che in un romanzo va somministrato con una certa parsimonia perché, alla lunga, il lettore non ama una storia che si rifiuta di farsi prendere sul serio.

La famiglia, ne I compagni del fuoco, è il luogo dell'incomprensione tragica, della non-comunicazione assoluta. Nei tuoi precedenti racconti non era così: ad esempio, il bieco dirigente di banca che è l'io narrante di Locuste riusciva a entusiasmarsi, a tratti, per le passioni della moglie e la figlia. Come sei arrivato a una rappresentazione così radicale?
 
Il silenzio totale, in realtà, è solo quello di Seba all’inizio. Ai poveri genitori sembra quasi di ritrovarsi in casa Gregor Samsa trasformato in scarafaggio. I tentativi di Valerio di carpire informazioni su di lui sono patetici, certo, ma almeno parzialmente condivisi con la moglie. Valerio, quando ha bisogno di Miranda, non esita a chiamare aiuto. Purtroppo si muove in un mondo in cui tutti hanno scopi più definiti dei suoi (i colleghi del Centro vogliono perpetuare la loro fortunata condizione, Bendanti vuole risollevare le sorti del suo fondo superetico, Mario Moreno vuole riapparire in video, il centro sociale vuole riacquistare la visibilità perduta etc) e si muovono più in fretta di lui: per stare dietro a questa corsa frenetica fa cose che non avrebbe mai immaginato di poter fare, e questo finisce con l’ingarbugliare anche la sua situazione familiare.

Lo “slancio mimetico-amoroso” di Seba verso John Walker Lindh viene accolto dai suoi insegnanti con un “conato unanime di solidarietà”. Nel tuo romanzo, i soggetti più colti e istruiti sembrano anche i più incapaci di fabbricare anticorpi contro gli aspetti più minacciosi dell'alterità. Credi che questa sia una rappresentazione realistica? E se sì, perché?

Per molte persone colte e perbene islamista è bello, e più è minaccioso e violento e intollerante, meglio è. Il masochismo e il conformismo diffusi tra chi ha diritto di prendere la parola in pubblico non finiscono di stupirmi. Un esempio: durante le settimane di violenza, omicidi, incendi, saccheggi e minacce varie che seguirono la pubblicazione delle cosiddette “vignette sataniche” ci furono vignettisti e giornalisti italiani che anziché difendere i colleghi danesi dichiararono che quei disegni erano offensivi e quindi, implicitamente, giustificarono sia l’autocensura che la violenza scatenata dagli estremisti islamici. Il fanatismo esercita un’attrazione ipnotica. Spiegare perché tante persone per altri versi intelligenti si trasformino in quelli che Kundera chiamò “gli spiritosi alleati dei propri becchini”non è facile. Forse sono stanchi della libertà di parola e della democrazia, siccome è imperfetta, non gliene frega più niente. In Francia l’anno scorso è uscito un libro molto bello sulla storia d’amore tra parte dell’intelligenza di estrema sinistra e l’integralismo islamico, è di Caroline Fourest e si intitola La tentazione oscurantista. Anche nell’estrema destra è tutto un flirtare con i camerati islamici. Nei Compagni del fuoco l’unico personaggio che stigmatizza questo bisogno incontenibile di essere puniti e oppressi è Miranda, e io le sono molto grato.

Miranda abbandona con enorme fatica la dottrina del non-intervento nei confronti di Seba, attaccandovisi quasi come a una religione. Perché? La non-disciplina della non-ingerenza verso i figli, da parte dei genitori, oggi sembra diventata assai popolare: in cosa credi consista il suo fascino?

Miranda ha le sue ragioni personali. Ha passato l’adolescenza a difendersi dalle suore ficcanaso del collegio dove studiava. In generale, però, la dottrina della non-ingerenza va forte. Credo sia per un motivo drammaticamente banale: le persone sono stanche, non hanno tempo e quel poco che hanno vogliono dedicarlo a se stessi, alla manutenzione dell’ego, a vedersi un film o a visitare la mostra sui macchiaioli, non a discutere di cosa sia giusto o sbagliato con un figlio.

Il romanzo ironizza costantemente sull'intelligenza e la capacità di mostrare buon senso delle èlites intellettuali: sia implicitamente, attraverso l'intreccio, sia esplicitamente attraverso la voce narrante (mi viene in mente il passo in cui scrivi che Le Menti sarebbero state in grado di tradurre in italiano anche Cacciari). Gl'intellettuali d'oggidì sono davvero così bamboleggianti, autoreferenziali, sciocchi e disarmati? Quali deformazioni della classe intellettuale rappresentano, per te, dei bersagli ironici da sforacchiare?

Beh, quella su Cacciari è più che altro una battuta dettata dall’abbondanza di trattini, parentesi, termini tedeschi e greci su qualche sua pagina, non c’è alcun intento polemico. Ce ne fosse, gente come Cacciari. E quanto agli intellettuali in generale… non si capisce bene perché uno dovrebbe essere meno bamboleggiante, autoreferenziale, sciocco e disarmato solo perché ha scritto qualche libro, e magari letto qualche altro, perché per vivere scrive su un giornale o insegna all’università. Io al discorso di Pasolini, “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore”, non ci credo. Per tornare al discorso sulla capacità di anestetizzarsi dall’influenza del mondo, con le dovute eccezioni la storia del Novecento ci dimostra che nessuno c’è riuscito meglio degli intellettuali: innamorati, in grande maggioranza, dei peggiori totalitarismi e delle utopie più disastrose. Questo secolo è appena iniziato e forse è naturale e giusto essere un po’ diffidenti nei loro confronti.

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giovedì, luglio 05, 2007

new thing

Come Athanasius Kircher. Ma anche no.

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martedì, luglio 03, 2007

another one bites the dust

Dicevamo, di Tutti gli uomini del re, partendo da Brubaker (vedi qui).

La cosa più interessante di Tutti gli uomini del re è il fatto che si tratti di una rielaborazione del mito prometeico in cui l'eroe non riesce a essere all'altezza del ruolo. Tutti gli uomini del re racconta - come già Brubaker - la parabola dell'uomo coraggioso che vuol cambiare la società, migliorando le condizioni di vita dei suoi simili, ma viene amaramente sconfitto. Tuttavia, mentre la sconfitta di Henry Brubaker era opera del sistema, quella di Willie Stark (protagonista di Tutti gli uomini del re interpretato da uno Sean Penn decisamente sopra le righe) ha le sue radici nella dialettica tra il sistema e Stark medesimo. Nel film, Stark è un piazzista con ambizioni politiche che, grazie a particolari circostanze favorevoli, si trova eletto Governatore della Louisiana negli anni '30, ovvero in piena Depressione: armato di furor civile e di profonda (e autentica) empatia per i "villani" e gli "zotici" del profondo Sud, Stark lancia un programma politico di ridistribuzione della ricchezza, scuola e sanità gratuite, costruzione di strade, scuole, ponti e ospedali. Il "sistema" (ovvero, i banchieri e le grandi compagnie petrolifere che in Louisiana fanno il bello e il cattivo tempo) gli si oppone e minaccia di metterlo sotto impeachment: ma pure Stark ci mette del suo allo scopo di rovinarsi per bene. Ingrassa, diventa sempre più tronfio e pieno di sé, vuol costruire un enorme ospedale che porterà il suo nome, va in giro scortato da guardie armate con facce da pistoleros incalliti, organizza comizi che sempre più somigliano a orge di folla e che non sarebbero dispiaciuti, forse, al dottor Goebbels. Stark si serve della corruzione (la stessa che già ha rimproverato ai suoi avversari politici nel corso delle elezioni) per oliare le ruote della burocrazia onde realizzare i suoi grandiosi progetti; non esita a ricorrere alle minacce ed ai ricatti per zittire i suoi oppositori; s'imputtanisce con sgualdrine di lusso; beve troppo; e arriva fino ad azzardare una spudorata relazione extraconiugale con una gran dama dell'aristocrazia southern. Verso la fine del film, il benintenzionato e cafone piazzista è diventato un vero e proprio satrapo, anzi peggio: un satrapo pasticcione e parvenu, che dei satrapi ha tutti i vizi e i guasti, senza possedere il buon senso e la misura che vengono dall'esperienza nell'esercizio del potere.

La storia non è originale, non dice nulla di nuovo, e non è neanche raccontata particolarmente bene. Il regista, Zailian, è un decoroso mestierante della macchina da presa, ma nulla più: i personaggi sono spesso unidimensionali (c'è il vicegovernatore traffichino, l'addetta alle pubbliche relazioni innamorata di Stark, la gran dama southern ricca e annoiata a caccia di emozioni, l'anziano giudice dai modi paterni, vero gentiluomo del Sud: forse il personaggio più riuscito, grazie alla faccia e alle rughe di Anthony Hopkins). I dialoghi non hanno guizzi, sono ben scontati e prevedibili - spesso non abbiamo bisogno di sentir parlare i personaggi per capire dove la loro conversazione andrà a parare -: gli attori, spesso, pare che stiano facendo un saggetto di fine anno, e alcuni sono completamente fuori parte (Kate Winslet era perfetta come tipetta eccentrica e sballata in Se mi lasci ti cancello: pretendere da lei il ruolo di aristocratica bellezza è veramente troppo, e infatti non ce la fa). Però una buona ragione per vedere questo film c'é: ed è, come ho detto nel post del 26 giugno, che Tutti gli uomini del re è una bella spia dello stato di salute della passione civile negli USA, ed è un film che informa con puntuale esattezza dello zeitgeist statunitense d'oggidì. Un film che ci racconta che neppure il cinema d'intonazione e intenti liberal crede più ciecamente nei suoi eroi, al punto da non riuscire a dipingerli immacolati; anzi, al punto di obbligarli a sporcarsi col, ad avvoltolarsi nel, fango della corruzione che - secondo la parabola di Tutti gli uomini del re - fatalmente s'accompagna al potere. Se Brubaker imputava alla corruzione del "sistema" il fallimento dell'opera innovatrice del suo eroe, Tutti gli uomini del re mette sotto accusa le debolezze umane, che sono debolezze di tutti: eroi e pavidi, progressisti e no, zotici e membri dell'establishment.

Vien da pensare che l'America sta finalmente, e dolorosamente, perdendo la sua innocenza, se il cinema liberal non riesce più ad inventarsi i suoi perfetti disinteressati Prometei, e - sul fronte opposto - le più dure accuse al governo di Bush Jr. vengono oggi da Zbigniew Brzezinski, che pur se sta coi democratici è considerato un conservatore duro (e ai tempi della Guerra Fredda era tra i "falchi" più incalliti). D'altronde, l'espediente narrativo più riuscito, in Tutti gli uomini del re, è quello di far raccontare la storia a un giornalista (anch'egli inizialmente ebbro di passione civile) che, lavorando per Stark, perderà tutte le sue illusioni e arriverà a ferire atrocemente le persone che più lo hanno amato. Come dire che - diversamente da quel che si amava dire negli anni Settanta - il politico non è personale, non può esserlo, e tradire i propri affetti inseguendo l'utopia non può essere, e non sarà mai, una buona idea.

also sprach licenziamentodelpoeta 10:41 | permalink | commenti (9)

lunedì, luglio 02, 2007

(intermezzo 2)

Non tutti gli editori sono così simpatici da aprire un blog. Se poi l'editore è uno che stampa capolavori con assoluta nonchalance, allora il blog bisogna segnalarlo assolutamente. State bene.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:10 | permalink | commenti (8)