licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

venerdì, settembre 28, 2007

UPDADB, the making of (15)

Come sempre nel caso delle narrazioni orali, il contenuto di ogni singola narrazione era variabile a seconda del grado di coinvolgimento emotivo del narratore; del fatto che avesse o meno assistito agli avvenimenti; e, nel caso in cui si trattasse di una testimonianza per sentito dire, intervenivano ovviamente anche altri fattori. Ad esempio: il narratore che aveva raccontato la storia alla persona che la stava raccontando a me, era un testimone diretto, o anche lui l'aveva sentita raccontare da qualcun altro? E qual era il motivo per cui la storia era migrata da un narratore all'altro? Era utile saperlo... Certe narrazioni migrano perché sono divertenti e curiose da raccontare; altre perché in chi le narra esiste un interesse specifico a raccontare un dato evento, o una data serie di eventi; e in chi le ascolta esiste parimenti un interesse nel recepire quella specifica narrazione: e in questo secondo caso, per chi raccoglie questo genere di storie (nella fattispecie, qui, io) conoscere questo interesse è un elemento più che mai utile per contestualizzare meglio un racconto orale. Ancora una volta scoprivo, qui, la verità dell'asserzione "Tutto è autobiografia", di Samuel Beckett (rivelatrice al punto che, stabilii, assieme ad altre sarebbe finita in esergo al libro): chi mi raccontava una storia doveva, trattandosi di fatti che riguardavano gente di sua conoscenza, raccontarmi anche qualcosa di sé, chiarirmi i suoi rapporti con i personaggi della storia, spiegarmi come e quando e perché era venuto a conoscenza di un certo episodio, e via discorrendo. E queste spiegazioni svelavano, anticipavano o celavano altre storie, altri personaggi, altre situazioni, altri fatti.

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giovedì, settembre 27, 2007

UPDADB, the making of (14)

Oltre a registrare su nastro quel che mi veniva in mente (scene, personaggi, situazioni inventate/i da me) per metter su il libro, registravo però anche racconti, memorie, testimonianze d'altri. Parlavo con gente dei posti in cui si svolge il romanzo, gente che magari conosco, o altra gente presentatami da gente che conosco. Oppure mi appoggiavo a gente che poteva darmi una mano - a giornalisti, ai comitati di quartiere, a certe parrocchie, ad amici sindacalisti, ad altri amici che lavorano in negozi e si confrontano con la gente tutto il giorno, a un'amica psicologa -, per avere liste di gente da intervistare: che mi raccontasse i posti, e le storie che circolavano in quei posti. Queste testimonianze erano in assoluto il materiale grezzo più interessante per me, che sono un patito di storia orale in quanto perdutamente affascinato dal suo costante scivolare verso l'inesattezza, dalla sua mitopoiesi galoppante, dal suo popolarsi regolarmente con i fantasmi e le fissazioni di quello che te la racconta. Per scrivere questo romanzo, m'interessavano soprattutto storie e descrizioni di com'erano certi quartieri di Roma negli anni Settanta, nei Novanta e poi adesso. Affascinato da certi libri - su tutti il bellissimo L'ordine è già stato eseguito, di Alessandro Portelli - ove il racconto orale disvela a ogni passo drammi individuali e traiettorie esistenziali, mi ero messo in testa che i percorsi di mutazione del tessuto urbano e antropologico celassero rivelazioni inaspettate, e avessero (grandi e piccole) storie da raccontarmi. E non mi sbagliavo: le testimonianze raccolte, registratore alla mano, erano sempre suggestive, quasi sempre utili, talora preziose. Alcune (come la storia di un pastore rumeno che si è ritrovato alcune pecore dapprima sequestrate, eppoi giustiziate a colpi di pistola da un giornalaio) sono finite dritte nel libro, così come me le hanno raccontate; altre han fornito spunti utili alla modellazione di personaggi, biografie, scene, ambienti. (continua) 

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mercoledì, settembre 26, 2007

ah, vraiment notre histoire est mal, bien mal, bien mal composée

Leggere una intervista a Patrik Ourednik è come andare al cinema: ti vien voglia di sistemarti comodo sulla sedia, tirare un sorso di qualche bevanda gassata ignobile, sgranocchiare popcorn. Ben sapendo che, se Patrik capitasse dalle tue parti, gli basterebbe un colpo d'occhio per cogliere il senso del tuo sbevazzare e attapirarti e sgranocchiare, collocandolo in qualche flusso di tendenze storiche. L'intervista è qui: grande spettacolo, neanche a dirlo. Voi, fate in modo di star bene.

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martedì, settembre 25, 2007

UPDADB, the making of (13)

Ora: si parlava dei problemi che sorgono, quando si scrive un romanzo; e, visto che qualcuno mi fa domande in proposito (nei commenti a questo post, specificamente sui miei tempi di scrittura), mi sembra utile rinnovare quel che scrissi un paio di mesi fa. Ovvero, che non bisogna pensare ch'io produca romanzi partendo dalla scrittura, mettendomi seduto a battere i tasti del pc e poi continuando, magari con qualche idea in testa sulla trama e i personaggi, ma comunque sospinto semplicemente dall'intenzione di andare avanti a scrivere. Non è così, anche per via del bisogno di ossessionarmi di cui ho accennato. Per me scrivere un romanzo (soprattutto questo romanzo: Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma è stato più facile, sebbene minato nel suo percorso di lavorazione da problemi non dissimili) significa anzitutto immaginare le cose, ben prima di scriverle. Immaginare posti e situazioni: e, quando si può, buttar giù porzioni di testo che magari entreranno nel romanzo del tutto o in parte, ma più probabilmente non ci entreranno affatto e serviranno a me soltanto: ciò per farmi un'idea dell'ambientazione, del background dei personaggi, delle loro passioni o idiosincrasie, di quel che fanno e non fanno, pensano e non pensano. Queste porzioni di testo solitamente non le scrivo subito: le tiro fuori a voce, parlando in un registratore, e quando ne ho tirate su abbastanza da darmi un'idea dell'ambientazione, le metto giù scritte. Anzi, più precisamente: le sbobino, ecco, quando mentre parlo al registratore comincio ad aver l'idea che quelle cose, quelle storie, quelle immagini, quelle idee mi restituiscano un clima: una specie di corrente interna che pervade il libro che ho intenzione di scrivere.

Lavorare con questo metodo, comunque, in UPDADB, è stata una novità assoluta. Avevo già tentato, per VDRIMS, l'idea del registrare i testi a voce e sbobinarli (la storia di Franco e della sua ragazza, ad esempio, è uscita fuori così). Ma non era un vero e proprio metodo, non lo avevo sistematizzato affatto, e comunque non lo avevo applicato fin dall'inizio. Lavorando a UPDADB, invece, mi son messo a farlo scientemente. Non ho idea del perché ho iniziato, ma credo si trattasse del fatto che le idee buone, una volta stabiliti i primi punti fermi della storia (quelli enunciati negli ultimi post sul making of) mi venivano in mente ovunque e negl'istanti più impensati. Così, quella che per VDRIMS era stata una soluzione passeggera, per UPDADB diventò un'abitudine. E io adoro avere abitudini.

Ogni volta che mi veniva in mente una scena, un brandello di storia, cominciavo a parlare e registravo. I risultati grezzi, li ho conservati (io non butto mai niente): anche perché mi sembrava interessante l'idea di rileggermeli mesi o anni dopo averli concepiti, tanto per farmi un'idea del rapporto tra prodotto grezzo e prodotto finito. (continua)

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lunedì, settembre 24, 2007

UPDADB, the making of (12)

Ciò detto, cominciavo ad avere i miei bravi problemi. Se non lo sapevate già, dunque sappiatelo: scrivere un romanzo (un romanzo vero, non una cagatina stitica) produce, per chi lo scrive, problemi. Tra il pensare a una certa storia, e il raccontarla, di solito c'è un abisso che pare la fossa delle Marianne, tant'è profondo. E dico profondo perché il problema non è la strada che devi fare (che può anche esser corta, se il romanzo è corto anche lui) bensì il fatto è che, per quanto tu abbia ragionato e pensato e ti sia lambiccato il cervello, da questo profondissimo abisso salterà fuori, spesso e volentieri, qualcosa che non sai (di solito, un problema di qualche tipo). Può essere un problema di scrittura (il tal dialogo è fiacco, la tal descrizione è moscia...). Può essere un problema di trama (l'intreccio è sovrabbondante, ci sono troppi personaggi, il lettore non riesce a seguire la storia; oppure l'intreccio è troppo debole, o troppo improbabile, o troppo quel che vi pare). Può essere un problema di leggibilità (scrivere una spy-story dal ritmo forsennato in ottave come la Giostra del Poliziano, e farlo nella stessa lingua del Poliziano, non è forse una buona idea: e può diventare addirittura pessima, se il vostro lettore sa dove abitate). Può essere un problema di, come la chiaman gli anglofoni, consistency: a un certo punto la trama contraddice se stessa, il personaggio X incontra il personaggio Y in un luogo che duecentotrenta pagine prima risulta esser stato disintegrato da una bomba a fotoni, la scena d'amore principale tra Samantha e Ursus si svolge in inverno e richiede che Ursus si spogli, senonché sessanta pagine prima abbiam scritto che il fetore dei calzini zozzi di Ursus farebbe uscire dai gangheri anche il Dalai Lama; un certo fatto si svolge nel 1996 in mezzo al corteo dello sciopero dei metalmeccanici e noi scopriamo che nel 1996 non c'è stato nessuno sciopero dei metalmeccanici e il sindacalista che ce l'aveva assicurato, maledetto lui, è un rincoglionito perso all'ultimo stadio. Il primo problema grosso che questo romanzo mi ha fatto venire in mente è un problema che riguarda il tempo, anzi i tempi, al plurale (continua).

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venerdì, settembre 21, 2007

UPDADB, the making of (11)

Un'altra cosa che volevo, era che il delitto in sé restasse tra le quinte per gran parte del romanzo. Anche qui, il solito annoso dramma: in una storia che vede l'ingombrante presenza (anzi, assenza) di un morto ammazzato, e l'altresì ingombrante presenza di personaggi malavitosi, il rischio di scivolare nel cliché è in agguato a ogni passo. Non è che c'è tutta una letteratura sull'argomento: ce n'è più d'una. Dalla tragedia greca al giallo classico, passando per un'altra ventina di generi e sottogeneri, di storie in cui c'è un morto ammazzato ne son state scritte milioni, forse miliardi (fate voi). Dunque, stabilii che il romanzo NON avrebbe girato attorno all'indagine per scoprire chi aveva ammazzato il morto, ed anzi avrebbe ESCLUSO per principio l'idea stessa di detection (e dire che io sono un patito de La signora in giallo). Nessuno avrebbe saputo com'era morto il morto, tranne chi doveva saperlo (il killer e il testimone che s'era trovato lì). Nessuno avrebbe scoperto niente: semmai, mi piaceva l'idea che a un certo punto il testimone, per sgravarsi la coscienza o per dar aria ai denti o per qualsiasi altro motivo (che non avevo ancora deciso), raccontasse a una terza persona com'era morto il morto. Mi piaceva anche l'idea che questa terza persona fosse qualcuno emotivamente legato al morto: il figlio del morto, magari. Ecco, era una cosa, questa, che mi andava bene: faceva un po' Amleto, dava alla trama - per così dire - una coloritura shakespeariana e mi consentiva di virarla al mèlo se avessi voluto. E mi piaceva infine l'idea che questo figlio, una volta scoperto com'era morto il padre, fosse tutt'altro che smanioso di vendicarsi: la morte del padre era una storia vecchia, lui se lo ricordava poco, in fondo si sa che la vita continua, e poi a che servirebbe compiere una vendetta a quasi trent'anni di distanza? Non è forse meglio lasciare le cose come stanno, e pace ai morti?

Ovviamente, a questo punto mi serviva un conflitto per far procedere la storia, sennò quella si sarebbe afflosciata su se stessa, e amen. (continua)

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giovedì, settembre 20, 2007

UPDADB, the making of (10)

Quel che m'interessava, nel meccanismo della fuga, non era tanto il fuggiasco che scappava e qualcuno che lo inseguiva (posto che lo inseguisse). No. Era il fatto che il fuggiasco sparisse e la sua sparizione desse origine a miti, leggende, congetture. Dopotutto lo avevo immaginato come un uomo ben noto nel suo ambiente ("i bassifondi sociali, donde sortono i malfattori di ogni fatta"). Finché non scattò il meccanismo, nella mia testa, che fece diventare quello spunto una storia. Ebbi l'idea che il fuggiasco, dopo esser fuggito, fosse morto di morte violenta; e che - se della sua fuga già si sapeva pochissimo - della sua morte si sapesse ancor meno. Ad avere informazioni precise in merito erano, tra tutti, solo in due: chi l'aveva ucciso, e qualcuno che era stato lì presente - al momento dell'uccisione - per ragioni che ancora non mi erano del tutto chiare in mente. Scartai subito la trama del testimone scomodo che all'improvviso, per qualche sopravvenuta ragione, va eliminato: era roba già vista, non mi eccitava neanche un po'. Invece mi sembrò subito più interessante l'idea di una qualche forma di accordo, più o meno tacito, tra il killer e il testimone. E qui stabilii allora che il killer fosse in qualche modo legato, emotivamente, al testimone del delitto: che insomma vi fosse tra i due un qualche genere di nesso affettivo. Però, al contempo, mi piaceva l'idea che questo nesso affettivo fosse ambiguo, che si muovesse su due piani: uno esplicito, l'altro sotteso, non disvelato. Di qui mi venne in mente che i due fossero amici, ma che questa amicizia lasciasse spazio a indizi d'ordine erotico. Questi indizi, nel corso del romanzo, non avrebbero mai dovuto sfociare in una tensione erotica esplicita: niente sesso tra i due, insomma. Ma volevo disseminare la storia di dettagli che, per tutto il tempo, dessero al lettore modo di pensare che del sesso tra i due potesse esserci, o esserci stato: senza però che vi fosse mai una rivelazione esplicita. Questo avrebbe caricato il legame tra i due di tensione solo parzialmente espressa, sempre apparentemente sul punto di manifestarsi ma destinata a rimanere sottotraccia. Questo mi piaceva. Solo a quel punto definii i due personaggi: scartai subito l'idea di un fusto e una bellona, perché la trovavo orrenda. Non che mi dispiaccia descrivere personaggi femminili avvenenti (come i lettori di Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma ben sanno: ricordate la scena della donna che si rifà il trucco al bar?), ma stavolta dovevo stare attento agli stereotipi. In una storia che vede l'ingombrante presenza (anzi, assenza) di un morto ammazzato, e l'altresì ingombrante presenza di personaggi malavitosi, il rischio di scivolare nel cliché è in agguato a ogni passo. Così m'immaginai che il killer e il testimone fossero entrambi uomini (e dunque che il possibile nesso erotico fosse a carattere omosessuale) e che, svolgendosi la trama molti anni dopo il delitto, fossero entrambi di mezza età. Questo mi piaceva, perché il sesso (e l'eros in genere) tra gente di mezza età è un terreno pochissimo battuto dalla narrativa: al massimo si mette in scena una relazione in cui un partner è di mezza età e l'altro è più giovane (ad es. in Calda emozione). Ma di storie in cui entrambi i partner sono di mezza età, non ce ne sono troppe in giro: su due piedi, mi veniva in mente solo I ponti di Madison County, che non è esattamente un capolavoro. (continua)

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martedì, settembre 18, 2007

un poco di pesce non lo si nega a nessuno

Il palombo, si sa, è un pesce dei più inutili. Sa di poco, anzi di quasi niente. Ma il dinamico duo non si ferma dinanzi a certe quisquilie: e decide di servire in tavola dei deliziosi (poiché abbondantemente conditi) tranci di palombo al forno con capperi e olive nere. La ricetta inizia qui. Voi, ad ogni modo, state bene.

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giovedì, settembre 13, 2007

uno spettro s'aggira per l'Europa (anzi, tra l'Europa e il Brasile)

E' in uscita un nuovo romanzo di Patrik Ourednik. Non l'ho ancora letto, e so che la delusione, dopo un capolavoro come Europeana, è in agguato. Sta di fatto che non vedo l'ora di leggerlo, questo Istante propizio. Voi, nel frattempo, state bene.

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mercoledì, settembre 12, 2007

ulteriori segni del tramonto dell'Occidente

Il fenomeno dello scrittore incapace di star zitto di fronte alle recensioni negative lo conoscevamo già bene: e, per quanto è possibile abituarsi al cattivo gusto, c'eravamo pure abituati. Ma che dagli scrittori si potesse arrivare ai curatori editoriali, sembrava cosa assai bizzarra: e invece. Il riassunto dell'intera vicenda è qui.

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domenica, settembre 09, 2007

il dinamico duo batte la strada della tradizione...

... Mettendo in tavola un lussureggiante petto alla fornara con patate (seguite il photostream per assistere all'intero ciclo di preparazione e cottura, dal principio alla fine). E, in ogni modo, state bene.

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venerdì, settembre 07, 2007

F. dice

"E' un peccato che ce ne siano poche in giro, di donne al contempo belle e simpatiche. E' un fatto che di belle gnocche, per carità, c'è il pieno: ma simpatiche non sono quasi mai. Il perché, a mio avviso, è semplice. E' un fatto amministrativo, direi: loro hanno la rendita di posizione, e tu hai la servitù di passaggio".

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mercoledì, settembre 05, 2007

argomenti di Seia Montanelli a sostegno della tesi che la narrativa sia più importante della filosofia

E allora l'altra sera con Seia si parlava di libri (come spesso succede) e io, parlando di un mio amico che qui menzionerò con l'iniziale F. per non metterlo in imbarazzo, lì a Seia ho detto: Ma lo sai che F. ritiene i libri di filosofia più importanti dei libri di narrativa? E Seia ha risposto: Guarda con tutto il rispetto che ho per F., con tutta la simpatia che ho per lui, non dobbiamo però dimenticare che F. legge Jakobson al gabinetto e possiede circa un centinaio di libri di commento a Kafka, e questa la dice lunga sul suo conto. E allora io ho risposto che questo non c'entrava e ho detto: Guarda ch'è un fatto squisitamente tecnico, statistico, perché F. sostiene che in un secolo è normale ch'escano in commercio decine o anche centinaia di eccellenti libri di narrativa, mentre invece nello stesso secolo non è detto che tra tutti, al mondo, si riesca a scrivere un solo libro di filosofia veramente nuovo e importante. E a questo punto Seia replica: E Sticazzi, non ce lo vogliamo mettere???

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martedì, settembre 04, 2007

tifiamo rivolta, tifiamo rivolta

E anche Federica dice la sua a proposito di Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma. Voi, nel frattempo, state bene.

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lunedì, settembre 03, 2007

UPDADB, the making of (9)

Dunque, c'era di mezzo una fuga. Essì che, quando s'immagina una fuga, bisogna avere ben chiaro in testa da dove si parte, e dove si arriva. Vabbè, a volte non si ha ben chiaro in testa dove si arriva, però almeno il posto dal quale si parte dev'essere ben chiaro. Perché spesso e volentieri le ragioni per cui uno sta scappando, sono legate a filo doppio con le caratteristiche del posto dal quale vuol scappare.

Ebbene, il personaggio del quale immaginavo la fuga, io ce l'avevo bene in testa. Lo immaginavo muoversi, girare, fare delle cose. Immaginavo la sua faccia e i suoi vestiti. Immaginavo il suo modo di parlare e di camminare. E immaginavo bene anche il tempo e il luogo della sua esistenza. Così cominciai a scrivere, abbozzando l'ambientazione man mano che andavo avanti. Non ero affatto sicuro che quel che stavo scrivendo sarebbe poi entrato nel romanzo. Ma avevo bisogno di descrivere il luogo di partenza del mio personaggio, per meglio definire chi era, da cosa stava fuggendo, e come, e perché. E - se è ben vero che tutto è autobiografia -, io i luoghi di partenza di quella fuga li conoscevo bene. Luoghi che a Roma sono tecnicamente scomparsi dalla geografia, perché né la Giunta né i romani gradiscono ammettere che - trent'anni dopo la rimozione della raffineria di Roma - esiste un'area dell'ex raffineria in gran parte ancora non risanata. Anzi, forse è semplicemente la giunta che non gradisce ammetterlo, e i romani se lo sono proprio dimenticato e basta. Tutti tranne quelli che serbano la memoria storica di quella zona, di quel quartiere. Che sono sempre meno: tant'è che la zona è diventata una specie di anti-zona, il quartiere una sorta di non-quartiere. Spulciando in rete si può trovare qualche foto, ma poco altro.

Comunque, scrissi:

Bruno Statti (in certi ambienti) (a Roma a metà degli anni Settanta) era un personaggio proprio autorevole: anzi, a dir la verità, nel quartiere dell’ex-Purfina per un certo periodo lui Bruno è stato il personaggio autorevole per eccellenza, almeno stando a quel che dice un po’ di gente che ha vissuto all’ex-Purfina a quell’epoca lì. L’autorevolezza di Bruno si limitava appunto a certi ambienti e a certe persone ovvero a quelle persone che vivono nei bassifondi sociali, donde sortono i malfattori di ogni fatta: ma questa limitazione non sembrava disturbarlo in alcun modo e lui lì all’ex-Purfina era contento. Poi col passare degli anni non si è parlato più di ex-Purfina anche perché le vestigia della raffineria Purfina sono scomparse (inclusa la ciminiera che una volta era ben visibile da tutto il quartiere) e già dagli anni Novanta il XV Municipio di Roma ha ufficialmente ribattezzato l’area “Nuovo Trastevere”: un nome che non ha mai attecchito presso i vecchi residenti e che insomma, a dir la verità non è mai piaciuto a nessuno anche perché a Roma la parola Trastevere viene mentalmente associata a un paesaggio di vecchi caseggiati cinque-sei-settecenteschi che magari hanno quei muri macchiati d’umidità dove cresce (s’arrampica) talvolta l’edera. Sì poi a Roma la parola Trastevere viene mentalmente associata a un paesaggio che è quello del vecchio storico quartiere di Trastevere: ovvero un posto ch’è fatto insomma di viuzze strette e tortuose lastricate da sanpietrini (mai asfaltate) che in certi casi son così strette che le auto ci passano a fatica e al massimo una alla volta (nelle viuzze più strette). E poi ecco: a Roma la parola Trastevere viene mentalmente associata a un paesaggio di casette ammucchiate una sull’altra in mezzo alle quali scorrono appunto viuzze debitamente strette che sfociano talora in da slarghi inaspettati, pozze di luce sopra le quali incombono facce di chiese vecchie annerite di sporco, cornicioni un po’ tutti curvi anche a volte baroccamente ingobbiti, pure quelli ammucchiati uno un po’ sopra l’altro. E insomma – per farla breve qui – il fatto è che a Roma la parola Trastevere viene mentalmente associata a un paesaggio che non ha niente a vedere con quello del quartiere che una volta si chiamava ex-Purfina, no. Che il paesaggio del quartiere che una volta si chiamava ex-Purfina insomma è – diversamente da quello di Trastevere – un paesaggio, ecco, di palazzoni alti in media nove o dieci piani che s’adagiava (s’appoggiava) da una parte sullo scheletro della raffineria dismessa: ovvero a un certo punto finivano i palazzoni e poi lì dall’altra parte della strada cominciavano i capannoni abbandonati e i tubi dell’oleodotto (ormai vuoti) invasi dalla ruggine. Poi dopo che il Comune ha fatto tirar giù un po’ di capannoni e ha mandato squadre di operai a toglier di mezzo i grossi tubi (alti quanto un uomo) (lungo i quali facevano su e giù i grossi topi di fogna correndo, da un pezzo) allora è stato lì che poi negli anni Novanta lì il XV Municipio di Roma ha ribattezzato la zona dell’ex-Purfina ed è uscito fuori il nome: “Nuovo Trastevere”. Però (il lettore l’avrà ormai capito) il vecchio Trastevere, lo storico quartiere romano di Trastevere che tanto piace ai turisti inglesi e tedeschi che indossano i sandali da francescano sopra i calzini bianchi, il vecchio Trastevere che tanto piace a quelli che vogliono aprire un wine bar e che infatti s’è riempito di wine bar e di ritrovi fighetti che si riempiono di gente fighetta che beve cocktail e mangia salatini ridendo, insomma il vecchio Trastevere non somiglia per niente a quello che dovrebbe essere il Trastevere nuovo: e questo perché il vecchio Trastevere è (innegabilmente) Trastevere cioè un’area caratteristica e suggestiva dove già dagli anni Novanta acquistare un miniappartamento costava una fortuna: mentre il nuovo Trastevere invece è semplicemente e banalmente la zona dell’ex-Purfina. E perciò nessuno di quelli che abitano in quella zona lì dice che abita a Nuovo Trastevere. Una volta quelli dicevano di abitare appunto all’ex-Purfina oppure usavano il soprannome L’Isola che calzava abbastanza bene essendo quella parte della città limitata dalla ferrovia da un lato e da due grosse arterie stradali (via Portuense e via Quirino Majorana) dall'altro e ciò rendeva insomma il quartiere, in un certo senso, ecco, isolato dalle aree limitrofe. E insomma allora sta di fatto che nessuno di quelli che abitano in quella zona lì dice che abita a Nuovo Trastevere: una volta si chiama ex-Purfina oppure L’Isola mentre adesso semplicemente è una zona senza nome. Chi ci abita dice semplicemente di stare “dalle parti di piazza della Radio” o “dalle parti della Portuense, sai dov’è che comincia” ma non ha a disposizione un nome preciso per indicare il posto in cui vive: anche perché ormai a Roma il nome Purfina o ex-Purfina o, pure, Isola non significa più granché ed è sconosciuto ignoto (non dice niente) a un sacco di persone. Ed ecco a metà degli anni Settanta - ben prima che la zona lì diventasse, ecco sì, senza nome - allora lui Bruno Statti nel quartiere dell’ex-Purfina è stato un personaggio potente e ammirato e rispettato e conosciuto e ben autorevole, almeno stando a quel che dice un po’ di gente che ha vissuto all’ex-Purfina a quell’epoca. Però poi è successo che improvvisamente lui Bruno ha visto dall’oggi al domani svanire il suo prestigio nel quartiere, al punto di esser fatto bersaglio di provocazioni fino a poc’anzi neanche immaginabili. Ed è stato poi Bruno stesso a riflettere amaramente sull’accaduto, quando ha detto: “Ci sono stati quelli che pensavano, che io ero persorovinato cioè, che tanto il fatto d’aiutarmi era proprio inutile, che stavo colle spalle al muro e allora, a che serviva darmi una mano?”. E, ancora: “Non puoi mai sapere fin dove arriva il punto, cioè quali sono i confini della tua sicurezza. Io ero troppo sicuro veramente. Il tipico errore che sul momento pensi che non ti può costare poi chissà quanto: può darsi che la metti pure in conto la possibilità che sei troppo convinto, che credi troppo che nessuno ti pul fare niente, e magari non è vero. Ma pensi comunque di averci sempre come... come una cintura di sicurezza. Pensi: Sì magari il mio senso di sicurezza è troppo, è esagerato, però la realtà non può essere di tanto inferiore a quello che penso io. E ti sbagli...”.
 
Quel che è successo è che verso la metà degli anni Settanta proprio all’apice del suo prestigio insomma Bruno Statti ha ritenuto di dover lasciare il quartiere ex-Purfina, in maniera abbastanza precipitosa. Bruno se n’è andato portandosi appresso i suoi congiunti: la moglie Stella Banti e il figlio Manlio Statti: e ancor oggi il fatto che Bruno allora se n’è andato vien descritto e narrato, da chi vi assisté, come una vera e propria fuga. (continua)

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domenica, settembre 02, 2007

il dinamico duo colpisce ancora...

... Con la preparazione di due succulente bistecche di lombo al curry in letto di mele (tre ore di lavoro per pochi minuti d'estasi, ma ne è valsa la pena). State bene.

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