licenziamento del poeta
mercoledì, ottobre 31, 2007
bisogna sempre per forza parlare d'amore? Leggo su phonkmeister oggi una frase sacrosanta (che viene in origine da qui): "Le uniche cose di cui hai bisogno, per raccontare, sono la voglia di raccontare e un sincero odio per le persone. Ma dove la trova uno la voglia di raccontare?”. Al che, a questa domanda, io una risposta ce l'avrei, ecco. Perché io (vedete, sì) ce l'ho sempre avuto il sincero odio per le persone, non mi è mancato mai, e anzi l'ho sempre manifestato energicamente. E allora poi però quando io quest'odio lo manifestavo (con dispetti, crudeltà malvagità schifezze varie) tutti mi chiedevano: "Ma come fai a esser così cattivo? Ma come fai ad avere tanto odio per le persone?". Al che io in realtà non è che poi spiegavo proprio perché ho tanto odio per le persone, perché la cosa è assai complicata, e la ragione principale per cui è complicata, è che io non lo so, perché ho tanto odio. Da che ho memoria, ce l'ho avuto sempre io quest'odio. M'è sembrata una cosa così scontata, un fatto assodato. Tant'è che anni fa compravo un giornale di fumetti che si chiamava "Totem", e su questo giornale un autore di nome Edika faceva una serie di fumetti che si intitolavano "Perché tanto odio?". Ed ecco io di fronte a quel titolo della serie di fumetti di Edika pubblicata su "Totem", pensavo sempre: "Ma come perché, tanto odio? Ma c'è pure bisogno di domandarlo?". Che per me l'odio per le persone è - diciamolo - una cosa ovvia, scontata anzichenò. Epperò siccome mi sono invece stufato di sentirmi chiedere perché io ho tanto odio per le persone, allora ho pensato che se raccontavo delle situazioni, se mi mettevo a raccontare delle storie di gente che poi gli succedono un sacco di cose che poi questa gente è piena d'odio per le persone, allora non tutti, ma almeno quelli che leggevano le storie che scrivevo io, non me l'avrebbero più chiesto, perché ho tanto odio per le persone. Poi invece le cose sono andate diversamente, nel senso che me lo chiedono lo stesso, perché dopo che hai pubblicato un romanzo loro ti dicono, "Ah ma ti va tutto bene! Ah ma hai pure pubblicato un romanzo te, ti va tutto per il verso giusto! Ma come fa uno come te, che ha pure pubblicato un romanzo, ad avere tanto odio per le persone?". (Che poi pensandoci quest'ultima domanda, in verità, sarebbe un altro ottimo motivo per avercene, di odio per le persone) (Comunque il fatto è che i motivi per raccontare hanno una genesi complicata: perché è vero quel che ho scritto qui, però è anche vero che altre volte ho dato spiegazioni diverse, sui motivi che ho per raccontare, ed erano, e sono, altrettanto vere: come ad esempio quella che ho dato qui) (Voi, nel frattempo, state bene)
è necessario ogni volta far nascere il sole?
martedì, ottobre 30, 2007
terrorismo L'altro giorno stavo nel mezzo di una riunione sindacale, e c'era un sindacalista di una sigla della Triplice, che parlava di erosione della sfera dei diritti. Questo sindacalista si dà molto da fare, è una persona seria, si sbatte parecchio, ha un sacco di iscritti perciò quando c'è una riunione sindacale, è giusto che parli: sì, perché insomma attraverso lui parlano i suoi iscritti, lui è la voce di quegli iscritti, e non si può impedire a uno che ha un sacco d'iscritti, di parlare: perché è come negare la parola ai suoi iscritti. Il problema è però che, secondo me, questo qua parlare non sa proprio: una cosa che succede. C'è gente che non sa mica mangiare (quasi tutti); che non sa scopare (torme, vi dico); che non sa leggere (di questi, a sciami); che non sa tenersi l'uccello per pisciare senza far danni imbrattando la tazza (non sa esattamente quanti: ma troppi per i miei gusti, comunque). Questo sindacalista che è poi anche una persona seria, non sa parlare in pubblico. S'incarta, a volte cioè perde il filo del discorso, è poco incisivo, non riesce a spaventare la gente. Che questa è una cosa secondo me vitale per uno che fa il sindacalista: perché non c'è santo, la gente non si sbatte a fare scioperi e a fare agitazioni, se non è spaventata. Una delle doti essenziali che un sindacalista deve avere, è saper spaventare la gente. Non come fa Wes Craven, però: nel senso che la paura non dev'essere di quelle che ti fa sobbalzare sulla sedia e ti fa stare sveglio la notte, ma una cosa sottile che ti s'infila nella pancia, e da lì s'insedia nei tuoi nervi, eppoi ti s'accasa in testa. Però lui quando parla, mica te la fa venire. Allora dopo che aveva parlato anzi sproloquiato per un quarto d'ora sulla problematica erosione della sfera dei diritti, sul fatto che ormai le aziende vogliono imporre la piattaforma contrattuale, muoversi in un'ottica di dirigismo, intaccare la dignità della base, limitare i diritti acquisiti non contrattualizzati, lui ecco era lì che parlava di cose brutte tremende gravissime orripilanti, però non c'era ancora nessuno veramente spaventato. Cioè l'argomento in questione era il fatto che fino ad oggi esisteva una legge non scritta qui a livello aziendale: ovvero che un dipendente, nell'atto di andare in pensione, avesse diritto al fatto che venisse assunto al suo posto uno dei suoi figli. Un modo di garantire la tranquillità a una persona non solo per la sua carriera, ma anche per quella di almeno uno dei suoi figli. Il che a me sembra una cosa veramente sacrosanta: ma il fatto è che bisogna stare attenti a dirlo, non è un argomento che si può tirar fuori in trattativa ad alta voce, perché non è, non può mica essere, una cosa inserita nel contratto. Ed è per questo che l'azienda l'ha attaccata subito dopo aver perso la battaglia sul contratto integrativo. Quindi se si vuol conservare questo diritto acquisito bisogna attaccare l'azienda per vie traverse. Comunque il fatto era che 'sto sindacalista parlava e parlava, ma non riusciva a spaventare nessuno. Allora ho pensato di dargli una mano, ho approfittato per chiedere la parole un istante eppoi ho detto qualcosa come: "Quello che il mio collega intende dirvi è che, oggi come oggi, l'azienda, non solo questa ma tante altre, forse tutte, non fa più le battaglie campali come le faceva negli anni Sessanta o Settanta. Sa che è destinata a rimetterci. E allora fa la guerriglia. Cioè, vi stacca le cose a pezzi e bocconi. E voi nemmeno ve ne accorgete perché vi sfilano i diritti da sotto il culo. Non vi pare che sia il caso di combattere per ogni piccola cosa, vi pare troppo faticoso. Su questo l'azienda ha gioco facile perché vi dice che sono tempi di crisi. Bene: lo saranno pure, ma con novecento milioni di euro di utile, mica spicci, e quasi dieci miliardi di giro d'affari, questa azienda non ha il diritto di farvi pagare a voi i tempi di crisi. Ecco, voi ve la immaginate una mela? Una bella mela rotonda. Se qualcuno tenta di fregarvela, voi v'imbestialite. Non volete che vi porti via la vostra bella mela rotonda lussureggiante. Ma se qualcuno mentre dormite dà un mozzichetto piccolo alla mela, uno oggi uno domani, dopo un po' la mela è ridotta che fa schifo, e voi nemmeno ve ne siete accorti. E siccome è ridotta che fa schifo, tutta intaccata da mozzichi, non è più la vostra bella mela rotonda, ecco allora voi non la difendete nemmeno più. A quel punto ve la possono portare via pure tutta assieme. Però voi non vi dovete dimenticare che il risultato è lo stesso dell'altro sistema, di fregarvi la mela. Lì in un colpo solo, qui un po' per volta, il risultato è uguale: voi restate senza mela. Alla fine, quella la mela non c'è più. Niente più diritti. Ve l'hanno messo per bene al culo, a tutti".
Allora la cosa che m'ha fatto piacere è che s'è diffuso nella sala, dopo che avevo parlato, un tangibile senso di disagio. Che si vedeva che ci avrebbero rimuginato sopra, a questa cosa. Quello che poi invece m'è piaciuto meno è che l'altro sindacalista quello che parlava tutto in sindacalese e non riusciva a spaventare nessuno, dopo la riunione m'è venuto a dire che non è il caso di parlare così agli iscritti, perché li suggestiona, perché poi gli viene l'angoscia, perché è come fare del terrorismo. Mah.
sabato, ottobre 27, 2007
poesia, oh poesia "Tengo la canizza ar culo (Sentita in un bar dell'estrema periferia romana est; la cantava - sulle note de La camisa negra - un ragazzotto in smanicato sui venti-venticinque anni, con catenone di ordinanza d'oro, vero o finto che fosse, al collo)
Che me so' venuti a cercà
Dicheno che c'ho'n'debbito
E che li stavo a cojonà"
mercoledì, ottobre 24, 2007
(dal risvolto di copertina di questo libro) (che m'è arrivato ieri cortesemente speditomi dall'editore) (che è bbbbbbuono dentro, l'editore) (mentre l'autore, si sa, lo è un po' meno): "Stimiamo gli ubriaconi per la loro franchezza e teniamoci alla larga dagli assassini che hanno per parola d'ordine la rivoluzione. Stimiamo gli ubriachi per il loro passo incerto: chi barcolla non uccide". (da pag. 17): "Scrivere libri non è che un altro mezzo per asservire il prossimo, imporgli il proprio volere, ingannare la sua pusillanimità e futilità, rinviare l'ultima notte bianca prima della morte". (da pag. 23): "L'uomo disprezza profondamente la donna, e i riguardi che le manifesta sono un marchio di ipocrisia". (da pag. 38): "Pochi desiderano essere degli assassini, pochi si rifiutano di uccidere". Insomma: dopo un capolavoro come Europeana, temevo la delusione. Invece, mi pare che anche stavolta cominciamo alla grande.
lunedì, ottobre 22, 2007
he's big, he's bad, he's back Domani in libreria, finalmente. Non dico altro.
sabato, ottobre 20, 2007
onde sistemare la questione, una volta per tutte Questo blog non ha finalità di formazione: anzi, tende piuttosto a deformare cose e persone, eventi e situazioni, presentandoli/e per ben diversi/e da quel che sono: c'è qui il gusto, anzi oso dire la passione, per l'inganno e la truffa, la malversazione e il delitto, l'azione malvagia fine a se stessa (e dunque non utile ad alcuno, nemmeno al suo autore). Né questo blog si può dire che abbia scopi d'informazione, poiché è specializzato nel diffondere false notizie, voci di corridoio (purché malevole e lontanissime sia dal Bello che dal Vero, sicché etica ed estetica sono a posto), del bieco chiacchiericcio che nei tempi andati s'usava attribuire a lavandaie inviperite e uterine (per quanto esso sia impreziosito, qui, da un parlare tutto ad arabeschi, grottescamente barocco e zeppo di parole roboanti e inutili). Questo blog giammai ha o avrà, figuriamoci, finalità d'intrattenimento: il suo autore, il barboso e cupissimo davide l. malesi, uomo non privo d'accenti sinistri, uso a frequentazioni delle più delinquenziali, si sforza con ogni mezzo, e in ogni modo, di ammorbarne i lettori con questioni di lana caprina, e con soverchi bizantinismi: pure, non di rado, incede in tetrapiloctomia - ch'è noiosa di per se stessa -. Questo blog, men che mai infine, ha finalità di divulgazione: anzi, biecamente si propone di diffondere tesi - oltreché sfacciatamente mendaci - inutilmente criptiche ed ermeticissime, di sciorinare e articolare proposizioni oscure, arzigogolate e (non di rado) contraddittorie, e - per soprammercato - espresse con linguaggio denso d'arcaismi e desuetudini, sicché la contraddizione sia ardua a individuarsi, e complichi vieppiù la decifrazione di un testo già oscuro ed eracliteo. Siate avvisati.
giovedì, ottobre 18, 2007
agghiacciante scempiaggine n. 2 pronunciata da Andrea Caterini nella trasmissione di Fahrenheit del giorno 11.10.07 (se volete ascoltare l'intera trasmissione, il podcast è qui) Andrea Caterini: "La letteratura è veramente incarnare una voce. Quella voce che, ehhh... E' veramente raccogliere la mano tesa del futuro. Lo so che sembra strano, però è così. Nel senso... E' raccogliere una voce e fare di questa voce un corpo. E' una lingua, mhh... Che bisogna modellare, è una lingua che bisogna anche scacciare da noi. Però non deve essere comunicativa, non deve essere utile. Ma... è una magma che va... Cioè, io dico: bisogna incarnare la lingua. Bisogna incarnarsi nella lingua". E' davvero curioso come Caterini osservi, in precedenza, che la letteratura non può essere definita ("Non è qualcosa che può essere catalogato, che può essere definito": si veda questo post) dopodiché ne dia una definizione (a mio avviso, un discorso che parte con le parole "La letteratura è veramente ", non può che essere un tentativo di defnire cos'è la letteratura). Tra l'altro, la definizione che Caterini dà della letteratura fa davvero spavento: non si capisce come una "lingua non comunicativa" e "non utile" possa fare da tramite tra chi scrive e chi legge. Una lingua non è altro che un complesso di simboli che noi adopriamo per dare un significante ai significati che abbiamo da trasmettere (che poi questo processo avvenga tramite un racconto, un romanzo o un saggio, mi pare cosa affatto secondaria). Se il complesso di simboli non può esser decifrato, la lingua diventa un muto geroglifico del quale non si capisce un beneamato cazzo. (tranquilli, con Fitzgerald continuo al più presto, dopo qualche altra puttanata madornale)
martedì, ottobre 16, 2007
agghiacciante scempiaggine n. 1 pronunciata da Andrea Caterini nella trasmissione di Fahreheit del giorno 11.10.07 (se volete ascoltare l'intera trasmissione, il podcast è qui)
Andrea Caterini: "La letteratura alla fine è qualcosa di astratto. La letteratura non conta nulla. Eeeeh... Non è qualcosa che può essere catalogato, che può essere definito". Sul fatto che non si possa dare una definizione di letteratura ("non è qualcosa che possa essere definito"), Caterini dice il falso. Basta aprire un buon dizionario per trovare una definizione di letteratura che funzioni perlomeno decorosamente. Quella del De Mauro ("insieme di opere scritte che si propongono fini estetici o hanno comunque, in ragione della loro concezione e del loro stile, un elevato valore nella storia intellettuale, spec. con riferimento a una determinata lingua o a un dato periodo storico..."; e, a seguire, "attività intellettuale volta alla creazione di tali opere") mi sembra piuttosto valida. Naturalmente, tutte le definizioni sono perfettibili; ma se rinunciamo da principio all'atto di produrre definizioni, non riusciremo mai a perfezionarle. Infine - ed è ciò che più conta -, produrre definizioni non è mai futile, se fatto con coscienza e buon senso. Nei miti primordiali di moltissime culture (e in ispecie di quelle che attribuiscono un alto valore alla narrazione), una delle prime cose che fa l'uomo, non appena comparso sulla terra, è dare un nome alle cose. Non è poco: dare un nome alle cose, esprimere definizioni delle cose, è il primo passo per esercitare un dominio, attraverso la parola, su di esse. Anche sul fatto che la letteratura sia "astratta", "non catalogabile", Caterini dice il falso. Da che esiste la letteratura, esiste il tentativo (più o meno riuscito) di definirne modalità e funzioni, di dissezionare drammaturgie e modelli retorici. La Poetica di Aristotele, vero fondamento della critica letteraria occidentale e della narratologia, sta a testimoniarlo. Dopo quell'opera, ve ne son state molte altre scritte con i medesimi intenti, o con intenti comunque non dissimili. (tranquilli, con Fitzgerald continuo al più presto, dopo qualche altra delirante bestialità)
lunedì, ottobre 15, 2007
agghiacciante scempiaggine pronunciata da Maria Sole Abate nella trasmissione di Fahreheit del giorno 11.10.07 (lo so, dovevo continuare con Fitzgerald, ma ne ho sentite troppe e troppo grosse, per non darne conto: ché quando uno/a spara minchiate enormi in radio, la cosa non deve passare sotto silenzio) (se volete ascoltare l'intera trasmissione, il podcast è qui) Maria Sole Abate: "Einaudi in questo caso è una casa editrice rappresentativa di qualsiasi altra casa editrice... Che pubblichi, oggi in Italia... Stiamo parlando di narrativa italiana, ovviamente... Che pubblichi un prodotto, o vari prodotti che, sono, diciamo, molto omogenei. Per non dire... Di più. Cioè troppo uguali, molto difficile distinguere un libro da un altro. Diciamo che ci riferiamo principalmente a Stile libero. Un prodotto omologato. E perché? Perché è difficile vedere la differenza". Infatti, prendo due libri (di autori italiani) (a caso) tra gli Einaudi Stile Libero in mio possesso, giusto i primi che capitano: Tu non c'entri, di Letizia Muratori, e Q del Luther Blissett Project. Sono così identici, così indistinguibili, che ogni tanto mi sbaglio e faccio confusione, pensando che le avventure di Gert dal Pozzo si svolgano a Roma attorno a piazza Bologna, e che Gert vada in giro in skate. (tranquilli, con Fitzgerald continuo al più presto, dopo qualche altra agghiacciante cazzata)
giovedì, ottobre 11, 2007
Tenera è la notte #1 La cosa straordinaria di Tenera è la notte è ch'è un romanzo ove saltano i parametri di narrazione e gli stilemi linguistici, formali - insomma: gli aspetti tecnici - del lavoro di uno scrittore che, dal punto di vista tecnico appunto, è stato forse il più perfetto del suo tempo. Non il più vertiginoso: questo è un appellativo che dobbiamo lasciare a William Faulkner, per le ragioni che conoscono anche i sassi. A Fitzgerald, essere un virtuoso della scrittura interessava, ma interessava fino a un certo punto: eppoi era una carta, quella del virtuosismo, ch'egli giocava soprattutto sul campo da gioco dei racconti (alzi la mano chi ricorda il ritmo indiavolato, quasi da sincope jazzistica, da jam session ululante e mugghiante di stride notes e honkings, di La parte posteriore del cammello: dai notissimi Racconti dell'età del Jazz, manco a dirlo). Sul fronte del romanzo, Scott era più sobrio. I suoi prodigiosi strumenti di narratore, li adoprava per essere non spettacolare, bensì perfetto. O per avvicinarsi il più possibile alla perfezione. E' un discorso complicato questo, ed è scomodo tirarlo fuori, perché esiste una convenzione (pessimo lascito del Romanticismo, a mio avviso) per cui la scrittura, e di conseguenza la narrazione, sono linguaggi dell'anima, che mostrano - o, addirittura, producono - l'interiorità di un narratore. Ma sono fanfaluche queste, scempiaggini per anime belle. La verità è che a un certo punto i Grandi, quelli veri, quelli che in fatto di scrittura non hanno più niente da farsi insegnare, da nessuno, debbono fare una scelta: stupire il mondo, o raccontarlo. Il narratore di razza, il titano delle lettere, sceglie la panoplia di cui armarsi, a quel punto: una scrittura che stia al servizio della narrazione, o la sovrasti. Uno come Sterne, ad esempio, figuriamoci se ha mai avuto dubbi: doveva divertirsi come un matto a scrivere i suoi libri come fossero incanti pirotecnici, sorta di demiurgo lussurioso e gaudente per il quale ogni personaggio, ogni scena, ogni paragrafo o capitolo che sia, sarà sempre e comunque un affresco di Giulio Romano, una faccia dell'Arcimboldo, un trionfo di trucchi e giochi di prestigio, una scopata galattica con la pagina. Ma Scott? Lui voleva raccontare, anzitutto: e mise la sua scrittura al servizio delle storie. Lui, Francis Scott Fitzgerald, voleva anzitutto essere lo scrittore perfetto per le narrazioni che aveva nella sua testa. Le prove? Beh, mi viene in mente - fra tutte - una cosetta ch'egli scrisse, un ricordino autobiografico che sta in Crepuscolo di uno scrittore. In quel libro lì, a un certo punto Scott si mette a parlare degli anni che una persona normale (non un matto scoppiato, perché un Grande della letteratura è generalmente un tizio fulminatissimo, che magari sembra normale a vedersi, ma una o due grosse rotelle fuori posto ce l'ha); dicevo, Scott Fitzgerald lì si mette a parlare degli anni che una persona normale considererebbe i migliori della sua vita: i più leggeri, spensierati, eccetera. Quelli della giovinezza. Ebbene, ciò che in merito a quegli anni Francis Scott Fitzgerald trovò da dire, è: "Decisi di giocare a football, di fumare, di iscrivermi all'università, di perdere tempo in tutte quelle sciocchezze che non avevano nulla a che vedere con il vero problema della vita: trovare il giusto equilibrio, nel racconto, fra descrizione e dialogo". Insomma, a questo punto avrete capito che genere di personaggio era il Nostro (torna il discorso delle rotelle, o no?). Comunque, da qui cerco di stringere e farla breve: la perfezione narrativa che Scott cercava, la trovò scrivendo Il grande Gatsby. Un capolavoro. La sua cosa più bella: però, temo, non la sua cosa più grande. Perché Tenera è la notte non è bello, non così tanto come Gatsby: ma si vede e si sente ch'è uno sforzo titanico, una macchina enorme maestosa e possente che però è troppo grande per funzionar bene, e cigola e cede da tutte le parti, perde pezzi, strilla peggio d'una sirena dei pompieri, fa il suono brutto che fa un gessetto che graffia la lavagna, quel suono lì proprio insopportabile. Scott, lì, rispedisce a casa la perfezione e la misura de Il grande Gatsby (un romanzo, il Gatsby, che non ha una parola di troppo, con quelle frasi impeccabili sempre della lunghezza giusta, quelle descrizioni mai banali e al contempo mai sovrabbondanti di dettagli, quei dialoghi eleganti e mai "sbrodolati"...). Ecco, in Tenera è la notte Fitzgerald non sembra neanche lo stesso scrittore del Gatsby, veramente: la materia narrativa è troppo rovente, e in gran parte autobiografica, per controllarla al meglio. Il romanzo sbava, perde pezzi qua e là, certe parti non si capisce cosa siano state scritte a fare (cfr. il duplice omicidio). Spesso i dialoghi sono insistiti, strascicati. Eppure è un testo prodigioso e straziante: perfino il finale ha qualcosa di deforme, col protagonista che si fa sempre piccolo fino a sparire chissà dove, e il lettore non saprà mai dov'è finito... Ma la deformità di questo libro è proprio la ragione della sua grandezza. Una grandezza che, nei dettagli, vediamo nel prossimo post. (continua)
mercoledì, ottobre 10, 2007
UPDADB, the making of (20) ... Oppure (da queste narrazioni orali, che ho registrato e raccolto e rielaborato) uscivano fuori, oltreché storie di comportamenti ossessivi, e storie di lavoro, eppoi storie di piccole nevrosi personali, e storie di dissapori in ambito professionale, e di incomprensioni tra avvocato difensore e cliente, insomma venivano fuori pure storie pedagogiche di quelle che insegnano a una persona la maniera giusta di comportarsi in società (anche in questo specifico caso che cito qui, ho preferito portare la narrazione in terza persona): <<... Nel caso dell’organizzazione di Nico il Santo, i mediatori delle pasticche erano i suoi collaboratori storici: quelli che lavoravano per lui da più tempo, avendo cominciato verso la fine degli anni Ottanta: era gente che poteva sfoggiare curricola di un certo rilievo. Ad esempio c’era Filippo Tedeschini detto il Tedeschi per semplicità – tanto per nominarne uno -, figura abbastanza prestigiosa in quanto lui il Tedeschi veniva dalla famosa scuola della banda Moscardone, cioè era uno che aveva sparato per ammazzare (o almeno così dicevano alcuni) (e si sa che certe cose basta dirle perché facciano reputazione) e questa cosa (di sparare per ammazzare) a Roma è sempre stata una rarità una cosa cioè relativamente insolita perché Roma non è mica un Far West dove uno si mette a sparare come un dannato la gente è gente che ha una sua tranquillità un modo abbastanza calmo di fare le cose e infatti anche tra i malavitosi c’è il detto che se uno ti fa uno sgarbo (pure se è grosso) tu devi sì rispondere (per farti rispettare s’intende) ma ci sono delle regole da seguire enunciate da una famosa filastrocca che dice: “Guastagli la festa / abbassagli la cresta / guarda la sua testa rotolare nella cesta”. Cioè tu prima gli rovini i suoi motivi di contentezza ad esempio ti prelevi la ragazza sua e te la porti dentro alle fratte e ne abusi (cioè te la fai) magari appiccicandole pure due pizze in faccia (e magari alla pischella dopo che ti sei appagato ci pisci pure addosso se lo sgarbo è stato veramente grave). Oppure gli dai fuoco alla macchina, di quello che t’ha fatto lo sgarbo pesante (ch’è un classico la macchina abbruciata, no?). Insomma gli guasti la festa. Poi se quello viene a Canossa allora bene: e si torna amici come prima. Ma se invece non dà segno di avere capito tu gli devi abbassare la cresta. Tipo che gli ammazzi il cane a pistolettate. O il gatto. O nei casi più gravi lo acchiappi e te lo porti in un posto tranquillo e lo gambizzi. Oppure glielo metti al culo prima a lui eppoi a sua madre davanti agli occhi suoi (che a uno se gl’inculi la madre ci sforma pesante). Poi dopo che hai fatto il dovere tuo per farti rispettare, sempre se quello capisce e viene a Canossa, amici come prima e più di prima. Sennò lo parcheggi (cioè lo ammazzi) però tu mica lo devi ammazzare subito: gli devi dare un po’ di tempo per capire i suoi sbagli. Non è che lo puoi ammazzare così quando ti va a te. Devi vedere che passi un po’ di tempo ma non troppo sennò ci fai la figura di quello che non si fa rispettare. Insomma ti devi regolare tu per bene... >>
martedì, ottobre 09, 2007
UPDADB, the making of (19) (Ma mi rendo conto che forse, in mezzo a tutte queste parole, può farvi comodo qualche immagine. Così, tanto per rilassarvi tra un discorso e l'altro. E allora sappiate che ne ho appunto messa online qualcuna all'uopo, pensando di far cosa gradita a voi che leggete, dandovi modo di dare un'occhiata a qualcuno dei luoghi che sovente ricorrono nel romanzo. Ad esempio, ecco le Case Basse di cui si parla qui, e che in UPDADB vengono citate spesso e volentieri, a proposito e a sproposito. Le foto però le ho scattate di notte, a scapito della qualità, perché - in tutta franchezza - non è il caso di mettersi a scattare foto alle abitazioni della gente, in pieno giorno, in posti dove c'è il pieno di persone anche un po' suscettibili che potrebbero aversene a male, e magari pensare che sei uno che ha, ecco sì, come dire, dei secondi fini a parte quello d'immortalare le loro bellissime case. Voi, nel frattempo, state bene)
lunedì, ottobre 08, 2007
UPDADB, the making of (18)
... Oppure (da queste narrazioni orali, che ho registrato e raccolto e rielaborato) uscivano fuori, oltreché storie di comportamenti ossessivi, e storie di lavoro, eppoi storie di piccole nevrosi personali, anche storie di dissapori in ambito professionale, e di incomprensioni tra avvocato difensore e cliente (anche in questo specifico caso che cito qui, ho preferito portare la narrazione in terza persona): <<... E allora il fatto che Geppo abbia deciso di servirsi di dettaglianti notoriamente poco affidabili (almeno secondo una opinione molto diffusa e, come si è visto, condivisa da Michele Pantalone) ha fatto saltare quell’affare che Manlio stava organizzando mentre lui Manlio era in carcere a Rebibbia Nuovo Complesso. E quando è successo questo fatto così sgradevole c’è stato un frenetico scambio di messaggi tra Manlio Statti (che stava dentro) e Geppo Crinò (che stava fuori) attraverso l’avvocato di Manlio Statti che si chiamava allora Andrea Misceglie. E lì c’è stato una scambio di accuse e recriminazioni: nel senso che Manlio Statti ha fatto pervenire a Geppo Crinò, a mezzo Andrea Misceglie, un biglietto dove c’era scritto qualcosa come Ma come ti sogni di metterti a piazzare la roba in giro dandola ai negri come se fossi l’ultimo dei disperati??? Meglio i rumeni o gli albanesi o chiunque altro ma non i negri! Ti rendi conto che hai mandato a monte l’affare? E Geppo Crinò ha fatto pervenire a Manlio Statti, a mezzo Andrea Misceglie, un biglietto di risposta molto stringato dove c’era scritto qualcosa come Perché che cos’hanno i negri che non va bene? E poi allora Manlio Statti ha fatto pervenire a Geppo Crinò, a mezzo Andrea Misceglie, un biglietto dove c’era scritto qualcosa come Ma non me l’avevi neanche detto che ti eri messo a piazzare in giro la roba dandola ai negri! E Geppo Crinò ha fatto pervenire a Manlio Statti, a mezzo Andrea Misceglie, un biglietto di risposta dove c’era scritto qualcosa come Non ti avevo neanche detto come si chiama l’ultima troia che mi ha succhiato il cazzo o altre cose di poca importanza. E poi allora Manlio Statti ha fatto pervenire a Geppo Crinò, a mezzo Andrea Misceglie, un biglietto dove c’era scritto qualcosa come Ti pare una cosa di poca importanza??? Ma se l’affare è andato a monte perché quello stronzo di Michele ha scoperto che te la fai coi negri!!! Ma ti rendi conto??? E Geppo Crinò ha fatto pervenire a Manlio Statti, a mezzo Andrea Misceglie, un biglietto di risposta dove c’era scritto qualcosa come Senti, guarda che se quello è paranoico io non c’entro, sono cazzi tuoi. Pure tu dici ch’è uno stronzo guarda che gli affari coi paranoici e gli stronzi è meglio non imbastirli proprio. E poi allora Manlio Statti avrebbe voluto far pervenire a Geppo Crinò, a mezzo Andrea Misceglie, un altro biglietto: ma allora Andrea Misceglie che ormai da dieci-dodici giorni faceva avanti e indietro dal carcere per consegnare biglietti, insomma pure Andrea Misceglie ch’è un avvocato dei più accomodanti, da questo punto di vista qui, ha detto a Manlio: Senti io non sono mica un postino.
E insomma poi la discussione a mezzo biglietti portati dall’avvocato è un po’ morta anche se lì i rapporti tra Manlio Statti e Andrea Misceglie hanno avuto una battuta d'arresto perché Manlio Statti era già abbastanza alterato per via di una storia che gli aveva detto Livia Monaldi e questo fatto che Andrea Misceglie s'è rifiutato di portare i messaggi gli ha fatto saltare i nervi e così Manlio gli ha revocato la nomina ad avvocato...>> (continua)
venerdì, ottobre 05, 2007
Brodo
(Se vuoi, diffondi, replicando questo post da te. Grazie)
giovedì, ottobre 04, 2007
UPDADB, the making of (17) ... Oppure (da queste narrazioni orali, che ho registrato e raccolto e rielaborato) uscivano fuori, oltreché storie di comportamenti ossessivi, e storie di lavoro, anche storie di piccole nevrosi personali (in questo specifico caso che cito qui, ho preferito portare la narrazione in terza persona):
mercoledì, ottobre 03, 2007
UPDADB, the making of (16) "Sì, vabbè, però Malesi, insomma, che è venuto fuori da 'ste interviste che hai fatto?", potreste domandare a questo punto. "Che te sei sempre bravo a girare attorno alle cose, ma poi, quando si tratta di dirci com'è andata, cosa è in effetti successo, esci dalla porta di servizio. 'Sta gente con la quale hai parlato, che ti ha detto? Che ti ha raccontato? Che storie son venute fuori da lì? Si può leggere qualche cosa, una buona volta?". Al che io vi risponderei che sì, si può leggere qualcuna di queste storie orali che ho sbobinato e che poi ho aggiustato, limato, riorganizzato, e che sono entrate nel romanzo: e vi direi che sì, ce n'è di tutti i colori. Ad esempio, son venute fuori storie di comportamenti ossessivi: "... allora tu pensa che il Pinci c'è stato il periodo che lui già stava piazzato bene, a livello di armi, non è che se le è fatte mai mancare, e però mica gli bastava, s'era messo in testa che voleva comprarsi le armi sai quelle lì ad aria compressa, che sparano i pallini di ferro. Allora, questa me l'ha raccontata quella che allora era la ragazza del Pinci, stava con lui, chessì il Pinci era già sposato all’epoca ma ci aveva pure ‘sta storia. Marianna si chiamava lei... [...] Vabbè comunque era un periodo che il Pinci aveva molto poco tempo libero, credo che stava impicciato tra il lavoro diurno, le situazioni, i giri suoi, e gli amici, la moglie eppoi la storia colla ragazza, Marianna, allora il Pinci se di pomeriggio passava a prendere Marianna dopo che lei usciva dal lavoro, lei stava in una panetteria mi pare, poi a un banco di quelli del mercato, e allora il Pinci se la portava sempre in centro storico attorno alla zona di Piazza Barberini, prendevano il gelato lì e facevano i giri, le passeggiate, il Pinci che diceva a Marianna Guarda tu che bella 'sta strada o Vedi com'è bello 'sto palazzo, che lì sono strade e palazzi storici antichi, tutti, e facevano le passeggiate finché un bel giorno mentre giravano per non so che stradina che c'è lì, la faccia del Pinci s’è illuminata, stavano davanti a un negozio di quelli che vendono armi ad aria compressa, quelle che sparano i pallini, che poi non le distingui mica a colpo d’occhio dalle armi vere, ci vuole uno esperto per vedere a colpo sicuro la differenza, che la vedi dal calibro, perché hanno il calibro più stretto, quelle finte cioè, nel senso che la riproduzione di una Beretta classica 92 bifilare da nove millimetri avrà un calibro diciamo di quattro millimetri, che lì non è che ci deve passare un proiettile, ma solo un pallino di plastica o di ferro. E insomma comunque succede che il Pinci s’illumina tutto in faccia quando vede la vetrina del negozio, che poi non è che c’erano esposte in vetrina solo le armi ma c’era tutto un assortimento di altre cose, sul genere di tute mimetiche, cappucci, orologi con tremila funzioni elettroniche come ce li hanno quelli delle forze speciali, occhialoni, insomma tutto. E lì il Pinci non capisce più un cazzo cioè, fa una faccia che manco un ragazzino che deve scartare i pacchi sotto all’albero di Natale, insomma poi va che lui si porta appresso la ragazza Marianna dentro il negozio, e lì Marianna m’ha detto che il Pinci s’è comprato di tutto e di più, adesso Marianna non è che sa distinguere tra le svariate armi, non è che conosce le marche e i calibri eccetera, però insomma, ha detto che il Pinci, pistole a parte, s’è comprato una faccenda che da come me l’ha descritta io l’ho capito ch’era una mitraglietta, poi s’è comprato due mimetiche, i bersagli di cartone quelli da mettere in giardino, sai quelli tipo poligono di tiro. S’è comprato di tutto ed era contento peggio che un ragazzino. E allora poi Marianna m’ha detto che dopo quella volta che ha trovato il negozio lei non ce l’ha più portata in giro attorno a piazza Barberini a vedere le vie i palazzi, e allora Marianna s’è fatta un po’ l’idea che ce la portava solo per scoprire dov’è che stava il negozio, perché non aveva altro tempo per fare queste esplorazioni, nel senso che stava impicciato tra il lavoro, gli amici le situazioni eccetera, e allora prendeva due piccioni con una fava, portava Marianna a spasso e cercava il negozio, che magari gli avevano detto in che zona stava però non gli avevano detto la via precisa, sai come succede, o gliela avevano detta però lui se l’era scordata, sai quando ti dicono Sì il negozio sta a Via Taldeitali dietro Piazza Barberini, e tu Via Taldeitali te la scordi, perché magari è una stradina del cazzo che non l’hai mai sentita nominare, però ti ricordi di Piazza Barberini perché la conosci, e allora se poi vuoi cercare il negozio vai un po’ a tentoni lì attorno a Piazza Barberini. E poi sta di fatto che il Pinci a quel negozio dalle parti di Piazza Barberini dev’esserci tornato. Perché mi ha detto Marianna che gli ha visto in casa, al Pinci quando se la faceva co’ lui, un sacco di queste riproduzioni, insomma imitazione di pistole fucili e altra roba, che lei sul momento s’è pure un po’ impressionata, pensava pure ch’erano armi vere e allora gli ha chiesto Ma che ti sei comprato un arsenale? e allora lui calmo se n’è uscito ch’erano imitazioni, mica armi vere, tipo quelle che aveva preso al negozio in zona Barberini. E allora si capisce che il Faccia, sapendo di avere a che fare con ‘sta gente fissata con le armi, e comunque abbastanza irrequieta, allora lui non ci tiene a raccontare in giro dove va e cosa fa adesso, perché magari pensa che se lui racconta ‘ste cose a qualcuno poi quello se le va a rivendere al Tedeschi...”. Oppure son saltate fuori, altre volte, storie di ordinaria vita criminale (anche queste, a loro modo, sarebbero poi storie di lavoro, va di moda chiamarle oggi, ché pare che raccontare il lavoro sia diventata una cosa tanto urgente e interessante): "... Poi secondo me ‘sta cosa è tipica di Sante, nel senso che quando il giro dei negri era roba sua, che lo gestiva lui in prima persona, allora sì andava bene: adesso che invece ce l’hanno in mano gli altri non va più bene, è una cosa di basso livello, che non vale un cazzo e secondo lui rovina pure la piazza. Sante lui ce l’ha sempre avuto questo atteggiamento del cazzo, tipo quando faceva le cose incomprensibili, le cose che non si capiva un cazzo perché non si doveva capire, secondo me lui aveva questi atteggiamenti assurdi, di fare cose che non si capivano, perché così sembrava più misterioso e intelligente, così intelligente che nessuno poteva capire i motivi per cui faceva le cose. Io francamente non gli ho mai creduto, e l’ho sempre detto a quelli che lo consideravano una specie di padreterno, che Sante faceva le cose apposta per non farsi capire. Poi lasciate perdere che quello adesso si sposa mia cugina che pure lei secondo me lo vede come una specie di padreterno ma si deve da fare vecchia pure lei, se ne deve accorgere che quello fa le cose a cazzo che non si devono capire, altro che padreterno. E me ne vengono in mente di episodi clamorosi su ‘sto fatto, eh, tipo quello che Sante all’epoca che stavamo reclutando gente per pigliare i carichi dai nigeriani che scendevano a Ciampino, era una cosa delicata abbastanza rischiosa perlomeno in teoria, allora era tipo l’87 e Vasco i carichi li faceva arrivare così, nella pancia di ‘sti negri, e poi a noi toccava di andarceli a pigliare. Ma non è che ci stavano altri legami, eh, questi si pagavano il viaggio in Italia ingoiando ‘ste pallette di roba che poi dovevano cacare quando poi stavano qua, e dopo se ne andavano per i fatti loro, era gente che in genere poi sapeva dove andare, c’era e dovrebbe esserci ancora tutto un intrico di situazioni, di famiglie nigeriane che stava su a Bologna e addirittura a Marsiglia in Francia, che da Bologna pare che sanno come arrivare a Marsiglia che lì è tipo pieno di negri, capito come? Gente che fa svariati lavori, ma lì a Bologna e pure di più a Marsiglia 'sta gente s'è organizzata, questi hanno tirato su i negozietti, hanno comprato furgoncini e ci fanno i traslochi, o magari fanno le pulizie in giro, c'è quello che fa l’idraulico il lattoniere il lavapiatti, e allora si dev’essere pure sparsa la voce in Nigeria e così ci sono questi che partono sperando che magari vanno dove c’è lavoro e si può campare abbastanza bene, e così ci stanno quelli che si pagano il viaggio tirando su la merce di Vasco, che poi è roba tranquilla, non c’è mai morto nessuno che io sappia, perché le pallette sono decenti, cioè sono fatte abbastanza bene, a nessuno gli è mai successo che una palletta gli è scoppiata in pancia e poi è morto. E perciò si dev'essere sparsa la voce, tra 'sti nigeriani, che fare i viaggi per Vasco era una cosa tranquilla. E comunque i viaggi erano organizzati abbastanza bene dal punto di vista della sicurezza, checché se ne dica allora i controlli a Ciampino non erano niente di speciale: e poi non so se vi ricordate, all’epoca quella era un’epoca d’oro per come stavamo organizzati: ci stava una tipa nell’impresa di pulizie che faceva gli uffici di polizia all’aeroporto, che sapeva dove stavano le tabelle coi turni, e le controllava per noi cosicché si sapeva se ci sarebbero stati controlli un po’ più approfonditi, bastava vedere se c’era un turno con più gente del normale, più guardie insomma...". (continua)
martedì, ottobre 02, 2007
prima di riprendere il discorso sul making of, due cose La prima. E' in libreria Le benevole di Jonathan Littell. Vi prego di non fare l'errore che fate praticamente sempre (o giù di lì), e di considerarlo uno specchio della realtà o un libro che racconta la verità dell'orrore nazista visto "da dentro", o altre cazzate del genere. Le benevole è un mélo gigantesco e crudele, condito da passioni inesauste e feroci anzichenò, uniformi delle SS, orrori di guerra, violini in sottofondo. Le benevole è l'esplorazione sublime di un cliché, quello del nazista che uccide e suona Bach o si commuove per Schubert o Beethoven o Haydn o quel che è (per dire: ce n'era uno in Schindler's List, ce n'è un altro in quel film sulla riunione a Wannsee di gerarchi che progettano la Soluzione Finale, ce n'è uno insomma un po' ovunque). Che suona Bach o si commuove per Beethoven o piange davanti a un paesaggio bellissimo o sospira davanti a un quadro di Bochlin. Il nazista come culmine malato dell'epopea romantica tedesca, insomma. Solo che in questo libro è il nazista che parla, che racconta la storia - e dunque, un avvitamento mica male: un personaggio che ha in sé il germe malato dell'epopea romantica, che racconta una storia che è sostanzialmente un'epopea romantica malata -. Ed è tanto colossalmente e palesemente e sfacciatamente mélo, questa storia, questo libro, e la penna che lo scrive, da non cadere mai nell'errore di vergognarsi dei propri espedienti: anzi, tutt'altro, e ben giustamente, Le benevole li sbandiera anziché rinnegarli (e il modo in cui il protagonista rimane bloccato oltre le linee russe è del tutto emblematico di questo discorso). Le benevole è l'esplorazione a tinte forti di un pezzo del nostro immaginario, non il ritratto di un soggetto reale. Che poi l'immaginario abbia sulle vicende umane, e sulle nostre proprie azioni, un peso non indifferente, è cosa da non sottovalutarsi; ed è (anche) per questa ragione (tra le tante) che val la pena di esplorarlo. Dopodiché. E' uscito il terzo numero di Buràn. I ragazzi della redazione stavolta han fatto le cose parecchio sul serio: si son messi in contatto col British Council di Londra per farsi dare una mano a scovare giovani scrittori africani. Si son messi in contatto pure con la Boston University, che ha messo a disposizione i testi della storica rivista "Agni". Han pubblicato il racconto Rusalka di Catherynne M. Valente, che ha vinto il Million Writers Award 2006 per la miglior storia pubblicata online. Insomma, c'è un sacco di roba. Dateci uno sguardo; e, possibilmente, state bene.
lunedì, ottobre 01, 2007
ecco che muove sgretola dilaga Sabato sera, Benny e Donatella (marito e moglie, amici di vecchissima data del dinamico duo) son stati invitati a cena in quel de la maison de' noantri. Già il carrello degli antipasti si annunciava clamoroso: ma, a mo' di estremo schiaffo alla povertà (e alle diete), è stato seguito da: cannolo di spinaci alla greca; arista "per aspera ad astra"; patate al forno; insalata di carote con pinoli e cumino; e, dulcis in fundo - è il caso di dirlo -, "Bianco&Nero" messinese. Per la ricetta del cannolo alla greca, andate qui e seguite il photostream. Per quella dell'arista, qui. Per l'insalata, qui. Per il "Bianco&Nero", qui. Le patate al forno, sebbene questi siano tempi di tragica decadenza, ci permettiamo di presumere che le sappiate già fare da voi. State bene.




