licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

venerdì, novembre 30, 2007

guardi la pioggia cadere, ti gratti il sedere:
"d'accordo, va beh, è colpa mia"; resti nel dubbio, tuttavia

Chiuso il NaNoWriMo, con 67853 parole scritte nel mese di novembre. Il romanzo adesso ha un suo titolo definitivo: Fortunale, che mi piace molto (dopo Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma, e avendo in corso d'opera un altro romanzo dal titolo abbastanza lungo, mi piaceva l'idea di un titolo corto). Mi son parecchio divertito a scriverlo, io, questo Fortunale. Forse perché c'è una prima parte del romanzo che è scritta in un modo, e una seconda che è scritta in tutt'altro modo, e la terza che è scritta un po' come la seconda però c'è anche, rispetto alla seconda, una differenza fondamentale. Il romanzo non è finito, ma ne ho scritta più di metà, e ho bene in mente cos'è che gli manca ancora. La cosa che mi fa piacere, di questo Fortunale che ho scritto, è che mi sembra complessivamente migliore - sia del mio primo romanzo, quello già pubblicato, che del secondo che avevo in corso d'opera -; e questo, anche se entrambi i romanzi han richiesto, rispetto a Fortunale, un bel po' di lavoro in più. La cosa che, beh, poi sinceramente però mi imbarazza, di questo Fortunale che ho scritto, è che mi sembra in effetti migliore sia del mio primo romanzo già pubblicato, che del secondo in corso d'opera; e questo, anche se entrambi i romanzi han richiesto, rispetto a Fortunale, un bel po' di lavoro in più. Si vede che, trattandosi di narrativa, lavorare per un sacco di tempo a una certa cosa non significa necessariamente che quella cosa sarà migliore. Fortunale ha delle buone scene di sesso (che ci sono anche in VDRIMS, il mio primo romanzo; e in UPDADB, il mio secondo); ha discreti dialoghi; ha un sacco di storie dentro; ha un sacco di personaggi che si muovono e che raccontano storie ciascuno per conto suo (e sì, tutte queste cose c'eranoanche in VDRIMS, il mio primo romanzo; e in UPDADB, il mio secondo). Però Fortunale ha pure qualche buona scena d'azione, qualche passaggio un po' da film, e una storia compiuta in se stessa, bella tonda (cose che, invece, non c'erano nei primi due romanzi). Ha - nella prima parte - una struttura che un po' somiglia a quella di VDRIMS, ma è meno compiaciuta e fine a se stessa; ha poi un montaggio più brusco, senza tutte le parti di raccordo che ha VDRIMS; fa uso d'uno strumento narrativo che ho usato un bel po' in VDRIMS e poi massicciamente in UPDADB, quello di far raccontare le storie ai personaggi stessi: però questo uso è più discreto, più funzionale, meno gratuito e selvaggio. C'è una gran scena di pompino in mezzo alle fratte: c'è un cattivo che mi pare venuto su molto bene; c'è una storia mezza nera mezza occidentale; ci sono un sacco di pistole e rivoltelle; c'è anche uno che spara col fucile da cecchino, e che per mettergli in mano 'sto fucile ho dovuto fare i salti mortali e c'è voluto pure il supporto tecnico di un esperto in materia (grazie Ernesto); c'è una rapina; c'è un personaggio con lo spolverino bianco sporco addosso anche se fa un caldo boia; ci son delle scene in mezzo a neve e nebbia che mi son divertito come un ragazzino a farle perché mi pareva di stare a girare Il grande Silenzio al posto di Corbucci; c'è un poliziotto grasso che gira su una moto, e uno magro che si vede poco fino alla fine (però alla fine ha un pezzo di storia tutto suo, una specie di one man show); c'è il personaggio grande e grosso che mena come un fabbro (eh sì: è un omaggio a Mario Brega); c'è un personaggio di donna coi controcazzi che secondo me ruba la scena pure al protagonista, posto che ve ne sia uno; c'è un ex partigiano che pure lui ha il suo one man show mica male ed è una storia triste da morire (e qui lo dico affinché sappiate che in buona parte non me la sono inventata, ché mica me la sarei saputa inventare una storia così: per buona misura è ripresa dalla storia di una persona vera che si chiamava Nino Frezza, una storia che non si racconta quasi mai ma quando l'ho sentita m'ha fatto piangere, sì, per quanto è bella e triste). Insomma: per me, che di solito a scrivere faccio una fatica boia, lavorare a Fortunale è stata una cosa liscia e bella che quasi non ci credevo, son stato bene. E allora: stateci, nel frattempo, anche voialtri. 

also sprach licenziamentodelpoeta 12:06 | permalink | commenti (14)

giovedì, novembre 29, 2007

NaNoWriMo in progress, #19

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Con tutti costoro la moglie forse lo tradiva; anzi, lo tradiva certamente. Egli esaminava ogni giorno con estrema attenzione il letto coniugale e le lenzuola, cercandovi segni degli amplessi di lei con quegli estranei; non trovandone – e non trovando mai la minima incuria: sempre lenzuola tirate a puntino, coperte impeccabilmente aggiustate, cuscini sprimacciati alla perfezione -, il disgraziato, lui folle di gelosia!, s’insospettiva vieppiù: pensava che tanta perfezione nel rifare il letto, e nell’arieggiare le stanze, e via discorrendo, fosse l’ennesimo segno della infedeltà coniugale: “Poiché lei mi tradiva ormai da tempo”, mi disse nel corso dell’interrogatorio, “era diventata maestra nel cancellare le tracce”. I segnali, a sentir lui, non mancavano: il bucato fatto con troppa cura, e troppo spesso; le stanze, dicevo, sempre arieggiate; la donna troppo allegra, sempre sorridente, nonostante i gravosi patimenti degli anni di guerra che, seppur trascorsi, erano ben vivi nella memoria di lui (e, dunque, anche lei doveva rammentarsene). “Perché”, ringhiava l'uomo sotto interrogatorio, “ogni volta che io accennavo un ricordo di quegli anni, per vedere come reagiva lei, quella cambiava discorso? Rideva, o sorrideva, e cambiava discorso!”.
“Immagino che non fossero bei ricordi da tirar fuori”, ho commentato io allora, offrendogli una sigaretta: che però ha rifiutato con un gesto secco. “Si può ben capire”.
“Ma io non li tiravo fuori così per bellezza! Li tiravo fuori per vedere che avrebbe detto lei! Io dicevo per esempio, mentre stavamo mangiando il pane: - Certo che, Bianca, un pane così soffice quando c’era la guerra, ce lo sognavamo -: e addentavo un boccone, e masticavo per il fatto mio. E ne porgevo un boccone a lei”.
“E lei, a quel punto?”.
“Rideva, e cambiava argomento”. E, poco dopo – sempre sotto interrogatorio – l’uomo mi ha pure confessato -: “Rideva troppo, Bianca; e quel che è troppo è troppo”. Bianca, così la donna si chiamava (ne ometto il cognome perché questa vicenda stimola in me il sentimento del pudore, tanto che provo disagio a pronunciarlo: e poi non c’è mica bisogno, ché la storia è comparsa su tutti i giornali, a quell’epoca). La povera donna (mi vien da dire “la donna”, “la povera donna”, ancora, senza farne il nome: è il pudore di cui dicevo, e non riesco a disfarmene); la donna, dunque, era troppo allegra e sorridente, secondo il marito - con tutto quel che aveva passato!, come faceva a esserlo? -; era troppo solerte nello svolgere le incombenze della casa; troppo paziente e affettuosa coi figli, quasi avesse un che da farsene perdonare; perfino, troppo desiderosa di assolvere ai doveri coniugali.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:02 | permalink | commenti

mercoledì, novembre 28, 2007

NaNoWriMo in progress, #18

Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Andò alla fine, tornando alla Egle Marconi, che la Serena Ivaldi dovette andarle bene: e così si misero ad abitare assieme, la Ivaldi faceva un poco di tutto allora: operaia in fabbrica, ma faceva anche lavori di rammendo e cucitura in casa, con una macchina da cucire a pedale, vecchia come il cucco, che la Batoni andandosene aveva lasciato lì. La Serena Ivaldi, mi confidò nell’intimità, non sapeva cucire tanto bene all’epoca: ma avere quella macchina così, a portata di mano, le fece venir voglia d’industriarsi: cominciò a comprar riviste di taglio cucito e ricamo, a studiar figurini, a farne quel che si dice oggi un passatempo. Ma, con la pratica poi, un passatempo anche redditizio. In quel campo la Serena Ivaldi riuscì bene, forse perché era – a quel che ho visto io – il tipo di donna che s’appassiona alle cose nuove e le impara in fretta. Anche nell’amore, ella si adattò presto alle mie esigenze, accogliendole con entusiasmo; sebbene forse ne avesse di sue, era ben consapevole che in queste cose tocca alla donna di adattarsi. Ma non lo faceva, come certe altre fanno, per dovere verso l’amico o il marito: nossignore, la Ivaldi era curiosa di ciò che è nuovo. E anche per questo fatto, magari, s’appassionò al mondo della gente di malaffare ove la Marconi fece tanto di coinvolgerla, forse di trascinarla... Questo venne dopo qualche anno di convivenza, che la guerra era in corso: e andava, per noialtri, male. Oscuramenti, razionamenti, poi anche bombe: scarso e poco variato il mangiare, quand’anche ce n’era. La Marconi, che aveva certi parenti in campagna – suo fratello Ezio Marconi, e la di lui moglie Sandra Polignato da nubile, sposata Marconi – se ne andò presso di loro. In quei tempi là, il villano campagnava meglio dell’inurbato: perché nelle campagne, di mangiare ce n’era. I contadini avevano roba che in teoria avrebbero dovuto vendere all’ammasso: ma questo era, appunto, in teoria. Polli e galline, e le uova di conseguenza, potevano esser nascosti e sottratti alla vigilanza degli ispettori dell’annona, che – a quel che ne so io, per conoscenza indiretta – erano pure abbastanza corruttibili (d’altronde, era un periodo di fame: e dovevano mangiare anche loro). Salumi, prosciutti, forme di parmigiano e altra roba varia potevano anche esser nascosti e venduti al nero anziché portati all’ammasso. Stesso discorso per il grano: se ne poteva stornare una parte, anche se una buona parte all’ammasso era sempre meglio portarne. Le vacche, d’accordo, quelle non si potevano nascondere: ma il latte sì... E, d’altronde, come si fa a stabilire se di latte una vacca ne ha fatto più o meno di tanto? Se il ministero avesse ragionato a lume di buon senso, avrebbe – almeno per quel che concerneva il latte – sorvegliato il processo della mungitura nelle aie più grosse (che avevano annessi anche i maggiori caseifici), e ignorato i traffici di quelli che avevano giusto un po’ di bestiame: ma se c’è una cosa che ho imparato negli anni spesi al servizio dello Stato, è che il ministero ben di rado si comporta a lume di buon senso...

also sprach licenziamentodelpoeta 12:37 | permalink | commenti

lunedì, novembre 26, 2007

 NaNoWriMo in progress, #17

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Smorfiaccia o no, Egle si è servita dal pacchetto, io le ho passato il fuoco con l'accendino mio. Le ho domandato se aveva già visto Sauro, appena dopo averle dato il respiro che bastava per tirare due boccate che la calmassero. Per un bel po' lei è stata lì a fumare senza rispondere, al che le ho detto: "Beh?". E poi, visto che ancora non diceva niente: "Mi pare che ci stai pensando anche troppo. Si può sapere a che gioco stai giocando? Se tu e Sauro state tramando qualche pasticcio...".
"Non stiamo giocando a nessuno gioco!", è esplosa lei aspramente dàndomi sopra la voce. E poi, un poco più a bassa voce: "Non facciamo niente di male".
"Allora vi siete visti, tu e lui?".
Egle ha fatto nervosamente di sì con la testa, più e più volte: come se avesse bisogno di affermarlo e riaffermarlo ancora, che s'erano visti. Dopo, ha tirato una boccata anche più lunga di quelle di prima, ed ha aperto il finestrino con la mano sinistra, girando la manovella a tutta forza. Mentre scrollava la cenere fuori ho detto chiaro e tondo che, se non voleva che le strappassi io le parole di bocca, era meglio che mi dicesse dove. "Noi eravamo così buoni amici. Non ti ricordi più, per caso?".
"Non serve che fai l'amico", ha detto allora riportando la sigaretta alle labbra. Una boccata corta e nervosa, e poi: "Sauro è venuto a casa, da me. Ieri sera".
"Che ti ha detto? Che faccia aveva?".
"Non mi ha detto granché. E ha la faccia che ha sempre avuto".
"Non è che mi stai aiutando molto", ho osservato io dopo che lei mi ha detto così. Al che lei m'ha guardato bene in faccia come per dirmi: "E che altro ti aspettavi?" (secondo me, era questo il significato del suo sguardo)... Poi però ha chiesto: "Spillo lo sa che Sauro è uscito?".
"Lo saprà quando glielo dirò io", ho tagliato corto. O meglio, avrei voluto tagliar corto così ma quel suo sguardo di sfida non se ne andava, e non ho potuto fare a meno di aggiungere: "Questi poi non sono fatti che ti riguardano".
Ma neanche allora lo sguardo di sfida se n'è andato, e lì m'è salito qualcosa dentro, come un calore rabbioso: e di nuovo me lo son ricordato bene perché Sauro doveva averci avuto il suo bel gusto, a mettere sotto quella femmina.

also sprach licenziamentodelpoeta 20:21 | permalink | commenti (1)

mercoledì, novembre 21, 2007

NaNoWriMo in progress, #16

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Lì lei Egle, uscendo dall’auto, aveva incoraggiato anche Sauro Biaggi a togliersi calze e scarpe e ad arrotolarsi i calzoni al ginocchio. E lui Sauro quando aveva sentito lei dire: “E allora togliti le scarpe pure tu!”, l'aveva fatto, e s'era tolto anche le calze e le aveva appallottolate e infilate dentro le scarpe di cuoio. E dapprima s'era figurato, Sauro, che a quel punto gli sarebbe toccato di condurre Egle nella macchia appresso al fiume. Ma no, Egle era stata lei a prenderlo per mano e letteralmente a tirarlo, dandogli anche strattoni belli forti, verso la macchia: Egle che tirava lui Sauro verso la macchia e continuava a sorridere sì dicendo: “Dài, che ti sei imbambolato?”; e lì c'era Sauro che girava lo sguardo ovunque per non guardarla in faccia: ai piedi, per terra, in aria, agli arbusti, al fiume grosso e lento che s’intravedeva oltre gli arbusti e i canneti. Ed era mentre Sauro veniva lì un po' trascinato, strattonato, da Egle verso la macchia, che gli era venuto in mente il fatto che allora s'Egle aveva quell'energia, quella voglia energica, di tirarlo verso la macchia, doveva aver capito benissimo le sue intenzioni e l'aveva fatto apposta, tutto sì apposta, quando lui le aveva proposto di fare due passi con lui verso la macchia e lei aveva risposto: “Ma così mi rovino le scarpe”, con una vocetta civettuola - se ne rendeva conto adesso, camminando verso la macchia, ch'era civettuola: sul momento non ci aveva mica fatto caso -, eppoi Egle le scarpe se l'era tolte con tanta prontezza quando lui le aveva detto di farlo - secco e brusco: “Te le levi, le scarpe”, le aveva detto -. Cioè, pensava Sauro Biaggi (un pensiero lucente, scheggiato veloce, che gli aveva attraversato la mente di colpo) Egle, lei, aveva protestato che si sarebbe rovinata le scarpe unicamente per sentire lui, Sauro, che le dicesse di togliersele, prima di andare assieme verso la macchia, verso il fiume.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:57 | permalink | commenti (3)

martedì, novembre 20, 2007

NaNoWriMo in progress, #15

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

E poi, c’è stato che a Milano – ero già tornato a Milano – ho rivisto le cose con più chiarezza e son cominciate a emergere le cose. C’è stato il momento che ho capito, che ho avuto sicurezza nel fatto che ce l’avrei cavata; c’è stato da ammettere che per certi versi avevamo fatto un buon lavoro, ma per altri avevamo commesso anche gravi errori, che avrebbero potuto costarci tutto di fronte a un avversario meno malmesso di Biaggi. L’episodio di quello Spillo ch’era andato a finire ammazzato, il compare suo, aveva sparigliato le carte e fatto di lui, ancora, un sospetto. Gli giocava contro, questa situazione. C’è stato pure che l’intuizione, così grezza e animalesca – tanto da somigliare parecchio all’istinto animale -: l’intuizione di Goldengo, dicevo, mi è stata preziosa in almeno una occasione. C’è stato che abbiamo avuto fortuna, sì, ma meno di quanta m’era sembrata da principio: il resto è stato lavoro di polizia, e lavoro fatto bene. C’è stato pure che la consapevolezza del lavoro fatto bene mi ha portato a riconsiderare certi aspetti di quello che per me, fino ad allora, io consideravo “l’episodio sfortunato” per eccellenza: la guerra di Troilo, già... Dove molta di quella ch’io ho sempre considerato essere sfortuna era, in realtà, il risultato di corpose deficienze nel lavoro di polizia mio e di altri. C’è stato che è vero che l’efficacia mia e di Goldengo non è sempre stata all’altezza del compito che ci eravamo dati; anzi, è stata progressivamente decrescente: ottima col primo bottegaio, il..., Pedrocchi, sì; buona, con la Ivaldo; discreta, ma tutt’altro che brillante, con la Marconi; e infine deboluccia con quell’altro bottegaio, Grochi: no, Groggi si chiamava, già. C’è stato, per contro, il fatto che alla descrescente efficacia dei nostri metodi s’è appaiata – faccenda, questa, senza dubbio curiosa: o forse no? – una crescente disponibilità dei nostri interlocutori a vendersi le spoglie del Biaggi per trenta denari: anzi, per un piatto di lenticchie (fatta eccezione per quel Groggi, che poi è stato decisivo: ma per altri motivi indubbiamente). Però ecco: ci sto cadendo di nuovo, nell’inganno di veder le cose nella prospettiva sbagliata, come ho fatto lì per lì durante la nostra caccia a Sauro Biaggi, e subito dopo. Sul momento, infatti, questa crescente disponibilità m’era sembrata un colpo di fortuna: fino alla Marconi, infatti, la strada era stata tutta in discesa. Pareva che il Biaggi l’avesse fatto apposta a scatenare il risentimento suo, fortissimo; e quello della Serena Ivaldi, meno forte ma anch’esso ben sensibile.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:42 | permalink | commenti (2)

lunedì, novembre 19, 2007

NaNoWriMo in progress, #14

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

L'abbiamo portato alla casa grigia dietro allo stallaggio vuoto. Una casa alta: però un postaccio, col tetto mezzo sfondato da un albero che se n'è volato via durante un nubifragio enorme. Era già così quando l'ho presa, dentro l'abbaino ci piove, ma non avevo né tempo né voglia di aggiustarla. A guardarlo da sopra, l'albero grosso e ormai secco sopra la casa, d'estate ho giusto paura che prenda fuoco: e d'inverno che sfondi pure l'abbaino. La prima cosa è la più pericolosa: e infatti mi fa più paura, di questi periodi. E l'ho visto, eh, Sauro che ha storto la bocca quando l'abbiam portato, noi, dentro: come a dire: “Vedete? Ecco come vi siete ridotti, è bastato lasciarvi un poco per conto vostro”. Il Bolletta ci precedeva e ha sbattuto un paio di volte il battente contro il portone. Sudavamo; il caldo era da toglier la pelle di dosso. Avevo una gran voglia d'asciugarmi la fronte ma, lì, ho lasciato stare. Dietro al Bolletta, abbiam salito i due gradini fino alla porta d'ingresso: Sauro un po' avanti, e io, per sicurezza, dietro. Gli tenevo la bocca della pistola conficcata nella schiena.
“Niente scherzi, Sauro”.
“Eh”, mi ha detto allora Sauro, “non ti agitare troppo adesso che hai un'arma in mano. Ci resterei male, se partisse un colpo”.
“Forza, cammina”, l'ho incalzato. Non volevo scambiar chiacchiere con lui, ma non ho saputo trattenermi dal dire: “Non avresti dovuto farlo”.
“Fare cosa?”.
La porta finalmente s'è aperta e quella bestia del Biondo, ce lo siam trovato davanti.
“L'avete preso, eh!”.
Il Bolletta ha fatto cenno di sì con la testa, poi s'è messo a un lato della porta mentre io incalzavo Sauro fin dentro. Il Biondo s'è fatto indietro per farci passare. Era evidente che Sauro si stava chiedendo dove fosse: lui non la conosceva quella casa, l'ho presa dopo che Sauro era finito dentro; anzi, dopo che era finito dentro pure il Picchio: e non potevamo più contare né su di lui né su Sauro quando ci serviva di rimediare dei covi. Spillo, con la sua solita maniera odiosa, m'aveva detto di occuparmene io; e già mi figuravo che avrebbe trovato da ridire vedendo la casa col tetto bello sfondato. Invece era stato contento.
“Qui”, aveva detto sorridendo, “chi vuoi che venga mai a cercarci?”.

also sprach licenziamentodelpoeta 10:27 | permalink | commenti (2)

domenica, novembre 18, 2007

NaNoWriMo in progress, #13

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Intanto, il magro mi pare che si guardava intorno, il suo capo, Smulli, diceva il giornale. Lui non s'è nemmeno presentato: è dal giornale che ho saputo il nome. Guardava... I salumi, lì appesi in bottega, i culatelli, i prosciutti. Annusava l'aria. Questa scena di Smulli che annusava l'aria, i prosciutti e la roba, m'è rimasta impressa e poi infatti m'è tornata in mente quando ho riletto sul giornale che lo chiamava una cosa tipo segugio... Ecco, ce l'ho qua il ritaglio, sì: "vero segugio delle indagini". Il segugio, che annusa, capito? Eh eh eh. No, Smulli non diceva niente: faceva il segugio sui miei prosciutti appesi. Io, travolto dalle domande incalzanti di Goldengo, gli ho detto il poco che sapevo: che no, qui da me Sauro Biaggi non c'era venuto, né per chiedermi qualcosa, eh, né per rubare alcunché.
"Biaggi è un fuggiasco alla giustizia", ha detto Goldengo diffidente. "Se voi lo aiutate, date aiuto a un fuggiasco alla giustizia".
"Io non l'ho aiutato, perché non l'ho visto".
"Aiutarlo significa anche nascondere qualcosa a noi, per proteggerlo".
"Io non vi nascondo nulla. Non ho visto Sauro Biaggi. M'ha telefonato, ma non l'ho visto".
"Ah! Allora vi ha chiamato al telefono! Questo non ce l'avevate detto. Ve l'avevamo chiesto, se v'era successo di aver sue notizie".
Questa parte della mia conversazione con Goldengo me la ricordo bene, isolata da tutto il resto ch'è un po' fosco. Io non glielo avrei neanche detto, di quella telefonata!, se non m'avesse riempito, anzi frastornato, con tutte quelle domande. Io però avevo il cervello che girava a vuoto a quel punto, non riuscivo a pensare che a una cosa che non c'entrava niente: ovvero che Goldengo aveva detto, "Biaggi è un fuggiasco alla giustizia", e - io nel sentirlo dir così - avevo pensato che non si può dire "Biaggi è un fuggiasco alla giustizia", non è un modo di parlar corretto, bisogna dire o, ecco, "Biaggi è un fuggiasco", oppure "Biaggi è fuggiasco alla giustizia", ma nel secondo caso "un" mica ci va, non è un parlare giusto. Che poi era quello un pensiero, eh, mica tanto da me: che io non son mai stato un cultore della lingua: perché allora m'era venuto quel pensiero? Non lo so. Però so che Goldengo, lì con quella sua faccia da vittima di un pestaggio, continuava a chiedermi: e che aveva detto Sauro quando m'aveva chiamato? E quando era successo che m'aveva chiamato? E cosa voleva da me? E perché aveva chiamato me? E quali erano i miei rapporti con Sauro Biaggi? Ero suo complice? Ero suo amico? Suo compare? "Quelli che di Sauro Biaggi non sono vittime è facile che siano complici", affermava Goldengo mentre il suo collega - anzi superiore, come ho letto sul giornale -, Smulli, continuava a fare il segugio annusando i prosciutti della mia bottega, i salumi, eh, i culatelli; e disinteressandosi apparentemente della conversazione tra il suo subalterno, il grasso Samuele Goldengo, e me.

also sprach licenziamentodelpoeta 19:14 | permalink | commenti

sabato, novembre 17, 2007

NaNoWriMo in progress, #12

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Però di notte faceva freddo: ma freddo sul serio. E io me ne stavo lì, ridicola, a fissare quella tazzina cercando di ricordarmi il sapore del caffè: coi piedi freddi che toccavano terra, il pavimento freddo gelido. Avevo anche provato a tirarli su per non appoggiarli su quel pavimento, un piastrellato che non si scaldava mai per quanto ci tenessi i piedi sopra: ma non c’è niente di scomodo come stare seduta coi piedi alzati da terra. O sono poche le cose, comunque, altrettanto scomode. E una volta quella, la ragazza che abitava nell’altra stanza, m’ha pure visto. Era un appartamento ricavato dividendo due appartamenti, come se ne facevano allora in città per speculare sui palazzi. Me l’aveva detto la padrona di casa che abitava sopra e si lamentava sempre che lei l’aveva comprato già così, dalla precedente proprietaria che era stata lei a dividerlo a mezzi. E diceva che questo appartamentino di due stanze, dell’appartamento precedente aveva conservato il bagno ma non la cucina: che per questo motivo l’avevano ricavata dall’antibagno, facendo la ristrutturazione. Lei la chiamava sempre cucina, non cucinotto qual era nei fatti anche perché nell’annuncio che aveva messo per trovare inquiline così l’aveva chiamata: e non poteva mica smentirsi. Bene, tutto questo per dire che se una di noi voleva andare al bagno le toccava per forza di cose di passare dal cucinotto, non è che quella volta lei c’era passata appositamente, era una specie di transito obbligato. Bene lei entra nel cucinotto in camicia da notte con un gran berretto di lana in testa, e trova me scalza che stavo lì al tavolo e guardavo la tazzina seduta. Era un tavolo piccolo attaccato alla stufetta ma la stufetta era spenta perché non c’era carbone perché quello all’epoca era tutto requisito per esigenze militari. Solo gli impianti industriali che avevano macchinari a carbone ne potevano acquistare per far andare i macchinari: e c’erano impiegati di quegli impianti che un po’ lo rubavano e poi ce lo rivendevano anche a noi civili alla borsa nera. Ma era troppo caro per le nostre tasche, mie e della mia amica. Come dattilografa al Comune avevo un stipendiuccio: che sarebbe andato anche benino per comprare le cose con la carta annonaria. Ma con la carta non c’era niente da comprare: i negozi erano vuoti, se ti presentavi con quella. Chi poteva, spendeva alla borsa nera. Chi non poteva faceva andare le stufe con pezzi di legno presi rompendo i vecchi mobili che magari teneva in solaio e prima della guerra non sapeva che farsene, come la nostra padrona di casa.

also sprach licenziamentodelpoeta 12:33 | permalink | commenti (2)

venerdì, novembre 16, 2007

 NaNoWriMo in progress, #11

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

L’articolo non precisava oltre un certo punto: diceva semplicemente che Sauro Biaggi, al momento della sua morte, era braccato dalle forze della legge per numerose denunce: una delle quali era stata mossa da Riccardo Pedrocchi, per il furto di un’automobile e di un’arma da fuoco, una rivoltella precisamente. Il Biaggi s’era introdotto “facendo affidamento sull’antica conoscenza”; e, “forte dell’innata brutalità dei criminali incalliti” e “dell’essere uso a taglieggiamenti e ladronerie”, come “il colpo alla Cassa di Risparmio, di cui fu mente diabolica, va a testimoniare” (ecco, ho ritrovato il benedetto ritaglio, giusto sotto al banco, nel cassetto qui! Ma dove ho mai la testa, ora?) (ed è dal ritaglio che estraggo queste perle di prosa giornalistica); dicevo (ho perso il filo, altra cosa che succede ai vecchi); dicevo, allora, che “nell’esercizio ove il Pedrocchi, cittadino benemerito, pratica i suoi onesti commerci” (ancora il giornale, sì) il Biaggi s’era introdotto “facendo affidamento sull’antica conoscenza” e poi, con “lusinghe sapientemente alternate a minacce”, s’era fatto consegnare automobile e rivoltella. “Il notissimo malfattore Sauro Biaggi” era ricercato anche sotto le accuse di aver stuprato “con ogni disprezzo” una “malcapitata giovane donna”, la cui identità si ometteva per preservarne il buon nome; per aver “derubato di una ingente somma, che rappresentava tutti i suoi risparmi” un’altra donna, Egle Marconi; per aver aggredito e malmenato “con animalesca forza, sorretta da vieppiù temerarie malizia e premeditazione”, un “integerrimo pubblico ufficiale”, il vicecommissario della Polizia di Stato Samuele Goldengo: il quale finalmente, assieme al commissario Silverio Smulli, “vero segugio delle indagini”, era riuscito a braccare il Biaggi “dopo lunga e pericolosa caccia”; e, facendo il Biaggi resistenza alla legge, l’aveva ucciso.

Esisteva poi (sempre il giornale, questo, eh!) la possibilità, ancora al vaglio degl’inquirenti, che sempre al Biaggi fosse da imputarsi “l’orrendo omicidio” di Matteo Giugero: che, nel caso, avrebbe trovato chiara spiegazione quale “regolamento di conti tra malfattori”: giacché il Giugero era, “similmente al Biaggi, malvivente noto alla giustizia, soprannominato 'Spillo' nei circoli dell’azione criminale ove usano darsi convegno i perpetratori d’opere delittuose”.

also sprach licenziamentodelpoeta 08:45 | permalink | commenti

giovedì, novembre 15, 2007

NaNoWriMo in progress, #10

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

“E questo sarebbe un colpo tosto secondo voi?”, ha chiesto, sempre il Bolletta un po’ tutto ringalluzzito, a Sauro Biaggi e a Spillo, mentre prendeva i quattrini. Che fino a quel momento era andata liscia anzi liscissima. Gl’impiegati dietro il banco avevano sbarrato gli occhi alla vista dei quattro malviventi mascherati con fazzolettoni a coprir le facce da sotto gli occhi in giù. Due dei quattro erano armati: uno aveva una semiautomatica e l’altro una rivoltella. Gli impiegati sotto la minaccia delle pistole s’erano ben disposti tutti su una fila, seguendo le istruzioni dei malfattori che facevan la rapina lì, mentre la cassaforte veniva aperta. Ed era stato allora, dopo l’apertura della cassaforte, che due dei quattro avevano cominciato a infilare i soldi della Cassa di Risparmio nei sacchi di tela. E il Bolletta lì tutto ringalluzzito, aveva detto passando col saccone di tela in mano davanti a Sauro Biaggi e a Spillo: “E questo sarebbe un colpo tosto secondo voi eh???”. Ma Sauro Biaggi e Spillo non gli avevano manco risposto perché erano quelli armati che dovevano stare attenti a tener sotto tiro la gente lì della banca.
 
In quel momento Sauro poi stava pensando tra sé e sé che comunque una cosa buona di quella banca, la Cassa di Risparmio, era che dentro c’era un bel calduccio che toglieva di dosso l’umido dell’aria e della pioggerella che c’era all’esterno, in strada. Doveva esserci lì nella banca, era l’idea di Sauro, una stufa accesa. Forse pure più d’una.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:58 | permalink | commenti

mercoledì, novembre 14, 2007

NaNoWriMo in progress, #9

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Oh: io, se c’è una cosa che ho imparato a star dietro a gente come Biaggi, è che quando entri in scena con loro ci devi avere una tua dignità. Il momento, te lo devi saper scegliere. Non è che puoi capitare tra il lusco e il brusco: è come mancare un’entrata a teatro. Io alla fine glielo avevo ormai fatto capire che volevo parlare con lui al Biaggi. Che era lì il momento di farci due chiacchiere. E lui s’era fermato sotto ai portici guardando le vetrine e dando le spalle alla piazza. Che è un po’ come un balletto, chiaro. Come a dama. Allora era il mio turno a muovere: mi faccio avanti e lo affianco mentre sta che guarda le cianfrusaglie dentro la vetrina d’una tabaccheria. E mentre gli scivolo accanto con la coda dell’occhio controllo che faccia fa. Con la coda dell’occhio eh! Non bisogna mica dare un’occhiata piena. Bisogna semmai sbirciare però dando l’impressione che stai guardando fisso davanti a te. Poi magari quell’altro, se è svelto, se n’accorge che te l’hai sbirciato con l’angolo dell’occhio. E ti sbircia con l’angolo dell’occhio pure lui. Mentre tutti e due guardate dritto davanti senza far vedere che state guardando chi ci avete e fianco, perché di quel che ci avete davanti non ve ne frega niente. Bòn, certe tabacchiere di porcellana, certe pipe che, mamma mia. E nel frattempo noi, io e il Biaggi con la sua faccia cotta e lo spolverino chiaro che gli starebbe bene a... Non so, comunque è uno spolverino chiaro che pure se fuori stagione, gli conferisce un certo non so che. Io sinceramente ci tengo abbastanza a che la gente con la quale ho a che fare si presenti in una certa maniera anche per questioni di racconto, capito? Ecco: faccio l’esempio classico di quelli che han beccato il Pollastro: un esempio che si fa sempre dalle nostre parti... Il Pollastro ci aveva un suo stile, delle qualità particolari: il fatto di tenerci tanto alla bicicletta ad esempio. Beh adesso forse ho fatto l’esempio sbagliato perché dalle nostre parti, chi è che non ci tiene alla bicicletta? La bicicletta serve, dico io, quanto le scarpe. Anzi serve più delle scarpe, perché se uno non ci ha le scarpe se ne può andare tranquillamente in bicicletta, mentre se invece ce le ha le scarpe ma non ha la bicicletta, eh se ne fa il resto delle scarpe visto che gli tocca d’andare a piedi.

also sprach licenziamentodelpoeta 08:58 | permalink | commenti (47)

martedì, novembre 13, 2007

NaNoWriMo in progress, #8

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Dice quello che ci ha consegnato il baule, che è grosso lungo enorme pesantissimo, coi morti dentro, dice il tipo: che è importante farli sparire se si tratta di tedeschi. Ma che sono ufficiali???, chiede Groggi un po' apprensivo. Dice il tipo che meno ne sappiamo meglio è. Ce lo dice perché sa che a noi non ci va mica tanto di prendere un baule con dei morti dentro. Sono venuti in tre: ce li han portati al greto del torrente che taglia la parte sotto della periferia della città. Il torrente è gelato e tutto pieno di neve attorno. C'era una nebbia che non si vedeva manco il campanile della chiesa vicina. Nemmeno a dieci passi anzi ci si vedeva. Dei tre che sono venuti a portarci il baule ce n'era uno solo che parlava. Gli altri due zitti. Uno proprio stava in disparte a fumare col fucile in spalla. Neanche buongiorno ci han detto a me e Groggi. Solo che dovevamo fare questa cosa. Loro dalla città non possono uscire perché in troppi sono già schedati dalla polizia fascista che li controlla. Certi gli dàn la caccia i carabinieri. Certi poi son pure schedati dalla polizia tedesca. Certi sulla lista nera della milizia. Una volta uno importante di questi gruppi, uno dei capi, m’ha detto che lui ormai è ricercato da sei polizie. Sei polizie in una città come la nostra, è tanto. Io non sapevo manco che c’erano sei polizie da noi. Non che le avessi mai contate eh. Quelli dei gruppi che son venuti al ponte ci han detto: fate così e cosà portate via il baule. Così ha detto il tipo l'unico che parlava. Ci sono i posti di blocco ma voi sapete come girarci attorno no???, così ha detto. Non è la prima volta. Groggi era strano ci aveva la faccia dei nervi. Quello dei gruppi che parlava stava lì a dire cose che sapevamo già: le parole gli uscivano di bocca in fumo. Io mi strizzavo le mani dentro le tasche del cappotto vecchio che mi sembrava di trattenere un po’ di calduccio di quando stavo dentro casa mia a scaldarmele alla stufa. Ma le avevo già diacce le mani. Groggi quando vede il cappotto mio vecchio ha tristezza dice che pare roba di mio nonno. Tutto infeltrito tutto spelacchiato. Dice se non te lo piglia tuo padre prima o poi te lo piglio io un cappotto decente. Anzi uno bello. Anzi uno spolverino dice. Uno spolverino come quello di un attore del cinema eh??? Vedrai se non te lo prendo quando la guerra finisce. Quando la guerra finisce sono parole magiche. Noi le usiamo sempre per fare delle fantasticherie nostre. Ti porto, te, a Milano e andiamo colle bagasce meglio che c’è là: quando la guerra finisce. Andiamo a fare i bagni di mare agli stabilimenti: quando la guerra finisce. Andiamo a Parigi e ci rivestiamo da capo a piedi e te ti metti su uno spolverino che sei come un attore: quando la guerra finisce. Quello dei gruppi là in mezzo alla nebbia parlava e parlava, sotto al ponte, a dirci quanto siam bravi noi: a farci dei complimenti per come ci muoviamo. Uno non lo direbbe mai se non conosce gente come voi, quello che si può fare con un calesse e un cavallo. Tutte cose complimentose ci ha detto quello: e secondo me ce le ha dette perché ha visto che abbiam fatto le facce brutte all'idea di portare dei cadaveri. Ma bene noi lo facciamo. Sappiamo un mucchio di stradette in mezzo alla frasca dove il calesse ci può passare. Seguiamo il greto del torrente gelato per un pezzo col cavallo buono buono. Gli zoccoli nella neve non fanno quasi niente rumore. E poi in mezzo a questa nebbia chi ci può vedere mai??? Siamo tranquilli ma non troppo. Siamo agitati a tratti ma non tanto quando nell'ovatta della nebbia si sente un rumore. Il latrato di un cane o il rombo del motore d'un camion in lontananza. Che poi non è proprio un rombo perché quando lo senti pare che arriva attraverso una coltre d’ovatta. Però comunque lo capisci ch’è il motore di un camion. Passiamo per tutti sentieri che conosciamo noi bene. Soprattutto Groggi li conosce veramente. Va a caccia da queste parti lui. Ecco perché l’ho fatto venire apposta a questa cosa. Che me l’avevan detto quelli dei gruppi nel messaggio che m’avevan lasciato: vieni al ponte che c’è sul torrente dopo la chiesa di San Domenico. Portati appresso tuo zio quello delle campagne che c’è un carico per fuori città. Noi pensavamo che c’era gente da portare. Di solito la gente noi la portiamo nel calesse fino alla Pioppaia poi la teniamo nascosta nel magazzino finché non riusciamo a prendere contatti col Picchio per farla arrivare in più sicuri lidi. Quelli dei gruppi son convinti che Groggi è mio zio. Qui sbagliano. Però hanno pure l’idea che conosce tutti i sentieri da qua al fiume grande: le carrarecce le stradette, tutto. E lì hanno ragione. Alla fine noi ci arriviamo ai ghiaioni del fiume grande. Neve anche lì dappertutto e nebbia. Ma il fiume grande non ghiaccia. Una nebbia qui però che non si vede a un passo. Anzi a un passo si vede però a due no: non ci si vede già. Anzi certe volte ci si vede a due passi e pure a cinque e poi ritorna che non si vede neanche a uno. Tant’è infame una nebbia a questo modo qua che neanche ti concede di stabilire a che distanza ci vedi e non ci vedi. Decide lei a gusto suo momento per momento. Frattanto noi s’è giunti al fiume grande. Scendiam giù dal calesse mettiamo giù il baule. Veramente è Groggi che scende io ero già a piedi. Che qua il calesse bisogna portarlo così: uno sopra e l'altro che sta giù e tiene il muso del cavallo per i finimenti e lo guida che sennò il cavallo con la nebbia sta fermo e vagli anche a dar torto. Groggi e io ci andiamo a piedi oltre l’argine che bisogna stare attenti: è gelato e si scivola e quando ci passiamo il baule da una parte all’altra sarebbe un attimo farselo sfuggire e mandare all’aria tutta la faccenda. Andiam giù fino al fiume senza incidenti noi però e allora penso che ce li meritiam proprio tutti i complimenti che quello là dei gruppi di città, s’è sprecato a fare. Li voglio vedere loro a passare un argine col gelo ghiaccio che son ghiacciate anche le piante. Mentre tiro giù il baule che scavalchiam l’argine col baule, io già di qua al fiume e Groggi ancora di là, mi graffia la faccia il ramo d’un albero che è duro per il freddo e scrolla giù neve: e sul muso mi ritrovo tutti pezzetti di neve e un po’ me la ritrovo sulle labbra e la lecco allora. Dopo che siam scesi giù al fiume noi saliamo sopra una secca sabbiosa che c'è nel fiume dove c'è il relitto del molino viaggiante. Conosciamo il posto l’abbiam scelto appositamente. L’ha scelto Groggi a dire il vero che sa tutti i sentieri e le strade stradacce qua lui, Groggi. Dice che c’è il suo cane Bogo che a volte nella gaggia soprattutto si perde perché è vecchio: ma Groggi eh no, mica si perde ed è lui che aiuta il cane a sbrogliarsi dallo smarrimento: gli fischia lo chiama ad alta voce Bogo, Bogo!!!, e quello un po’ dopo arriva seguando il fischio la voce di Groggi. Ecco qua sopra le secche si può andare a piedi dalla riva se uno sta attento fino a dove c’è il molino che ormai è un mucchio di legni scassati. Però c’è ancora la ruota grande che io la vedo e penso Don Chisciotte. Penso ad alta voce e lo dico e Groggi con la voce tutta faticata per lo sforzo di tenere il baule mentre sguazziamo sopra le secche nell’acqua fino ai ginocchi mi dice che quelli di Don Chisciotte son mulini a vento. Non ad acqua.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:54 | permalink | commenti

lunedì, novembre 12, 2007

NaNoWriMo in progress, #7

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

So poi che è per via di questo, che Sauro preferiva le rivoltelle. Ma per quel che mi riguarda, a me piace di averci qualcosa di serio, se dev'essere un'arma da fuoco, in mano. Io, su questo punto la penso come Spillo: come Spillo la pensava, voglio dire. Frattanto, lì, schiattavo di sudore lì nella casa grigia. Era anche più umido che fuori: c'era proprio l'ariaccia del fiume che entrava dalle finestre sfondate, le gelosie appese... Una voglia, avevo, di asciugarmi il sudore dalla fronte. E lì, in quella casa, pareva che sudassero anche le pareti. Mancava l’aria, dico: aprivi la bocca, tiravi il fiato - beh, ci provavi -, e ti sembrava di ingoiare colla. Poi te ne pentivi subito, di averci provato a fare un bel respiro. Però mezzo minuto dopo, ci riprovavi: e ottenevi lo stesso risultato. E così avanti ancora. Era uno di quei circoli viziosi così.
Alla fine ci siam riusciti, ecco, fradici come spugne, a mettere Sauro a tappeto sul pavimento... Certo che l'apporto del Biondo è stato vitale. Era, giustamente, anche arrabbiato perché s'era preso quel pugno; il che gli raddoppiava la forza... Ed è stato un bene perché a un certo punto Sauro s'era divincolato! Stava per venirmi addosso! Mi sa, perfino, che voleva strapparmi la pistola... C'era un ragazzino così, dai gesuiti dove ho fatto le scuole io... Era, proprio, un cane arrabbiato: per quanto gli pestavi, pure a fargli bene cappotto in cinque o sei più grossi, si dimenava peggio che una belva, mezza anguilla mezza tigre: questo lo mordeva a un polpaccio, a quell'altro gli dava un sasso in faccia, gli spaccava il naso o qualche dente... E dire che era gobbo. Ma, insomma, gobba a parte: un animale vero: non come massa fisica... Non era come il Biondo, grosso. Come vitalità, per intendersi... Bene, per fortuna che quando Sauro stava per, diciamo, piombarmi sopra con tutta la rabbia e il veleno che c’erano al mondo, il Biondo gli è saltato addosso a sua volta. Colpendolo pieno in faccia e grugnendo, prima da solo; poi, con l'aiuto del Bolletta, l'ha messo a terra, giù. Io, beh, stavo lì con la pistola in mano; sudavo. Mica potevo usarla, col rischio di colpire il Biondo o il Bolletta... Di nuovo, mi sono un poco palpato la tasca per esser sicuro che la rivoltella di Sauro stesse ancora lì... E, per fortuna, c'era.

also sprach licenziamentodelpoeta 08:45 | permalink | commenti

domenica, novembre 11, 2007

NaNoWriMo in progress, #6

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

La seconda parte dell'amicizia mia con Gino Biaggi fu anche meglio della prima. O, almeno così ci sembrò allora, di fronte al fatto che l'avvento del fascismo ci obbligava alla clandestinità politica, e il sostegno reciproco diventava ancora più importante. Se ci ripensiamo oggi, forse si può dire che i risultati del primo periodo hanno avuto una più spiccata importanza: spiegare l'anarchia alla gente che faceva la fame, nelle campagne, e in città. Quel tipo di lavoro politico lì non si poteva più fare, sotto il fascismo, c'erano troppi informatori. E già: c'erano poi i miliziani, tutti quelli che s'erano messi in orbace, era pieno di gente così allora: una delazione poteva venire da chiunque, si rischiava il confino per un niente. Noi a quello stato di cose, si è deciso di rispondere legandoci a quelli che una qualche iniziativa la progettavano, soprattutto ai comunisti: e questo anche per fare un dispetto a quegli anarchici, dovrei anzi dire finti anarchici, che ormai se la facevano nelle mutande e non combinavano niente. Conoscevamo questo capo di rossi, Grimaldi, un personaggio che diceva di non avere paura di nessuno. Era del Venti, figlio di un operaio di vetreria, che come tanti degli operai delle vetrerie si poneva a metà tra l’anarchismo e il socialismo. Per questo anche il figlio poi, anche se stava coi rossi, aveva sempre tenuto buoni rapporti con noialtri che volevamo l'anarchia. Di questo Grimaldi si diceva che avesse fatto l'operaio di vetreria, come suo padre, pure lui fino da giovanissimo. Pare che avesse iniziato di notte a tirar catene a tredici anni, fosse diventato poi portacatene e battimazza nelle forge. Anni duri, come si dice: di notte a lavoro e di giorno faceva scuola, il padre ci teneva che studiassi. Dicevano i suoi che fosse antifascista già a quindici anni, quando infatti secondo loro aveva fondato la sua prima cellula, e addirittura pensato di fare un attentato a Mussolini. Questa poi è una storia mezza mitica però bella, a me m'è sempre piaciuta... La racconto, dunque, come la so: Grimaldi e gli altri due della sua cellula pensavano ad una bomba da mettere sotto una strada a Reggio dove Mussolini passava in rivista, volevano farla esplodere a distanza... Avevano fatto un detonatore con il filamento di una lampadina, ma pare gli fosse andata in malora per colpa del farmacista!... Già, perché per fabbricare l’ordigno, l’unico esplosivo possibile, che si trovava facilmente, era il clorato di potassio... Che Grimaldi, beh, comprava mezza libbra alla volta fino ad accumularne i dieci chili che gli sarebbero serviti per fare il botto: ma poi il farmacista pensando che volesse farci i botti per capodanno gli spiega che il clorato serve per gli sciacqui e rifiuta di venderne ancora. Dalle nostre parti questa storia poi è diventata famosa, come ho detto: perché Grimaldi era un capo, anche se non ha voluto mai cariche politiche grosse neanche dopo la guerra. Era segretario di sezione al paese e tale è rimasto. Con tutto che io una volta gli ho detto: "Dì un po’; ma tu che ci stai a fare segretario di sezione comunale e nemmeno sindaco?". Tanti segretari erano pure sindaci, ma Grimaldi lui niente. Io gli ho detto poi, pure: "Uno come te, con quello che hai fatto tu, dovrebbe essere almeno senatore". Perché nell'antifascismo e poi nella Resistenza, lui s'era dato parecchio da fare. Però a quelle cose che gli dicevo non rispondeva, sviava il discorso. E: bene, durante la Resistenza per noi Grimaldi è stato prezioso, e noi siamo stati preziosi per lui: facevamo da collegamento tra i gruppi che agivano in città e la sua gente in armi, che faceva la guerra ai tedeschi su in montagna. Tramite noi, io e Gino, è passato un po' tutto: messaggi, armi, gente. E pare che Grimaldi l'abbia sempre stimato Gino, "il famoso medico condotto anarchico; è stato lui che m'ha fatto capire, quando l'ho conosciuto, che ero comunista". "In che senso?", ho chiesto io quella volta a Grimaldi perché era una rivelazione che m'aveva stupito. E Grimaldi m'ha detto che lui era ancora un operaietto delle vetrerie quando Gino, l'aveva visto che capitava alle riunioni dei comunisti e dei socialisti (dove Gino era sempre il benvenuto perché era stato uno dei primi qua ad aiutare gli uni e gli altri: curava anche quelli che non potevano pagare, assisteva gl'infortunati degli opifici e magari pure chi s'era beccato una palla dagli sbirri). Allora Gino dopo un po' di volte che Grimaldi s'era visto alle riunioni di questi e di quelli, l'apostrofa e gli chiede:

"Senti; ma tu sei comunista o socialista?". E Grimaldi m'ha raccontato di avergli detto: "Guarda, io non ne capisco niente; tu mi devi spiegare cos’è il socialista e cos’è il comunista...". E Gino, che era un tipo preciso: "Socialisti sono quelli che vogliono formare prima la coscienza alla gente e poi prendere il potere. I comunisti invece vogliono prendere il potere per poter formare la coscienza alla gente...". E Grimaldi allora gli ha detto: "Allora sono comunista. Prendiamo il potere e poi facciamo la coscienza alla gente".

also sprach licenziamentodelpoeta 07:57 | permalink | commenti (2)

sabato, novembre 10, 2007

NaNoWriMo in progress, #5

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

M’è venuto il nervoso quando ho pensato che quelli avevano capito chi ero io. Poi m’è venuto da pensare che è normale. Io lo sbirro, l’ho capito subito che quello era uno sbirro. Ci aveva qualcosa su addosso. Non me l’ha detto ma l’ho capito. Gli sbirri hanno qualcosa, loro. Non tutti, la maggioranza però sì. Li riconosci alla fine pure senza la giubba, gli stracci da sbirri addosso. Quelli ogni tanto cambiano pure. Diceva mio padre che gli sbirri all’epoca sua non avevano la scoperta del panno come adesso, di un colore tipo ghiaia infilata nelle braghe ma un tabarro azzurro. O verde, diceva. Veramente lui era sicuro sono io che l’ho scordato. Una cosa più da Risorgimento diceva mio padre. Ma sempre sbirri erano. Pure smontati di servizio li riconoscevi diceva mio padre. E gli sbirri in servizio borghese li riconoscevi pure allora. Diceva mio padre che si vestivano da signori col panciotto la giacca il cappello da passeggio - tutti scuri -, ma non ci avevano le facce giuste. Avevano poi le scarpe sempre nere troppo tirate a lucido. Adesso è diverso ma gli sbirri in borghese si riconoscono uguale pure se girano vestiti da baracchieri come quello all’osteria. Si vede che sono sbirri. Anche se non so bene come: ma però te ne accorgi che sono sbirri, te ne accorgi sempre. E sarà pure per me, dico. Avrò qualcosa anch’io allora che mi si riconosce da una foto vecchia. Dico di quella ragazza dell’osteria. Che forse era figlia dell’oste ma forse no. Io sinceramente prima ho pensato che mi guardasse a quel modo perché mi alzavo senza pagare. Dico, la ragazza. C’era questa ragazza che portava la roba ai tavoli. Il vino il mangiare. Prendeva le ordinazioni, come si dice al ristorante. Questo l’ho imparato la prima volta che sono andato al ristorante me lo ricordo benissimo. Un bel ristorante con uno stemma grande sull’insegna. Di quelli delle famiglie alte, le casate storiche. Ecco di quelli proprio. Me lo ricordo ancora: si chiamava una faccenda come Lo scudo d’oro. O La sella d’oro. C’era questo stemma con lo scudo o la sella. Che poi dentro è venuto il cameriere e ha portato la carta. Poi quando è tornato dopo un po’ s’è messo ad aspettare vicino al tavolo, e solo quando ho posato io la carta quello ha fatto: Posso prendere le ordinazioni a lorsignori? Una storia così. Certo è ovvio che all’osteria funziona in un modo diverso e infatti ci stava la ragazza. Che però all’inizio non c’era. Quando siamo arrivati io con lo sbirro, dico. Le ordinazioni a noi ce le ha prese l’oste in persona. Lì non c’era quasi nessuno ancora. Poi col passare del tempo l’osteria s’è riempita. Quando me ne stavo per andare c’era un sacco di gente. Io e lo sbirro stavamo a un tavolo d’angolo vicino al finestrone. Per tutta la serata ho visto la gente che veniva all’osteria. Per tutto il tempo che son stato là. Che non è stata proprio tutta la serata. Sono uscito che non era veramente tardi. Quelli passavano davanti al finestrone prima di entrare. Dovevano fare poi un giro per arrivare alla porta. Io e lo sbirro stavamo a questo tavolo d’angolo perché cercavamo un tavolo calmo quando siamo entrati. Poi io mi sono alzato e ho fatto per andarmene. Ho dovuto fare la gimcana in mezzo ai tavoli. C’era poco spazio tra un tavolo e l’altro. Le sedie ingombravano. La gente seduta sopra. Lasciavano poco spazio tra una sedia e l’altra per passare e dovevi chiedere Permesso e quelli ti guardavano. Dovevo, chiedere Permesso. Io, lì. Un mucchio di seccature per passare. La gente doveva scostarsi. O alzarsi e spostare la sedia. Un gran trambusto.

also sprach licenziamentodelpoeta 10:58 | permalink | commenti

venerdì, novembre 09, 2007

NaNoWriMo in progress, #4

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

“Pronto”. Spillo all'apparecchio ci è venuto subito; si vede che l'aspettava, quella mia chiamata. “Chi parla?”.
“Spillo, sono Gianni. Avevi ragione. Sauro si è fatto vivo con Egle. Dice che è stato da lei un'ora, forse un po' di più, e poi se n'è andato”.
“Andato dove?”.
“Lei dice di non saperlo. Sauro si è messo in contatto con Groggi per sapere dove stavamo noi”.
“Bene. Tu mettiti in giro adesso. Cerca Sauro”. Ecco, era così con Spillo: c'è da capirmi se mi dava il nervoso, o no? Non finivo nemmeno di dirgli una cosa, di spiegargliela, che lui stava già lì a berciare ordini: “Vai qua!”, o “Mettiti in giro!”, o “Cerca Sauro!”. Senza nemmeno, dico io, pensare alle conseguenze. “Tu mettiti in giro adesso. Cerca Sauro”. Facile a dirsi! E se poi lo trovo, Sauro? Tant'è che glielo ho pure chiesto, a quel punto, a Spillo: “E se lo trovo?”. E lui serafico: “Avvertimi, poi vagli dietro”. Ecco, si capisce allora perché mi dà il nervoso, Spillo? Sempre a dare ordini, e poi in questi ordini ci sono sempre dei sottintesi, delle cose dette a metà: “Avvertimi, poi vagli dietro”. Come se pensasse, Spillo, che io magari non son capace di portarglielo, Sauro, bell'e impacchettato. Ho preso su la sua donna, no? Come ho preso lei, posso prender su anche lui. Ma Spillo, lui sta sempre a fare insinuazioni. Se non le fa ad alta voce, le fa sottintese, come stavolta.
Servono altri esempi, per caso?

also sprach licenziamentodelpoeta 08:54 | permalink | commenti

giovedì, novembre 08, 2007

NaNoWriMo in progress, #3

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

E s’era rimesso al lavoro di attaccare il cavallo al calesse. E allora il cognato era tornato a casa sua, che da lì erano sì e no quaranta passi visto che le due case, rustico civile e tutto, si fronteggiavano e l’aia dell’uno era in faccia a quella dell’altro, non c’era manco una recinzione a dividerle perché mettere una recinzione in faccia ai parenti pareva brutto, poteva dare una brutta impressione insomma. E il cognato una volta tornato a casa, che pure da dentro casa si sentivano le grida della vacca (sia pure molto attutite dalla distanza a del fatto di stare dentro casa) s’era messo a spiare, ogni due minuti, dalle gelosie della finestra, l’aia di quell’altro per vedere quando sarebbe partito. Non aveva smesso di alzarsi per vedere manco durante il pranzo. Anzi ogni tanto commentava pure, una roba del tipo: “Senti le mucche”, perché oltre le grida della vacca che doveva sgravarsi ogni tanto facevano coro i muggiti delle altre mucche da latte nello stallaggio delle vacche dell’agricoltore lì davanti. E la moglie rispondeva qualcosa come: “Si sentono appena”, o un’altra frase del genere, perché in effetti da dentro casa bisognava proprio tender l’orecchio per sentirle, e starci attenti. Ché in casa poi c’erano altri rumori a coprire le grida della vacca che si doveva sgravare e i muggiti delle altre: rumori come i passi dei due coniugi, e i rumori di cucina poi come lo sbattere del mestolo, i rumori che poi si fanno quando la gente traffica con le pentole e i piatti, eccetera. E per questo allora la moglie rispondeva qualcosa come: “Si sentono appena”, riferendosi alle vacche dello stallaggio di suo fratello (che loro di vacche non ne avevano mica). E il marito allora diceva però, qualcos’altro come: “Comunque si sentono”. Eppoi a un certo punto l’uomo nell’immediato dopopranzo s’era messo a spiare dalle gelosie per la milionesima volta e aveva visto l’agricoltore uscire col calesse. E allora quando l’aveva visto uscire col calesse nel dopopranzo, l’uomo, ovvero il cognato dell’agricoltore aveva detto a sua moglie, ch’era poi la sorella dell’agricoltore medesimo: “Tuo fratello finalmente s’è deciso ad attaccare il cavallo per andare a prendere quel benedetto veterinario”. E la moglie quella aveva detto: “Ah”. E poi, dopo averci pensato un attimo su: “Ma... Sarà il caso? Con tutto quello che succede...” E con ciò, il marito aveva la sensazione ch’ella si riferisse al fatto che, insomma, in paese erano già scesi gl’inglesi e i rossi, e c’erano i tedeschi allo sbando per le strade... “Il veterinario sta alla Crocetta”, aveva replicato il marito allora ritenendo di saper bene dove la moglie aveva intenzione di arrivare con quel discorso lì. “Uno se vuole passa dalla strada che segue i fossi, e non incontra nessuno. E poi lui non ci ha pasticci”, e così dicendo l’uomo, alla moglie, intendeva dire che il fratello di quella stessa moglie dopotutto non era mai stato, né era, in lite coi rossi; e non aveva manco ragione di temere qualcosa dagl’inglesi. “Quelli i tedeschi”, aveva risposto però allora la donna senza citare né rossi né inglesi, “non guardano mica in faccia a nessuno. Specialmente adesso che non hanno più niente da perdere”.

also sprach licenziamentodelpoeta 08:41 | permalink | commenti (2)

mercoledì, novembre 07, 2007

 NaNoWriMo in progress, #2

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

“Senti, piantala di far domande e monta in macchina”, le dico. “Devo farti un discorso”.
Così dopo essersi guardata rapidamente attorno, Egle monta su in macchina con me senza guardarmi in faccia: di più, con ostentazione guardando fuori dal finestrino. Io faccio fare alla “Topolino” un'inversione sul viale, e prendo una straduccia laterale tra certe casette che, siccome conosco il posto lo so, va verso i campi. Ma lei è saltata su, quasi prima che subito:
“Non voglio andare da questa parte. Ferma la macchina e fammi scendere. Gianni, mi hai sentito?”.
“Senti, vedi di star zitta un attimo”, le dico. “Voglio solo andare in un posto tranquillo per far due discorsi, con un po' di calma”.
“Ma devo fare degli acquisti. Ho urgenza. Io...”.
“Quelle come te hanno sempre urgenza”, la interrompo. “Vuoi far la parte della brava massaia? Con me te la puoi risparmiare. Da queste parti, beh, lo sanno tutti quello che sei. Ho sentito dire che il prete nemmeno vuol vederti più in chiesa”.
“Quello è un corvaccio nero”.
“E chi dice il contrario?”.
Mentre parlavamo a questa maniera, io nel frattempo guidavo: imboccando una dopo l'altra una serie di viuzze in mezzo a case e campi. Cercavo la strada per l'argine grande, pensavo di fermarmi al Boscovecchio dove non ci passa nessuno e si può parlare con calma. Ma lì a un certo punto, mi è sembrato di vedere un tale nervosismo in faccia a Egle che ho preferito spegnere il motore e fermarmi, su un viottolo che correva tra due poderi belli grossi, dove non si vedeva gente. Sarà stato il fatto che le tremavano le mani, e in fondo alle mani c'erano quelle unghie sue appuntite ben laccate di rosso acceso, a farmi pensare che in preda allo spavento poteva anche ficcarmele negli occhi. Girava voce che avesse combinato, Egle, qualcosa del genere a un tipo che s’era messo in testa di farle da pappone. Certo, potevano esser tutte storie: ma anche no. Così ho fermato la “Topolino”, dicevo, e le ho indicato il pacchetto tutto ciancicato di sigarette che tenevo incastrato tra il cruscotto e il parabrezza, e le ho detto che si servisse pure, visto che quello stava lì per quando avevo in macchina un amico. Lei ha fatto una smorfiaccia, un po' come a dire (secondo me, era questo il significato) che non ci credeva per nulla, che lo sapeva benissimo che quel pacchetto lo tenevo lì per le donne, e aveva anche ragione: quale uomo con un po' di cervello vorrebbe delle sigarette da uno che, si vede, fuma il sigaro? Ovvio che un uomo voglia del sigaro, no? Ad ogni modo, smorfiaccia o no, Egle si è servita dal pacchetto, io le ho passato il fuoco con l'accendino mio. Poi le ho chiesto se aveva visto Sauro, appena dopo averle dato il respiro che bastava per tirare due boccate che la calmassero.

also sprach licenziamentodelpoeta 08:42 | permalink | commenti (8)

martedì, novembre 06, 2007

NaNoWriMo in progress, #1

(Fino alla fine di novembre, questo blog pubblicherà soprattutto estratti del romanzo che sto scrivendo per il NaNoWriMo, a cominciare da oggi) (più o meno, ogni post conterrà un estratto di quel che mi è riuscito di scrivere, il giorno prima)

Allora il primo inizio della storia era il fatto che l’agricoltore si fosse trovato di lì a passare, dalle parti del casolare, e aveva visto il camion dei tedeschi parcheggiato appena fuori dalla macchia, ché il casolare quello mezzo diroccato era dentro la macchia, non proprio nel folto della macchia ma un po’ dopo che uno c’era entrato camminando tra gli sterpi c’era il casolare, proprio sotto un albero, anzi - aveva detto l’agricoltore -, in mezzo a due alberi. E c’era il camion dei tedeschi parcheggiato appena fuori dalla macchia, e allora l’agricoltore s’era trovato da quelle parti con un mitra Sten in mano, e s’era appostato appena fuori dalla macchia, dietro qualche cespuglio, eppoi quando i tedeschi erano usciti dal casolare deserto li aveva fulminati con una raffica di Sten. Dopodiché aveva ispezionato il camion, l’aveva trovato pieno di roba: oro, argenteria, macchine fotografiche. Ma il castello di fesserie era crollato subito sotto il fuoco di fila di domande dei carabinieri: Quanti erano i tedeschi? Come aveva fatto a falciarli? Era bastata una raffica sola? In che posizione s’erano messi, uscendo dal casolare, affinché con una raffica sola fosse possibile ucciderli tutti? O c’erano volute più raffiche? E se sì, quante? Due, tre, quattro? Erano morti sul colpo, i tedeschi, o aveva dovuto finirne qualcuno? E se sì, come aveva fatto a finire quelli ch’erano rimasti vivi, sia pure feriti? Che cosa aveva fatto, poi, delle armi? E secondo lui, perché c’era tutto quel bendiddio di roba su un camion di soldati che andavano in giro a fare rastrellamenti? Come se lo spiegava? E comunque: il camion, dov’era finito? L’aveva lasciato lì? L’aveva spostato lui l’agricoltore? Oppure se n’era, in qualche modo, disfatto? L’aveva preso e portato da qualche parte? Sennò, altrimenti, come aveva fatto a trasportare via la roba? Con che mezzo? E: l’aveva fatto da solo, tutto quel trasporto, o s’era fatto aiutare da qualcuno? E se sì: da chi? E: come mai proprio quel giorno se ne andava in giro con un mitra fra le zampe, da solo in mezzo a quella campagna, sapendo che in giro c’erano i tedeschi che facevano rastrellamenti? Era forse pazzo furioso? Aveva voglia di crepare? E com’era che lui, che diceva di non essersi mai impicciato di politica, aveva messo le mani su un mitra Sten?

also sprach licenziamentodelpoeta 10:27 | permalink | commenti (6)

lunedì, novembre 05, 2007

un po' di respiro da UPDADB, passo a NaNoWriMo

Tanto per prendermi un poco di respiro da UPDADB (non ne potevo più, mi serviva una pausa), mi sono iscritto a 'sta roba qua. Vediamo che cosa ne uscirà fuori (tutto il male possibile, temo). Voi, nel frattempo, state bene.

 

also sprach licenziamentodelpoeta 20:10 | permalink | commenti (12)

giovedì, novembre 01, 2007

cercasi Silenzio disperatamente

Cerco disperatamente il film Il grande Silenzio (non quello dei frati, il western di di Sergio Corbucci) in formato dvd (ma pure vhs va bene), la versione col finale in cui vince il cattivo Klaus Kinski e Jean-Louis Trintignant muore ammazzato (purtroppo su molti dvd c'è solo la versione col finale "buono", in cui succede l'opposto: Trintignant accoppa Kinski con l'aiuto di Frank Wolff, il che non va bene). Chi avesse buone nuove da darmi può scrivere all'indirizzo davide.malesi[togli-quello-che-c'è-tra-le-parentesi-quadre-ma-se-mandi-spam-ti-faccio-un-buco-in-testa]@gmail.com

also sprach licenziamentodelpoeta 11:55 | permalink | commenti (6)