licenziamento del poeta
mercoledì, gennaio 30, 2008
another one bites the dust In tutta onestà, lo spettacolo di Augias che umilia la Binetti è troppo bello per non goderne (io, l'ho scoperto grazie al sempre ottimo hardcorejudas). Voi, state bene.
martedì, gennaio 29, 2008
and nothing happens Mi trovo a pagina 82 de Lo spazio bianco, primo romanzo di Valeria Parrella. La lettura si è rivelata, finora, molto scorrevole. Il libro è scritto bene: anzi, molto bene (dal punto di vista della lingua italiana). Le frasi sono della lunghezza giusta, né troppo estese né troppo brevi. Non sono presenti intrichi fitti di coordinate e subordinate, periodi di mezza pagina, devastanti assenze di punteggiatura, lunghe descrizioni. Tutto è lindo e pinto, ordinato, rassicurante. Il problema è che non succede nulla. C'è una madre, che ha avuto una figlia prematura. Questa figlia si trova in una incubatrice, in terapia intensiva. Il lettore viene informato della cosa a pagina 9. A pagina 82, finalmente, la figlia esce dall'incubatrice e a madre può prenderla in braccio. Tra pagina 9 e pagina 82, ciò che succede è: niente. O meglio: la madre, che è pure l'io narrante (si chiama Maria, la storia è scritta in prima persona); la madre, dicevo, fa le seguenti cose: parla con medici e infermieri. Litiga con medici e infermieri. Piange. Guarda il Vesuvio dalla finestra (davvero, eh). Fuma molte sigarette. Parla con la psicologa del plesso ospedaliero. La psicologa suggerisce che lei e la figlia facciano musicoterapia. Dopo alcune esitazioni e proteste, la fanno. Basta. Ogni tanto ci sono dei flashback, ove Maria (che, per inciso, è un nome tremendo per il personaggio di un romanzo: o, almeno, per la protagonista); Maria, dicevo, rievoca episodi del suo passato. In realtà dire che "rievoca episodi" non è proprio corretto, perché nel romanzo la componente aneddotica è prossima a zero. Sarebbe meglio dire: rievoca delle istantanee del suo passato. In questi brevi squarci, non succede niente. In effetti, finora si può dire senza timor di sbagliarsi che il titolo, Lo spazio bianco, è fedele ai contenuti del romanzo. C'è anche un altro problema, poi, a parte il fatto che non succede niente. Ed è il terrificante, urticante, smisurato accumulo di metafore e immagini presunte suggestive: Maria legge un libro e "c'era una buca a ogni parola scritta bene", Maria si guarda intorno nella sala d'aspetto dell'ospedale e vede "un'umanità senza testa", Maria prende e si chiude in biblioteca "come un'investigatrice". Maria, quando prova un dolore, lo prova "rotondo e forte". Maria dice che lei non è una madre, è "un buco vuoto". Maria, della storia col padre di sua figlia, dice: "Tutto quello che avevamo costruito insieme, era stato uno specchio che rifletteva le nostre solitudini". Che, oltre ad essere una frase bruttissima, è una pessima metafora perché può significare tutto o niente. Comunque, meno male che Maria a pag. 12 ci informa che ha "dimestichezza con le allegorie", perché da soli mica ce ne saremmo accorti.
lunedì, gennaio 28, 2008
domenica, gennaio 27, 2008
from East to West you do or die L'accesa discussione sulla legge 194 che ha animato questo blog (si vedano i commenti a questi due post) prosegue dalle parti di Boris Battaglia, che risponde alle osservazioni di Vincenzillo a proposito del senso della vita... Nel frattempo, il museo del mondo si è rifatto il look (con una impostazione, giustamente, più cerimoniosa e museale). Voi, state bene.
giovedì, gennaio 24, 2008
la Memoria di un Libro Allora, c'è che Floria mi ha coinvolto in una catena, promossa dalla Penna che Graffia, mirata a costruire una sorta di ideale biblioteca virtuale dell'Olocausto, in occasione della Giornata della Memoria. L'iniziativa mi piace, e rispondo volentieri. A questo punto ci sta bene (secondo la logica del buon vicino tanto cara ad Aby Warburg) il film di cui dicevo: Conspiracy, ove è narrata la conferenza di Wannsee, il meeting di gerarchi nazisti ove fu concepita la cosiddetta "Soluzione finale al problema ebraico": in soldoni, fu pianificato l'Olocausto. E' un film inquietante, perché noi della Shoah conosciamo bene gli aspetti che riguardano il gran marchingegno dello sterminio: Auschwitz e gli altri campi, i treni, le camere a gas. Ma si parla ben poco di come tutto cominciò: di come il gran massacro fu discusso, dettagliato, organizzato. Dopodiché, freschi di Conspiracy, potete dedicarvi alla lettura de Le benevole di Jonathan Littell. Lo sta leggendo in questi giorni Ernesto Aloia, che da persona attenta ha subito individuato uno degli aspetti più straordinari del libro: l'ossessione delle SS, e del grande apparato di sterminio nazista, per le questioni etniche e antropologiche (che già appare, più sfumato però, in Conspiracy). Laddove ne Le benevole esso guadagna sul piano del grottesco. Scrive qui Aloia che le SS, nel romanzo di Littell, spesso e volentieri discettano con veemenza "di teorie scientifiche, linguistiche, filosofiche e di 'antropologia razziale'. A leggere Littell sembra che gli ufficiali SS fossero tutti Doktoren". Dopodiché, "tra una dissertazione e l'altra questi cattedratici con l'uniforme nera trasformano l'Ucraina in un cimitero". Infine, la storia a fumetti. Che pochi conoscono, e che io amo molto perché lavora per scardinare uno dei miti più accreditati della storiografia contemporanea: l'identificazione granitica, assoluta, tra Hitler e il nazismo (e tutto ciò che ne venne fuori, Olocausto incluso). Perché una cosa che non smetterà mai di sconcertarmi è come a un sacco di gente sembra che il maelstrom che devastò l'Europa e la grande macchina dello sterminio fossero tenuti in piedi da Hitler e da pochi fedelissimi: il resto dei tedeschi non si sa bene cosa stessero facendo, nel frattempo. C'è un meccanismo di rimozione collettivo che sembra aver lavorato, e funzionato, alla grande: perfino uno scrittore come Gunther Grass, che fu nelle SS (che non erano esattamente dei boyscout) ha incredibilmente affermato di non essersi accorto (!), lì per lì, che la Germania hitleriana fosse una nazione apertamente razzista. Invece, la storia a fumetti di cui sto parlando mette bene in rilievo il delirio di massa, la manipolazione del pensiero e dell'immaginario collettivo che devono essere in atto perché accadano certe cose. Gli autori sono Carlos Trillo e Roberto Mandrafina; il titolo è Peter Kampf lo sapeva. E qui cedo la parola a Francesco Grasso, che ha ben delineato trama e spunti del fumetto in questa pagina qui: "La vicenda [di Peter Kampf lo sapeva, ndr] si snoda seguendo la ricerca che il protagonista, un editore francese, compie a New York sulle tracce di un fumetto (titolato appunto Peter Kampf) di cui qualcuno tenta di far scomparire ogni traccia. Perché tanto accanimento, si chiede il protagonista, contro una striscia disegnata? A chi può dar fastidio Peter Kampf, storia a vignette di un giustiziere alto e biondo che lotta contro nemici con fattezze ebraiche? E soprattutto, chi è il misterioso autore del fumetto, un oscuro disegnatore austriaco, emigrato negli Stati Uniti negli anni '30 forse per sfuggire alla prigione? Dunque: cerchiamo, cercate, di ricordare: perché vigilare senza serbare memoria degli eventi, è impossibile. E, nel frattempo, state bene.
Come richiesto, copio a titolo introduttivo il post originale di Riccardo Gavioso.
Oggi, più che mai, la memoria storica dell’Olocausto sembra in pericolo: quella dei sopravvissuti attaccata dal tempo, quella storica vilipesa da ogni parte.
Certamente i libri paiono in grado di porre un argine a questo fenomeno di erosione, e senza immaginare un mondo come quello di Bradbury, dove alla mente dell’uomo è affidata la tutela di libri ormai distrutti, credo che la nostra memoria possa offrirci un prezioso aiuto e contribuire a costruire un piccolo catalogo dei migliori libri che narrano di questa incommensurabile tragedia.
Inizierò ad inserirne uno io, e a chiedere lo stesso sforzo ad alcuni amici, cui sarà demandato il compito di trasmetterlo ad altri. Da parte mia cercherò di andare a recuperare le varie segnalazioni in modo di offrire un quadro il più completo possibile.
Quindi, visto l’approssimarsi del “Giorno della Memoria”, se è possibile, chiedo agli amici nominati di ricopiare questa introduzione sul loro blog in modo che possa fungere da indice, e di aggiungere un titolo in coda agli altri titoli.
Ora, io qui di libri ne vorrei segnalare, diciamo, tre: un saggio, un romanzo, una storia a fumetti. Più un film, che in questo mio percorso ci s'infila (a mio avviso) veramente bene. Ora, il primo testo a venirmi in mente è un saggio famoso come Il razzismo in Europa. Dalle origini all'Olocausto di Georg L. Mosse: un libro che, invece di pontificare e ideologizzare e ruminare sul fenomeno del razzismo, si mette d'impegno a raccontarlo. Mosse disegna una mappa che straordinariamente limpida, dice: "Guardate, il razzismo comincia da qui; si sviluppa così e cosà; si evolve in queste forme qui; migra da questa ideologia a quest'altra...". La sua penna rende tutto cristallino (laddove possibile) o, dove permangono incertezze ed esser cristallini non si può, si arresta: e invece di pontificare e ruminare, come farebbero altri, o di appoggiarsi a qualche ideologismo preconcetto, cerca di indagare le fonti che ci sono. Mosse, insomma, sa esporre i materiali e farne un racconto: ce ne fossero, di storici così.
"Seguendo le tracce di quest'uomo senza volto, il protagonista scova altre sue opere (come Superior man, fumetto narrante le gesta di un eroe ariano in calzamaglia), e infine rintraccia il suo nome. Si tratta, egli scopre, di un certo Adolf Hitler, immigrato morto in miseria al termine di una sfortunata carriera di disegnatore e di un'ancor più disastrosa esperienza da politico.
"Da questa rivelazione in poi, l'ucronia diventa palese, e il lettore viene catapultato in una girandola di avvenimenti sempre più assurdi e minacciosi. Il fulcro per la biforcazione storica sembra esser stato, in questo caso, il grande crack di Wall Street del 1929. Nel mondo di Peter Kampf la Borsa ha retto, la speculazione dei mercati non è avvenuta, e senza le tensioni sociali prodotte dalla crisi economica il nazismo non ha avuto modo di farsi strada.
Un ventesimo secolo alternativo idilliaco, insomma? Non proprio. Se l'Europa di Peter Kampf non ha conosciuto gli orrori della guerra, l'America rivela invece segnali inquietanti. Vediamo infatti il candidato presidente degli Stati Uniti, l'ex-attore John Wayne, impostare la sua campagna elettorale su un concentrato di slogan razzisti, sul culto dell'America Bianca, sui valori della virilità, della forza e dell'onore... Lo vediamo scegliere come consigliere per le pubbliche relazioni un piccoletto claudicante dallo sguardo cattivo, anche lui giunto dall'Europa... un certo Joseph Goebbels. E' proprio Goebbels, ci viene rivelato, l'oscuro personaggio che tenta di far scomparire Peter Kampf. Scopo di questa manovra, utilizzare il fumetto come arma propagandistica. Goebbels rivela di essere rimasto affascinato dalle vignette di Hitler (che peraltro, in questo mondo alternativo, non ha mai conosciuto), e di volerle ritirare dal mercato, per assicurarsene l'esclusiva e poi lanciarle in grande stile, nelle scuole e sui maggiori giornali, come veicolo per propagandare tra le masse l'odio razziale e la superiorità del ceppo ariano.
"Attraverso gli occhi del protagonista (e supportato dall'appropriatissimo disegno di Mandrafina, un grande quando si tratta di dipingere il paradossale), Trillo ci mostra uno scenario terribilmente plausibile e allarmante: linciaggio di neri, ispanici perseguitati, discriminazioni, apartheid, manipolazione della memoria storica... La Seconda Guerra Mondiale, dice Trillo, è stata senza dubbio una catastrofe epocale... Però è servita come monito, per aprire gli occhi all'umanità sui pericoli del fanatismo e dell'odio razziale.
"Il messaggio è chiaro: un mondo in cui Hitler si è dedicato al pennello e all'inchiostro di china non è per questo salvo dallo spettro del nazismo. Perché, ricordiamolo, la madre dei dittatori è sempre incinta. Occorre vigilare, vigilare sempre...".
mercoledì, gennaio 23, 2008
come volevasi dimostrare Ci sono quelli che dicono che a loro non piace dire: "L'avevo detto io". A me invece piace tantissimo. Io sono uno che quando può fare il saccente gode (quasi) quanto a farsi succhiare il cazzo. Comunque, ecco qua. Ve l'avevo detto io che quelli che parlano di "voler applicare meglio la 194" o di "volerla applicare più integralmente" stanno gettando fumo negli occhi perché in realtà non parlano d'altro che di ridurre la libertà d'azione, lo spazio di manovra delle donne; di restringere la possibilità che una donna ha di esercitare un controllo sul proprio destino biologico. In Lombardia, questi grandissimi figli di puttana hanno già scippato alle donne due settimane (ho scoperto la notizia grazie a Irene). Può sembrar poco, ma non dimenticatevi che i diritti, quando vengono erosi e rosicchiati un po' alla volta, dopo un po' si svuotano di contenuti. Voi che leggete questo blog (mi riferisco in particolare alle donne, eh) vedete di cominciare un po' a svegliarvi. Questi qua ve lo stanno mettendo nel culo, e stavolta non vi piacerà (aldilà di quanto possiate apprezzare o meno il sesso anale in condizioni favorevoli). Poi, nel frattempo e per quanto possibile, state bene.
martedì, gennaio 22, 2008
sparisce pian piano, l'impero austroungarico (post smisuratamente lungo dove si parla di raccomandazioni e di Mastella e di legge elettorale e del figlio di Mastella e dello spartiacque tra pubblico e privato che non c'è più, e insomma di argomenti tutti pesanti come macigni: siate avvisati) Due sere fa dicevo a mia moglie che io, quando si voterà di nuovo, non credo che ci andrò (o ci andrò per votare scheda bianca: non mi fido di queste persone, non mi piace l'attuale legge elettorale, non mi piace la cosiddetta "bozza Bianco"). Voterò al referendum, se e quando ci sarà, per rimettere in piedi il sistema uninominale (che, quello sì, mi piaceva: almeno, implicava una assunzione di responsabilità da parte sia del cittadino che del politico, visto che il secondo doveva metterci la faccia e il primo doveva assumere su di sé il peso di votare quella faccia: e se era una faccia con processi a carico, imputazioni, condanne e scandali a pesarle addosso, al cittadino toccava poi di farsi un bell'esame di coscienza e ammettere con se stesso di aver votato non semplicemente un simbolo dietro al quale può starci di tutto, ma chiaramente e specificamente quella faccia lì). Non so se il referendum si farà e non credo servirà a qualcosa, perché la gente che sta al potere adesso se ne frega delle aspettative e dei diritti del cittadini (do you remember il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti?). Giorni or sono ho visto al cinema il film (bello, e ben recitato soprattutto) Leoni per agnelli dove Robert Redford a un certo punto dice che quelli che stanno al potere adesso sono irrecuperabili. Dice proprio: "Quelli sono irrecuperabili". Lui lo dice parlando di quelli che stanno al potere negli Stati Uniti ovviamente però quando ho sentito questa frase non ho potuto fare a meno di condividerla pensando a quelli che stanno al potere qua. Ed è una sensazione che ho provato di nuovo sentendo in questi giorni Mastella dire "fanno tutti così" a proposito degli intrallazzamenti del suo clan, in fatto di nomine nell'ambito sanitario; e vedendo il famoso video delle Iene in cui c'è il figlio di Mastella che dice (non a chiare lettere, ma lo dice) che le raccomandazioni non sono una cosa mafiosa ma una cosa normale. Non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Lo ripeto casomai servisse: non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Ho voluto affrontare questo argomento perché sabato sera mia moglie ed io avevamo degli ospiti a casa. A mia moglie, ecco, piace avere ospiti a casa a cena e così eravamo in sei a cena a casa nostra. E poco prima di cena io ho stappato una bottiglia di vino e ne ho offerto agli ospiti e ce n'era uno che parlava di questo video del figlio di Mastella che io non avevo visto ancora (l'ho visto la sera dopo). E ne parlava come di un video dove il figlio di Mastella ci faceva una bella figura, perché aveva saputo prendere in contropiede il tizio delle Iene che era andato a intervistarlo. Gli aveva chiesto: "Chi è tuo padre? Che fa?", e lo aveva messo alle strette insinuando che il tizio delle Iene fosse stato assunto in Mediaset con la raccomandazione del padre che lavora per il Garante delle telecomunicazioni. Come a dire (non a chiare lettere, ma lo dice) che le raccomandazioni non sono una cosa mafiosa ma una cosa normale. Non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Lo ripeto casomai servisse: non una cosa mafiosa ma una cosa normale. Io ci posso credere sinceramente che il tizio delle Iene sia stato assunto in Mediaset in quanto ben raccomandato, e sapete perché? Perché è un incompetente che non sa fare il giornalista. Io ho fatto il giornalista per anni prima di mettermi a inventare strategie di comunicazione e so che cosa avrei detto lì invece che starmene a balbettare. Avrei detto che tra una tv privata e le nomine della Sanità c'è una bella differenza. Una tv privata è di chi la possiede: se a costui va bene che la gente venga assunta perché raccomandata da Tizio o da Caio, affari suoi. Ma le nomine del settore sanitario appartengono alla cosa pubblica. Sono un patrimonio di tutti. E la cosa strana è che io di questa intervista al figlio di Mastella ho parlato con parecchia gente e nessuno si è accorto, mi ha detto di essersi accorto, di questa cosa. Di questa separazione. Anche chi denunciava e detestava e deprecava il sistema delle raccomandazioni non dava segno di essersene accorto. Che tra pubblico e privato c'è differenza. Ed ecco: a me questo pare un bruttissimo segno dei tempi. Perché perfino in tempi di Prima repubblica (quando tutti ben sapevano che i concorsi pubblici erano regolati da raccomandazioni, lo si dava per scontato) si parlava di questo fatto come di una piaga. Chi non era raccomandato, almeno, ne parlava in questi termini. E la versione ufficiale dei media a proposito delle raccomandazioni era proprio questa: che si trattasse di una piaga. Poi ovviamente i media erano infettati dalla piaga, ecco, erano tutt'altro che immuni. Ma un certo disgusto di facciata per le raccomandazioni nel settore pubblico lo si teneva. Mi viene in mente che sia questo il vero spartiacque tra i tempi di allora e i nostri, tra la politica di allora e quella di oggidì: prima la raccomandazione, in ambito pubblico, era una cosa misteriosa e segreta, un intrigo di palazzo da ordire zitti zitti in camera caritatis (e Vincenzo Cerami ne ha fatto un racconto perfetto, impeccabile, nel suo Borghese piccolo piccolo). Oggi la lottizzazione del settore pubblico, la commistione di affari pubblici e privati, è data per scontata. Tra pubblico e privato è sparita ogni linea di demarcazione. Lo fanno tutti, dice Mastella. Non solo: a suo figlio pare che non ci sia differenza tra il piazzare un congiunto in un'azienda privata, e mercanteggiare sulle nomine di chirurghi e affini. Non è una cosa mafiosa, lo fanno tutti. E la gente annuisce. Magari non è contenta che ci siano i raccomandati, ma non si stupisce per nulla di questa commistione, del fatto che pubblico e privato vengano messi sullo stesso piano. Lo spartiacque se n'è andato, purtroppo: e questo è quel che accade quando gli spartiacque spariscono. Che sparisce anche, pian piano, tutto un mondo. Un po' come l'impero austroungarico nei libri di Joseph Roth.
lunedì, gennaio 21, 2008
climbing thru a window, stepping to the floor Christian Raimo elenca su Il primo amore una sfilza di libri, unitamente alla domanda: cos'è che li accomuna tutti? I lettori sono invitati a rispondere (è possibile dar conto della propria esperienza nei commenti a questo post di Nazione indiana). Personalmente, non ho saputo trarre conclusioni di rilievo. Anzi: l'unica cosa che posso dire con cognizione di causa, a proposito dei titoli elencati, è che non ne ho letto neanche uno. State bene.
checking to the left and the right
giovedì, gennaio 17, 2008
when they kick down your front door, how you're gonna come? Sulla questione della mancata visita del Papa all'università "La Sapienza" di Roma, avevo già segnalato sul mio tumblr un ottimo intervento di Andrea Inglese. Ora: non ho granché di mio da aggiungere sulla questione, anche perché all'intervento si sono aggiunti alcuni, a mio avviso eccellenti e misurati, commenti. In particolare, segnalo questo commento di tashtego: "[Benedetto XVI] poteva andarci [all'università], poteva affrontare quel clima, quegli studenti e quei docenti, come alcuni prima di lui hanno fatto con più coraggio di lui, spesso tutti i giorni. voleva che anche lì lo si accogliesse come a piazza san pietro, voleva che le sue parole pregresse non contassero, che lo si acclmasse comunque 'in quanto papa'. pretendeva che ciò che è venuto affermando in questi anni dall’alto della sua arrogante rocciona di travertino non gli fosse rinfacciato. si è dovuto accorgere che esistono ancora brandelli intransigenti di cultura non religiosa, coi quali avrebbe dovuto, forse, fare i conti. E questo altro commento, di Sandrone Dazieri: "... sono molto contento per quello che è accaduto alla sapienza, ovvero che qualcuno dicesse no al papa invece di genuflettersi come tornato di moda. I problemi politici di Prodi, di opportunità e di mediazione, non sono i nostri per fortuna. Quello che mi ha colpito è che mentre il coro delle istituzioni e dei partiti esprime senza distinguo solidarietà al papa, tutti quelli con i quali ho parlato in questi giorni erano radicalmente contrari alla venuta del papa. Gente che ha votato prodi, o rifondazione magari, che improvvisamente scopre di non avere più un rappresentante istituzionale, al governo come all’opposizione. Che i suoi governanti presenti e futuri discutono di aborto con il clero e i loro rappresentanti, che la ministra della salute va alle veglie dell’antiabortista Ferrara per il diritto di parola del Papa. Mi dispiace per Dario Fo, che era quello che ha fatto Mistero Buffo, alla fine. Ma si sa, nessuno migliora, invecchiando". Voi, nel frattempo, state bene.
with your hands on your head or on the trigger of your gun?
non se l’è sentita".
lunedì, gennaio 14, 2008
era meglio l'impero austroungarico (post smisuratamente lungo dove si parla di vita e di morte e di aborto e della legge 194 e di argomenti tutti pesanti come macigni: siate avvisati) Io ho sempre molta paura quando le cose - nel discorso pubblico - non vengono chiamate col loro nome e mostrate per ciò che sono. Ho paura, anzi ho orrore, del politically correct: ho paura quando uno storpio diventa diversamente abile, quando un cieco diventa non vedente, quando uno zoppo diventa una persona con difficoltà deambulatorie. Ho paura delle metafore e delle immagini suggestive, molta paura. So che dietro al sol dell'avvenire possono starci milioni di morti ammazzati. So che dietro a un termine neutro come lebensraum - spazio vitale - può starci una cosa come l'invasione della Russia. Ho paura di slogan come l'immaginazione al potere: sinceramente, e per il bene di tutti, preferirei che al potere ci andasse gente senza tanta immaginazione, ma con buone competenze amministrative e di governo. La verità di questi nostri tempi, cari miei - e l'unico che mi sembra averlo capito è Paolo Nori, che ne ha parlato in Noi la farem vendetta - è che noi stiam vivendo dei tempi in cui il mondo in cui siam vissuti, il nostro mondo, ci sta scomparendo da sotto i piedi. Una cosa che è successa anche a un grande scrittore che si chiamava Joseph Roth che è vissuto in tempi in cui il mondo suo, che si chiamava impero austroungarico, stava lì lì scomparendo da sotto i suoi piedi. Siccome Joseph Roth era un grande scrittore, se voi leggete i romanzi suoi ecco vi sembrerà anche a voi di star lì in un mondo che si chiama impero austroungarico e che vi sta scomparendo da sotto i piedi. Ed ecco io ho la sensazione di vivere in un mondo così anche quando non leggo Joseph Roth. Perché vedete, il fatto è che a me piacciono le cose chiamate col loro nome e adesso succede sempre più spesso che le cose vengano chiamate con un nome diverso da quello vero e proprio che hanno. Succede che le cose soprattutto nel dibattito pubblico vengano distorte e mascherate. E io con questo fatto non ci convivo bene, non ci sto bene. Non è passione politica la mia: io ho in odio la politica, a me piace l'impero austroungarico. E' che mi piace che le cose vengano chiamate col loro nome. E allora mi fa star male, per esempio, questa cosa dell'idea di Ferrara della moratoria sull'aborto. Vedete, a me della vita umana, frega niente. Della qualità della vita, invece, frega molto. Non penso che una vita sia meglio che nessuna vita sempre e comunque: anzi. Ci sono molte circostanze in cui mi viene in mente che la cosa più intelligente che un essere umano possa fare, a se stesso, sia di farsi un buco in testa. Io, che pure ho avuto una vita non brutta, diciamo, ci ho pensato un sacco di volte. Adesso, eh, è tanti anni che non ci penso più, ma una volta ci pensavo. Che magari sarei stato meglio da morto. Comunque è una cosa che non c'entra questa, sto divagando. Cioè c'entra sì, ma fino a un certo punto. Serve a darvi una idea sommaria di come la vedo io, la vita. Non che sia un valore assoluto. Anzi. Si può desiderare la morte, se si ha una vita brutta (a me è successo, quando la mia vita non mi piaceva: se non mi tolsi di mezzo a quell'epoca, fu perché ci vuole un certo fegato, e io non ce l'avevo). Si può anche togliere la vita ad altri, ammazzare, per tante ragioni. Non è nemmeno una esperienza così importante. Una volta ho chiesto a mio nonno Giuseppe, Beppe, Peppino, chiamatelo un po' come volete, che durante la guerra civile tra il '43 e il '45 ha ammazzato parecchia gente. Specialmente tedeschi ma anche gente di Salò. Gli ho chiesto un po' com'era stato ammazzare tanta gente, se era stato bello o brutto. Mio nonno mi rispose: "Mah, né bello né brutto. Una cosa media". Ma, ancora, sto divagando. Basta un po'. Vedo di arrivare al punto. Sapete perché, beh, mi danno fastidio i discorsi di questi giorni sulla moratoria sull'aborto? Perché sono fumo negli occhi. Argomenti come la sacralità della vita, o il diritto alla vita, sono fumo negli occhi. La gente si ammazza per un sacco di motivi. Alcuni sono buoni, altri meno. Ero piccolo, io, quando chiesi a mio nonno perché lui avesse ammazzato i tedeschi. Lui rispose: "Erano tedeschi". Ad alcuni di voi questa ragione parrà, ne sono sicuro, ottima. Ad altri lo sembrerà meno. Fatto sta che mio nonno ebbe anche una lettera della Presidenza della Repubblica in cui lo si ringraziava per aver contribuito a scacciare lo straniero invasore dal sacro suolo della Patria. Ossia, per avere ammazzato un considerevole numero di tedeschi. E il Presidente della Repubblica gli mandò pure un foglio lungo lungo in cui lo insigniva dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana per quel motivo lì. E il Comune di Roma gli diede un posto da dirigente, per meriti resistenziali. Ossia per avere, in sostanza, ammazzato della gente. Come vedete, la vita non è sacra quanto ci vogliono far credere. Anzi: in determinate circostanze, tu puoi ammazzare della gente e vederti poi fare un sacco di complimenti e avere un ottimo posto di lavoro. Lo ridico: storie come la sacralità della vita, o il diritto alla vita, sono fumo negli occhi. La gente si ammazza per un sacco di motivi. Alcuni sono buoni, altri meno. Ma questi motivi ci sono. E c'è poi anche la gente che si ammazza senza motivo, ma parlarne ora sarebbe lungo e ci porterebbe un po' fuori strada. E noi abbiam già divagato abbastanza. La questione è il gesto di ammazzare: è quello, che ci interessa ora. Ed è un gesto che in molti casi è sanzionato dalla legge. Però, lo abbiam visto, mica tutte le volte. Dipende dai casi e dalle circostanze. C'è la volta che ammazzi, e ti mettono in galera. E quell'altra che ammazzi, e ti danno una medaglia e un posto al Comune. Insomma ci sono un bel po' di casi in cui il fatto di togliere di mezzo altri esseri umani non è solo tollerato, ma incoraggiato. Quindi: diciamocelo bene, questo è un campo dove non ci sono valori assoluti. Si naviga a vista. Dipende, ecco, un po' tutto dalle circostanze. Pare brutto dirlo, ma è così. Ma, ancora, sto divagando. Basta un po'. Vedo di arrivare al punto. Sapete perché, beh, mi danno fastidio i discorsi di questi giorni sulla moratoria sull'aborto? Perché sono fumo negli occhi. Argomenti come la sacralità della vita, o il diritto alla vita, sono fumo negli occhi. La gente si ammazza per un sacco di motivi. Lo fa da sempre. Qui ciò che è in discussione non è la sacralità della vita (perché sappiatelo: la gente si è sempre ammazzata e continuerà a farlo) bensì il fatto che una donna possa o meno avere il controllo sul processo della sua gravidanza. Suona bello parlare della moratoria sull'aborto, suona bello tirare fuori slogan come Make love, not abortion. Ma io ho paura degli slogan. So bene che dietro al sol dell'avvenire possono starci milioni di morti ammazzati. Il punto è: che succede, il giorno in cui partisse davvero questa disgraziata (sì, disgraziata: lo dico) iniziariva della moratoria sull'aborto? Che succede da noi, qui in Italia? Lasciate perdere gli slogan, le belle parole, il diritto alla vita e tutte quelle storie lì. Quel che succede è che una donna che vuole abortire non può più farlo legalmente. Guardate, è tutto qui. Non c'è nient'altro. Che una donna, che non vuole portare a termine una gravidanza, si trova invece obbligata a farlo (salvo abortire all'estero, o ricorrere a chissà quali pasticci). Ed io, che sono uno che ama inventare e scrivere storie, non posso fare a meno di immaginarmele, queste donne. Di immaginarmi le loro storie. Di immaginarmi la storia di quella che magari è sposata, ma ha un matrimonio che non funziona, sta pensando di troncare col marito e ricominciare una vita nuova, e resta incinta per sbaglio. La storia di quella che ha sedici anni e si trova ad andare a scuola col pancione, e per tutta la vita le resteranno attaccate angoscia e vergogna e non se le scorderà più (qualsiasi cosa poi scelga di fare del figlio). La storia di quella che ha una carriera e dovrà mandare tutto a puttane ed odierà il figlio che le ha bruciato la carriera e non sarà, né sarebbe mai stata, adatta a far la madre. La storia di quella che ha già quattro figli e un quinto proprio non lo vuole. La storia di quella che è single e resta incinta in un rapporto occasionale con uno che non sa nemmeno chi è. Ora, sarò anche cinico, ma io nessuna di queste storie me la immagino con un lieto fine. La legge 194 è una buona legge. Ed è una buona legge per tanti motivi. Uno di questi motivi è che porta la questione dell'interruzione di gravidanza sotto il controllo di chi dovrebbe poi vivere quella gravidanza. Non è una decisione bella o facile, siamo d'accordo. Ci sarà chi prenderà quella decisione con saggezza, dopo avere attentamente ponderato i pro e i contro. Ci sarà chi la prenderà con leggerezza anche estrema. Ma il fatto resta: nessuno è più qualificato a decidere di colei che è direttamente interessata. La donna. Lei e basta. Tutti gli altri, preti soloni e mariti, sono di troppo. La legge 194 consente alla donna di decidere. Ora: quel che si sta cercando di fare parlando di riesaminare la legge, è di toglierle (del tutto o in parte) questo potere. Il resto, sappiatelo, è fumo negli occhi.
giovedì, gennaio 10, 2008
Portnoy, ovvero come avercela con quello che si è e tuttavia aver bisogno di essere quel che si è, ci piaccia o meno (e il problema è che a volte ci piace e a volte meno) Cominciamo con un consiglio di lettura: l'ottima disamina che b.georg fa del Lamento di Portnoy di Philip Roth. Non riesco a sentirmi d'accordo, e tuttavia devo per forza ammettere che c'è del vero. Come dire: siamo sicuri che questo calcare a tavoletta sul registro comico, questa abbacinante aneddotica non nuoccia all'impostazione romanzesca? Siamo certi, onestamente, che lo specifico romanzesco del Portnoy non ne risulti compromesso, depotenziato, atterrito? Si può dire che il più gran difetto di Portnoy (come personaggio) è che Roth, nel'inventarselo, non gli costruisce un mondo attorno: semmai, gli fabbrica un palcoscenico. Un palcoscenico molto ben congegnato, pieno di perfette macchine di scena ch'entrano ed escono sprizzando cinismo, divertimento, spiritosaggine. E tuttavia un palcoscenico non è un mondo: al termine del dilagante monologo di Portnoy, ci sembra di sapere un sacco di cose a proposito delle sue chiacchiere, e tuttavia non riusciamo a sentire di conoscerlo veramente. Ora, se alla trama romanzesca noi attribuiamo una valenza anzitutto conoscitiva - mi tengo qui devotamente a Peter Brooks -, un romanzo in cui Tizio parla dall'inizio alla fine di sé, torrenzialmente e compulsivamente, e alla fine non ci sembra di conoscerlo: beh, si può dire senza dubbio un romanzo fallito. Di più: da un autore del calibro di Roth, ci aspetteremmo anzitutto umorismo: e tuttavia, nella maggior parte dei casi gli episodi che Portnoy racconta al suo analista - e con lui, a noialtri - non riescono a essere umoristici, ma solamente arguti (e Mark Twain, che ben conosceva la differenza, la stigmatizzò abilmente in un suo articoletto: la traduzione italiana è in Come raccontare una storia e l'arte di mentire). Tuttavia, pur con questi limiti, il percorso di Portnoy mi sembra altro che la semplice definizione identitaria di un personaggio: un percorso diverso da quello del tipico romanzo monologante in cui si spiega com'è fatto Tizio e lo si rivolta come un guanto (anche perché Roth mi sembra scrittore troppo avveduto per non rendersi conto che, in questo senso, il libro non funziona). Semmai, il Lamento di Portnoy mi sembra un romanzo in cui succedono due cose: 1) la forma retorica dell'invettiva vien ricollocata nell'alveo dei percorsi narrativi possibili, dopo la diffidenza che l'Ottocento e il Novecento (con rade eccezioni) avevano avuto per essa: e il luogo prescelto, il lettino dell'analista, mi pare perfetto per mettervi in scena questa operazione; 2) questa forma retorica, l'invettiva, viene usata per ridicolizzare, per scagliarsi contro, il feticcio della soffocante identità ebraica: con i suoi paletti e i suoi percorsi obbligati: etici, morali, sessuali. Questo percorso mi sembra riuscito: Portnoy incarna egregiamente la frustrazione connotata all'essere ebreo (il capitolo intitolato "Seghe" mi pare emblematico. Nomen omen, per così dire: la narrazione delle seghe di Portnoy e le sue elecubrazioni su di esse, sono un perfetto esempio di quella che oggi chiamiamo sega mentale). Se questo è il percorso, beh, allora tutto si tiene: la prigionia del Nostro nella gabbia del suo essere ebreo è descritta e narrata brillantemente, compreso il perfetto epilogo in cui Portnoy, dopo aver strologato per ore sulla disgrazia che è portarsi addosso la propria identità ebraica, che fa? Quando descrive il suo arrivo in Israele, non può fare a meno di entusiasmarsi perché lì tutto è ebraico. Come dire: siamo quello che siamo; e sotto sotto, anche se ci pesa e ci reca ambasce, siamo istintivamente felici nel luogo ove ci sembra di poterci specchiare e riconoscere, e ci sentiamo parimenti riconosciuti.
martedì, gennaio 08, 2008
welcome back my friends to the show that never ends Questo blog riparte, presto. Nel frattempo, il museo del mondo è già di nuovo in pista.




