licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

mercoledì, febbraio 27, 2008

this is music to march to

Alcune ottime iniziative che ho il piacere di segnalare. Anzitutto, la campagna "Adotta un consultorio" lanciata a Bologna con una azione di attacchinaggio di figure di donne con frasi fumetto "tutte riferite al proprio diritto di decidere, fruire dei servizi, rivendicare gratuità e garanzie": cito da qui. Poi, la proposta del professor Carlo Flamigni  per la moratoria all'obiezione di coscienza contro l'aborto: "in senso opposto a quello dell'attuale campagna portata avanti da teo-con e teo-dem", specifica Flamigni, poiché "l'aborto volontario e' un diritto delle donne italiane". In sostanza, come osserva Alessandro Gilioli, si tratta di "dire basta ai medici che lavorano negli ospedali pubblici ma si rifiutano di garantire il diritto di interrompere la gravidanza". Infine, una petizione on line - lanciata dal blog Bioetiche, contro la candidatura di Paola Binetti e della pattuglia teodem nelle liste del Pd. Voi, nel frattempo, state bene.

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martedì, febbraio 26, 2008

cominciamo bene

Sono disperato, sinceramente. Quest'anno, con la finestra di luglio e quella di dicembre, se ne andranno in pensione i miei collaboratori più fidati, gli uomini su cui si può contare, quelli che mi capiscono al volo (e che io, di ritorno, capisco ancor prima che abbian parlato). La gente seria, i pilastri, quelli tosti e quadrati: Aldo L., che cura la redazione dei periodici del Gruppo; Alessandro A., ch'è il maestro di cerimonie di tutti i nostri eventi; Paola G., che gestisce le relazioni a livello corporate. I giovani virgulti destinati a rimpiazzarli sono già stati reclutati sul mercato, o promossi dai ranghi: ho avuto la notizia la settimana scorsa. Veramente una sola persona è stata promossa dai ranghi (d'altronde, era la sola che avessi raccomandato). Gli altri due sono laureati con tanto di Master: hanno studiato Scienza della comunicazione. Evidentemente la nota che io avevo trasmesso alla direzione, secondo la quale io ritenevo a dir poco suicida assumere neolaureati in posizione di responsabilità, non è stata presa nella dovuta considerazione. O forse si tratta dell'ennesimo dispetto che la proprietà dell'azienda ha deciso di farmi in conseguenza dell'eccessivo (secondo loro) impegno che ho profuso come sindacalista in sede di rinnovo del contratto integrativo dei funzionari. Fatto sta che i giovani leoni sono qui da neanche una settimana e hanno già sperimentato una cospicua parte del mio repertorio di scorbuticherie riservate agli incompetenti, che include (ma non si limita a) frasi come:

- "Lei sarà autorizzato da me a pensare con la sua testa non appena avrà imparato a leggere e a scrivere. Fino a quando non avrà sconfitto la piaga dell'analfabetismo, la esento dal prendere iniziative in tal senso".
- "In questo Paese siamo in democrazia, che però cessa di valere istantaneamente non appena lei entra in questa stanza".
- "Quando vorrò sentire facezie da lei, gliele domanderò per iscritto" [questa cosa la dico dopo che mi è toccato di sentire una battuta stupida].
- "Lei cosa farebbe, al mio posto? Oh, mi perdoni, le ho chiesto una cosa inutile. Lei non ci arriverà mai".

Ciò sperando che, a forza di brusche strigliate (e grazie all'affiancamento dei preziosissimi pensionandi, che già mi vien la lacrimuccia al pensiero di vederli andar via) i cocchi di mamma imparino, rapidamente, a stare al mondo (e a fare, già che ci sono, il mestiere per cui sono pagati). Nel frattempo, mi sto seriamente domandando: Ma che cazzo ha studiato uno, o una, che si laurea in Scienza della comunicazione?

Avevo già avuto degli stagisti e degli interinali con questo ameno titolo di studio, ma io non passo molto tempo con gli stagisti e gli interinali, quindi li ho visti - diciamo - un po' di striscio. E tuttavia, beh, già nutrivo qualche sospetto di incompetenza: diciamo che avevo mangiato la foglia. Ma adesso ho mangiato l'albero con tutte le radici. Che cosa studiano, questi teneri virgulti? Che cosa imparano? Queste domande mi stan facendo ammattire. Perché mi son bastati pochi giorni passati a stretto contatto con questi ragazzi per rendermi conto che non sanno fare niente, ma proprio niente, di quel che a me serve. Nozioni di retorica: pressoché zero. Nozioni di eristica: zero. Capacità di produrre un testo scritto in giornalistese: zero. Capacità di produrre un testo scritto in sindacalese: zero. Capacità di scrivere in italiano: scarsa, quando va bene. Abilità dialettica: da mettersi le mani nei capelli (se ne avessi). Proprietà di linguaggio: lasciam perdere che è meglio. Capacità di vestirsi in modo appropriato: scarsa, nel migliore dei casi. Ora, a parte quest'ultima competenza (che non si studia certo all'università) ciò che mi domando è (mi ripeto, lo so): Ma questi, che cazzo hanno studiato?

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lunedì, febbraio 25, 2008

alcune cose utili da fare per leggere e scrivere narrativa con profitto, #3 (qui la prima puntata, e qui la seconda)

Io penso che a fare la differenza, in un romanzo, siano - spesso e volentieri - certe scene che sono come un panno per toglier lo sporco dal vetro di una macchina. Ovvero, ripuliscono e consentono di vedere. Io quando ne becco una, di scene così, è sempre una gran soddisfazione perché poi anche tutto il resto del romanzo, anche quel che c'è prima, non so come dire: ti vien voglia di tornare indietro per rileggere tutto, o buona parte del tutto, alla luce di quel pezzo lì. Non è che lo fai sempre ma la voglia ti viene. Queste scene non sono epifanie, eh no: non sono punti esclamativi. Non sono momentri aurorali dell'esistenza, non sono apocalissi (nel senso etimologico: rivelazioni). Non c'è qualcuno (un dio, un destino?) che dall'alto rivela qualcosa a qualcun altro. Queste scene, di cui sto parlando, hanno semmai la calma, distesa inevitabilità di uno straccio che pulisce il vetro della macchina. Se hai il parabrezza sporco, che fai? Ti fermi e gli dài un colpo di straccio, o più d'uno: quanti ne servono a pulirlo. Una cosa inevitabile se non vuoi fare un incidente. Non è mica una epifania che ti vai a schiantare, altrimenti. Pulire il vetro è una misura di vecchio pedestre buon senso.

Lo devi fare sennò vai a sbattere. Ecco perché parlo di inevitabilità. Un libro che è fatto per buona misura di scene così è Cent'anni di solitudine di Marquez. Ci son dietro, dentro, così tante storie, che si accavallano l'una sopra l'altra, che uno ha la sensazione che l'autore sia stato lì tutto il tempo a pulire il vetro con lo straccio, per consentire a noi di raccapezzarci, di vederle un po'. Però sinceramente, secondo me, di libro come Cent'anni se ne può scrivere uno ogni tanto. Ha tante virtù, quel libro, ma se devo proprio imputargli un difetto direi che manca di discrezione. Invece ci sono autori che quando passano lo straccio lo fanno con una misura invidiabile. Prendete il McCarthy di Non è un paese per vecchi ad esempio. A un certo punto c'è una scena che è proprio una bella schiarita. A pagina 33. Lo sceriffo Bell racconta di una volta che è sfuggito per miracolo alla morte. Stava per fermare un'auto sospetta, come gli sceriffi usano fare quando ne vedono una, senonché quelli gli hanno sparato per primi dal finestrino, con un fucile. Lo sceriffo Bell se la cava per miracolo ed è un piacere stare a sentire come la racconta McCarthy. Poi, con la macchina ridotta a un colabrodo, Bell si ferma in un bar. Ed è lì che McCarthy passa lo straccio, pulisce il parabrezza del suo romanzo, e ci lascia vedere. Sentite qua: "Sono tornato a Sanderson e mi sono fermato al bar e vi assicuro che la gente è arrivata da tutte le parti per guardare quell'autopattuglia. Era completamente coperta di buchi. Pareva la macchina di Bonnie e Clyde. Io non avevo un graffio. Nemmeno con tutti quei pezzi di vetro. Per questa cosa mi hanno anche criticato. Per aver parcheggiato lì. Hanno detto che era come mettersi in mostra. Sarà, forse mi volevo mettere in mostra. Ma avevo anche un gran bisogno di quel caffè, ve l'assicuro". Una passata di straccio che lo fa vedere poi bene, quel mondo lì. Bisognerebbe dirlo proprio, a chi scrive libri, che una cosa che ogni tanto si deve fare è passare lo straccio.

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giovedì, febbraio 21, 2008

speak of the Devil

Rileggo le bozze di Fortunale. E vedo che mi succede spesso, nelle storie che scrivo (in Fortunale ce ne ho messe parecchie di storie, com'è mia abitudine); mi succede, dicevo, di dipingere l'ambiente familiare come il luogo del Male profondo, della desolazione assoluta. Credo che ogni narratore che ha interesse per il Male, lo veda in qualche luogo preciso, non possa limitarsi semplicemente a evocarlo con vaghezza, ma debba piazzarlo da qualche parte. Questa cosa può cambiare anche da libro a libro, forse, io penso. Ad esempio, se uno legge Non è un paese per i vecchi di Cormac McCarthy si accorge che, per lo sceriffo Bell (del quale McCarthy riporta i ragionamenti, in corsivo, tra un capitolo e l'altro) il luogo del Male è la modernità, la società in trasformazione. Bell ne è terrorizzato, non sa come farvi fronte, si rende conto che il mondo al quale egli ha sempre appartenuto, non c'è più. Bell è un vecchio guerriero stanco, un vecchio sceriffo stanco e reagisce male ai cambiamenti, non tiene il passo. E - aldilà dell'opinione di Bell - McCarthy ci si mette d'impegno, nel romanzo, a mostrarci il volto sporco e bastardo dei tempi che cambiano. Ci riesce proprio bene, è una visione che si accompagna magnificamente alla sua storia. Invece nel mio caso, nella mia esperienza di narratore - specie nelle cose che sto scrivendo ora-, la famiglia è il luogo del Male. Non è che io ci sia arrivato consapevolmente, però notavo che tutti i personaggi del libro, di Fortunale, hanno rapporti familiari disastrosi, o irrisolti. Ed è nella famiglia che più spesso avvengono le coercizioni e le violenze, che si segnano negativamente i destini. Il mondo di Fortunale, in termini storici e geografici, è quell'Emilia che Guareschi ha raccontato nelle sue storie di Don Camillo e Peppone, l'Emilia del dopoguerra. Lui, Guareschi, dipinge quelle famiglie lì, di quell'epoca, come un ambiente, tutto sommato, sano. Magari viziato da arretratezze, da pregiudizi, ma Guareschi tutto sommato lascia filtrare l'idea che anche le arretratezze e i pregiudizi abbiano una loro ragion d'essere. Io invece, non è che l'abbia fatto consapevolmente, ma mi rendo conto di aver dipinto quell'Emilia come un luogo ove tutti i posti sono pericolosi, ove non c'è da fidarsi né delle forze dell'ordine (violente, corrotte) né tantomeno della politica (cinica, brutale): ma sono le famiglie, il posto più pericoloso di tutti. Il luogo del Male, che fabbrica deviazioni e storture. E anche in Clint Eastwood va così. La famiglia è un ambiente di ricatti, di violenza psicologica, di psicosi latenti che stanno lì come bombe pronte a esplodere: dopodiché, a un certo punto, esplodono (non per vantarmi, o forse proprio per vantarmi: però la scena della moglie che trova il marito ubriaco marcio sul pianerottolo, e lo scansa lo sorpassa e lo lascia lì, mi è riuscita proprio come si deve). Voi, nel frattempo, state bene.

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mercoledì, febbraio 20, 2008

very loud

Contro l'abuso di obiezione di coscienza alla legge 194, il collettivo femminista MaiStat@Zitt@ propone una campagna seria, concreta e soprattutto utile alle donne: identificare gli obiettori, diffonderne le liste, boicottare gli ospedali ove non si può praticare l'Ivg. Qui i dettagli della campagna "Obiettiamo gli obiettori". Voi, nel frattempo, state bene.

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martedì, febbraio 19, 2008

robba che se magna

C'è che Buràn è di nuovo in pista. State bene.

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lunedì, febbraio 18, 2008

prolifico

Una cosa strana che mi succede ultimamente è che scrivo più del solito, io veramente pensavo che non sarei mai riuscito a scriver così tante cose rifinite e compiute in così breve tempo: cose di narrativa poi, tra l'altro. Che l'altro giorno, mentre stavo ancora finendo di aggiustare Clint Eastwood, è arrivata lì per lì un'altra richiesta di racconto, senza un tema particolare - potevo scriver quel che pareva a me -, purché non fossero più di seimila battute. Io ho preso una storia che mi era venuta in mente, l'ho scritta, l'ho fatta stare in quelle seimila battute, ho trovato subito il titolo (la storia s'intitola I ribelli della montagna), l'ho spedita. Tutto in un giorno. Certo che è strana, la vita, a volte. Voi, state bene.

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sabato, febbraio 16, 2008

riserve contro un inverno dello spirito

Scriveva Marguerite Yourcenar nelle sue Memorie di Adriano: "Fondare biblioteche è come edificare ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire". Questa qui non è proprio una biblioteca, è una libreria: ma va bene lo stesso, perché fa rivivere libri che non si vedevano più in giro, che non circolavano più (e un libro, si sappia, è vivo finché può circolare, andarsene a spasso: altrimenti, per bello che sia, è bello che morto). State bene.

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venerdì, febbraio 15, 2008

I did it for the lulz
(welcome to the jungle of the Long Tails)

Ieri, al mattino, mi capita di leggere una cosa scritta da Wu Ming 1 nei commenti del blog di Loredana Lipperini. Mi pare una cosa molto azzeccata, sensata, ben detta. La cosa è questa:

"Il problema, comunque, non è Ferrara. Il problema non è nemmeno la destra. Il problema non è nemmeno la chiesa. La destra e la chiesa fanno il loro lavoro di sempre. Ferrara è l’orbo nel paese dei ciechi: è vero che è intelligente ma non è poi questo granché, solo che è l’unico che pensa in termini strategici mentre tutti gli altri vanno a tentoni, e quindi sembra meglio di quel che è.

Il vero problema è il PD, che su questi argomenti (aborto, laicità, unioni civili, eutanasia) non può né potrà mai schierarsi con chiarezza, perché è un Frankenstein messo insieme con pezzi lib-lab e opusdèi, una mesta sintesi di coop e cilicio, che per giunta sta imbarcando noti piduisti. E’ un mischione insensato e privo di programma, esposto a qualunque diktat di qualunque potere forte, a cominciare dal Papa.

Per metterlo in crisi basta spostare le discussioni su quel terreno. E l’avversario lo fa. E dal suo punto di vista fa bene. E’ la mossa più efficace e meno dispendiosa, mentre nel PD ogni volta devono spendere un’enorme quantità di energie per trovare una risposta che non crei una guerra interna".

Subito dopo averla letta, la posto sul museo del mondo. Dopodiché la cosa viene ripresa dal tumblr pensierispettinati e, pure, da draculafrizzi. Dopodiché blazar, già che c'è, la riprende da pensierispettinati. Dopodiché hardcorejudas la riprende da blazar. Dopodiché strelnik la riprende da pensierispettinati. Dopodiché strelnik dice sul suo blog che ha deciso di partire da questa considerazione di Wu Ming 1 per aprire un dibattito nell'ambito del programma ParlaComeScrivi su radio catrame 19. Dopodiché eccetera. Dopodiché io penso che una delle cose fighe di tumblr è che mi consente di seguire tutto il (o comunque, buona parte del) percorso che fanno le cose che piazzo sul museo del mondo, mentre se ne vanno in giro per la rete. Dopodiché però io penso che una cosa ancora più figa del tumblr è che le cose che ci metto dentro riescono ad andarsene in giro per la rete a una velocità vertiginosa, e soprattutto riescono a propagarsi. Dopodiché allora mi viene in mente che quando tempo fa mi era venuto in mente di chiudere il museo del mondo, perché non mi pareva una roba tanto utile, io probabilmente sbagliavo.

Voi, nel frattempo, state bene.

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mercoledì, febbraio 13, 2008

facciamo tutti incularella di più assieme

No, ci tengo a precisarlo, non vi sto esortando alla sodomia, né vi sto invitando a un'orgia. Intendiamoci: non ho nulla contro le orge e, quanto alla sodomia, non la disapprovo minimamente: anzi. Ma al momento non desidero sollecitarvi né all'una né all'altra attività: sia per i problemi squisitamente logistici che ciò comporterebbe (distanza, organizzazione, etc.); sia perché, a differenza di qualcun altro, ritengo che siate voi stessi le persone più autorevoli riguardo a ciò che vi piace fare o non fare in camera da letto (o in qualsiasi altro posto sia da voi adibito ad alcova). Tuttavia, come narratore e come persona intelligente, non ho potuto fare a meno di provare cospicua irritazione di fronte a quanto espresso da don Nicolò Anselmi, responsabile della pastorale giovanile della Cei, a proposito della scena di sesso in Caos calmo (il film).

[da "Trovacinema"] in una lettera ai ragazzi che andranno alla Giornata mondiale della gioventù di Sydney, avanza la proposta che professionisti seri come Moretti e la Ferrari rifiutino in futuro di prestarsi a “girare scene erotiche volgari e distruttive”. “Da un bravo regista e coraggioso idealista come Moretti e da un volto sensibile e delicato come la Ferrari - scrive don Anselmi - mi sarei aspettato una scena romantica, soffusa, tenera, magari un momento d’amore aperto alla vita, ad un figlio”.

Premetto che non ho letto il libro di Veronesi, non ho visto il film di Grimaldi, e - a dir la verità - non ho intenzione di svolgere, in futuro, nessuna delle due attività. Una cosa, però, mi ha colpito: il fatto che l'indignazione di Anselmi appaia connessa al fatto che la scena è, né più né meno, una sequenza ove Nanni Moretti lo mette nel culo a Isabella Ferrari piuttosto brutalmente. E sia chiaro che la mia solidarietà con la produzione di Caos calmo non riguarda neanche la mia empatia verso il personaggio interpretato da Nanni Moretti (per cui comprendo benissimo che, trovandosi in intimità con una che ha una faccia antipatica come quella di Isabella Ferrari, possa venire spontaneo a chiunque di metterglielo brutalmente al culo). No, la faccenda è più seria: e la mia indignazione sorge in qualità di narratore, non di essere umano che empatizza con questo e con quello. Vedete, io non sono un narratore molto prolifico. Ho pubblicato un romanzo e un po' di racconti sparsi. Però in questa manciata di opere ricordo distintamente che, sia nel romanzo che in (almeno) uno dei racconti, c'è qualcuno che lo prende in culo. Sto lavorando anche ad altri due romanzi, e in almeno uno dei due c'è qualcuno che lo prende in culo (anzi, c'è proprio una storia d'amore tra omosessuali). Quindi mi sento un po' toccato da un punto di vista personale. Inoltre - e perdonate il francesismo - mi sono rotto il cazzo di questi prelati i quali pretendono che chi racconti storie adegui la propria narrazione alla loro pseudoetica pelosa. Non se ne può più, veramente. Pensavo che questa puttanata fosse finita dai tempi di Ultimo tango, ma ora che la vedo rispuntare - in tempi tutt'altro che rassicuranti - mi dà oltremodo sui nervi. Perciò invito la gente che scrive storie e passa di qua, professionisti e dilettanti (so che ce n'è diversi di entrambe le categorie, che leggono questo blog) a inserire, nell'immediato futuro, una rovente scena di sodomia (il più possibile "volgare e distruttiva", per citare Anselmi) nei loro testi narrativi di prossima pubblicazione. Io, per me, ne ho già piazzata una in Clint Eastwood. Non ho potuto farla molto dettagliata, perché il curatore dell'antologia mi ha imposto un limite di spazio (e nel racconto dovevano starci un sacco di altre robe), però mi è venuta volgare e distruttiva il giusto. Chissà che - dinanzi a un proliferare di violente, brutali scene sodomitiche sulla pagina e sullo schermo -, questi intollerabili pretacci non la smettano di rompere il cazzo, una buona volta. Voi, nel frattempo, state bene.

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domenica, febbraio 10, 2008

incipit

"Non sono una persona incline alla violenza: tuttavia posseggo una pistola". Così inizia il racconto che sto finendo di scrivere in questi giorni. Sono indeciso tra due titoli: Forse non lo sai ma pure questo è amore, e Clint Eastwood. Quale dei due vi sembra meglio? Il racconto è quasi finito, anche perché dovrà esser pubblicato in un'antologia. Che tempo fa ho avuto una mail, io, dal curatore di questa antologia: la mail diceva che lui, il curatore, aveva apprezzato la mia scrittura sia qua sul mio blog, che leggendo il romanzo Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma. E mi invitava a contribuire, con un mio racconto, a questa antologia nascente. E allora, lì per lì di colpo come una rivelazione inattesa, io ho pensato che i curatori, spesso e volentieri, come dire ecco: è gente che sa il suo mestiere. Sono professionali, accorti, pieni di buon senso, capaci di brillanti intuizioni. Sono persone informate, colte, dotate di competenze indiscutibili. Son bravi, i curatori, quando vogliono. Voi, nel frattempo, state bene.

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venerdì, febbraio 08, 2008

'o tiempo se ne va

Aggiornata la colonna degli argomenti sulla sinistra. Spariscono i riferimenti a qualche post vecchio, arrivano un po' di cose nuove. Segnalo, in particolar modo, il post Contro la campagna antiabortista di Giuliano Ferrara, quello sulla terza stagione di Grey's anatomy,  e gli Argomenti di Seia Montanelli a sostegno della tesi che la narrativa sia più importante della filosofia: e poi le recensioni di Lo spazio bianco (Valeria Parrella) e del Lamento di Portnoy (Philip Roth), nonché dell'antologia Il corpo e il sangue d'Italia. Voi, nel frattempo, state bene. 

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giovedì, febbraio 07, 2008

potere alla parola

Bene. Come qualcuno di voi già saprà, ho aderito a questo appello. L'ho fatto perché ritengo discutibile (a dir poco) la scelta di quanti hanno voluto contestare l'invito di Israele alla come Stato ospite alla Fiera del Libro 2008. L'appello mi è piaciuto per i suoi toni pacati e la sensatezza: non si lancia in polemiche né stigmatizza, ma esprime "solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008". Si noti che l'appello non esprime, di fatto, solidarietà nei confronti dell'attuale governo israeliano, della sua politica estera, della sua politica nei Territori, delle sue relazioni con l'ANP, delle sue decisioni passate, presenti o future. Il governo israeliano, peraltro, non è una realtà monolitica, compatta come un blocco di granito: Israele è una democrazia, per quanto può esserlo una nazione che deve affrontare gravi problemi di sicurezza delle sue frontiere e di controllo del territorio. Se - nell'intento di garantire la sicurezza di Israele - il governo israeliano ha fatto, oggi o in passato, ricorso a strumenti scarsamente compatibili con lo status di democrazia moderna, è anche vero che le stesse democrazie occidentali (inclusa quella in cui noi viviamo) hanno, più e più volte, vedendo minacciata la propria sicurezza, sospeso de jure o de facto una parte delle garanzie previste dagli statuti costituzionali (pensate all'Italia degli anni di piombo; pensate a quell'orrore ch'è il Patriot Act, votato negli USA anche da buona parte dei democratici...).

Siffatte misure non sono mai pienamente giustificabili: tuttavia chi oggi scaglia la prima pietra contro Israele, farebbe bene a chiedersi se l'attuale clima diffuso di ostilità da parte della opinione pubblica internazionale, può essere in qualche modo utile a una distensione, o se invece non incoraggi la comunità nazionale israeliana a serrare i ranghi e a proseguire per la propria strada, nella consapevolezza di non poter trovare, nelle democrazie occidentali, alcuna comprensione.

Peraltro, occorre ribadirlo: essendo Israele una democrazia - sia pure logorata da un clima di guerra semi-permanente - esiste sempre la possibilità di un avvicendamento nelle stanze dei bottoni, che riporti in voga politiche più lungimiranti di quelle attuali. Né, trattandosi di un Paese ove esiste libertà di espressione, ha senso censurarne gl'intellettuali, gli scrittori, o i rappresentanti culturali: perché non si tratta di alfieri di un regime dittatoriale e liberticida, con esso collusi, e che con esso si identificano: ma di soggetti in grado di esprimere, di mettere in campo la propria individualità e la propria storia; e di manifestare pubblicamente dissenso.

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mercoledì, febbraio 06, 2008

fight fire with fire

Si è molto discusso, ieri nella blogosfera, della inquietante narrazione di Flavia Amabile a proposito di una donna che, povera lei, vaga per la città alla ricerca della pillola del giorno dopo. A quante volessero andar oltre il sentimento di impotenza, si consiglia la lettura di questo ottimo post sulla procedura da seguire per denunciare all'autorità giudiziaria i medici che si rifiutano di prescrivere la pillola. Voi, nel frattempo, state bene.

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martedì, febbraio 05, 2008

lo scafandro del palombaro

Il corpo e il sangue d'Italia, è il titolo. "Otto inchieste da un Paese sconosciuto", è invece il sottotitolo che - da principio - mi sembrò inutilmente pretenzioso. Il timor di pretenziosità si aggravò quando finii di leggere la prefazione di Christian Raimo: anche quella pretenziosissima, militante, polemica (si scaglia contro il concetto di inchiesta come "forma di turismo della realtà", promettendo al contempo "provocazioni etiche"). Epperò: tirai un sospiro di sollievo, e i miei timori si dissolsero, dopo aver letto L'eterno ritorno di Giancarlo Cito, primo degli otto reportages, firmato da Alessandro Leogrande. Intendiamoci: il pezzo, di difetti, ne aveva eccome... Su tutte, la troppo scoperta militanza sinistrorsa dell'autore (è invero irritante leggere di Ippazio Stefàno, candidato a sindaco per le sigle Rc/Pdci/Verdi/Udeur/Sds, descritto come "medico gentile" e "pediatra dei poveri": stiam sempre parlando di uno ch'è in ballo per un posto di potere, ecchecazzo). Disturba anche l'occasionale abbandonarsi, da parte di Leogrande, alla deriva dei ricordi (come quando racconta, per filo e per segno, di quando poco ci mancò che prendesse un sacco di legnate dai fascisti). Ma quando fa parlare i fatti, ad esempio quando descrive nei più fini dettagli la campagna elettorale a Taranto, o quando racconta la storia di At6 (la televisione privata di Cito), o la storia di come il Taranto Football Club finì male (esemplare la scena di Cito che tira fuori la pistola in tribuna, durante una rissa), bè: Leogrande è davvero bravo. Si comincia a leggere, a pag. 11, e a pag. 51 si termina la lettura con la sensazione di essersi infilati uno scafandro da palombaro ed esser discesi in una specie di girone infernale: Taranto come città devastata, abbandonata, miserevole. Le pagine in cui Leogrande descrive il corteo di Cito con lo striscione "Siamo tutti mafiosi" e le torce, o quando racconta la scena della ragazza di periferia che, pur di telefonare alla diretta televisiva di Cito, non è andata al concerto di Gianni Celeste: non è che te le scordi subito, quelle pagine, quelle storie lì. Ti colpiscono con la forza di una pallottola: tu pensavi che certi orrori, certi abbrutimenti, fossero prerogativa di Paesi lontani colpiti da chissà quali emergenze umanitarie. E invece, eccoli lì. Anzi, qui. Perché Taranto è l'Italia, è un pezzo d'Italia. Casomai qualcuno l'avesse dimenticato.

Va detto che non tutti i reportages hanno la stessa forza. C'è Scandalo a Filadelfia di Alberto Nerazzini, che è bellissimo: pieno di fatti, di interviste, di voci dei protagonisti: scritto in una prosa schietta e tutta cose (salvo l'inizio, che ci mette qualche pagina a ingranare: ma dalla 198 alla 250, è di una secchezza e di una misura invidiabili). E' una storia di 'ndrangheta, che non si limita a svolazzare sui fatti delittuosi (che della 'ndrangheta sono, tutto sommato, epifenomeni) ma davvero entra nel nucleo delle vicende umane di questa organizzazione malavitosa: i rapporti personali, sentimentali; i legami di sangue. Eppoi: Il mare che non c'è di Ornella Bellucci, nonostante l'orrendo titolo è un bellissimo pezzo che condivide, con l'inchiesta di Leogrande, i luoghi d'indagine (Taranto, ma stavolta quella del polo industriale) e l'occasionale, fastidiosa deriva autobiografica. C'è un pezzo misurato ed elegante come Professione imam di Stefano Liberti, ma c'è pure Cuor crocifisso di Silvia Dai Pra', che parte come un'inchiesta sul Family Day ma poi si sperde in mille rivoli, raccontando cose pure degne di nota, ma in maniera troppo disarticolata e confusa. C'è un pezzo stilisticamente discutibile come quello di Gianluigi Ricuperati, dove si mescolano narrazioni che meriterebbero approfondimento e psicologismi fuori luogo. C'è il pezzo di Antonio Pascale, molto ben scritto e pieno di cose interessanti, che però è tutto salvo che un'inchiesta: sembra, piuttosto, un saggio di filosofia morale (e da queste parti siam tradizionalisti: ci piace che le cose vengano etichettate per quel che sono, e non travestite). C'è il pezzo di Piero Sorrentino, dove si fanno eccessive illazioni e si teorizza davvero un po' troppo. Ma il libro, nel complesso, è notevole: poi, in diversi punti (soprattutto leggendo Scandalo a Filadelfia e Il mare che non c'è) l'effetto-pallottola provato grazie all'inchiesta di Leogrande si rifà vivo, e colpisce duro.

Ciò che si può rimproverare a Il corpo e il sangue d'Italia è, soprattutto, il frequente abbandonarsi degli autori ad aneddoti autobiografici (una tendenza già citata per quanto riguarda Leogrande e la Bellucci, che nei loro pezzi mi ha dato particolarmente fastidio perché sono tra i migliori: ma, a ben guardare, è un male che affligge l'intera antologia). E, poi, un certo grado di arbitrarietà che a volte sfocia nel peccato capitale: ci son rimasto malissimo quando Leogrande rifiuta di entrare nella gioielleria dell'ex sindaco forzista Rossana Di Bello, affermando che non se l'è sentita di intervistarla. Non c'è nulla di peggio (nel giornalismo d'inchiesta) che negare la parola, scientemente, a qualcuno che si ritiene responsabile di ogni sorta di nefandezze. Una macchia che spiace, in un pezzo - altrimenti riuscitissimo - come quello di Leogrande.

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lunedì, febbraio 04, 2008

cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #5
(la prima puntata è
qui, la seconda invece è qui, la terza poi qui, e la quarta qui)

C'è una cosa che fai, quando scrivi un romanzo, che si chiama (beh, veramente, io la chiamo) piazzare i cartelli. Vale a dire che magari, a un certo punto, succede che devi scrivere un certo pezzo che lì per lì non ti va di scrivere. Non hai voglia di raccontare quella scena, descrivere quel posto, entrare nella psiche di quel personaggio, almanaccare su quell'evento, tirare le file di un certo discorso. Magari hai le idee abbastanza chiare su quel che deve succedere, però non proprio chiarissime, e intuisci che, prima di metterti a scriver di quella cosa lì, ti serve di sapere ancora qualche dettaglio fondamentale che, al momento, non sai dire quale sia: e tuttavia sai che c'è, che dev'esserci. Allora io faccio questa cosa, che chiamo piazzare i cartelli: interrompo il flusso del romanzo, salto alla scena successiva della scaletta (io ho sempre una scaletta), e mollo lì una qualche annotazione dove c'è scritto, più o meno, quello che deve starci in quel punto del romanzo, ad esempio:

[volte che va la buonasorte abbandona, storia sul capo dei comunisti che veniva in galera, e che lui non ha voluto raccontare allo sbirro, + storia di una parte del colpo “in soggettiva” (il colpo di sfiga), diversa da come è narrata in terza persona] [usa il "rivedo" come nella seconda parte] [racconta TUTTA LA SCENA DELLA PROPOSTA, fino a prima che dica di no ai soldi]

oppure:

[contraddizione: quando lui dice le "cose giuste" lei è contenta, però lui sta dicendo una cosa che lo fa sembrar vulnerabile: e in genere a lei non piace quando lui sembra vulnerabile. articolare la contraddizione con una spiegazione, un aneddoto, qualcosa]

Ed ecco, allora (non so, in verità, quanto possa servire, però so che questo blog è letto da persone che scrivono, così lo dico, casomai vi tornasse utile) una cosa che ho scoperto è che quando uno, magari dopo mesi, torna a leggere il cartello che ha messo lì, e subito gli viene in mente la roba che c'è da scrivere, senza grandi sforzi, di solito è un buon segno: significa che il testo ha una coerenza tutta sua, che regge, e che alla rilettura è il testo stesso a suggerire come organizzare le parti mancanti. Se invece uno rilegge il cartello che ha messo lì, e non gli viene in mente niente, di solito è un cattivo segno. Vuol dire che nel testo, almeno in quella porzione lì, di coerenza non ce n'è mica tanta. Coerenza strutturale, intendiamoci. Sulla coerenza morale e ideologica, che pare ossessionare certi autori (vedi l'intervento di Antonio Pascale nell'antologia Il corpo e il sangue d'Italia, peraltro assai ben scritto e interessante) io non vi posso aiutare, perché son cose di cui mi son sempre fregato, e delle quali intendo continuare a fregarmi.

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