licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

lunedì, marzo 31, 2008

chi fosse la provincia e chi l'impero
non è il punto:
il punto era l'incendio

Sempre nell'ambito dell'ottima campagna "Obiettiamo gli obiettori", contro l'obiezione di coscienza dei medici che rifiutano di praticare l'Ivg,  segnalo l’assemblea pubblica che si terrà a Milano mercoledì 2 aprile alle 21 c/o USI-Sanità, viale Bligny 22 (scala sinistra, terzo piano). Maggiori informazioni le trovate qui; nel frattempo, state bene.

(Nota di servizio: ho tolto la moderazione ai commenti: una misura che, onestamente, spero di non dover più adottare in futuro)

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giovedì, marzo 20, 2008

il mio nome è Legione, perché siamo in molti

La mia piccola cattiveria quotidiana. Come forse gli utenti di Splinder sanno, i commentatori anonimi sui blog di questa piattaforma vengono identificati da un Anonymous identifier. E' abbastanza agevole notare - cliccando qui -, che i sei commenti al post ragazzi, imparate l'italiano, e di corsa, lasciati da utenti apparentemente diversi (che, addirittura, si son messi a dialogare l'uno con l'altro!...) appartengono in realtà al medesimo utente (id 4ab5f3c4b512b1a). Curiosamente (ma anche no), tutti e sei i commenti criticavano negativamente le mie pesanti osservazioni alla comunicazione della campagna elettorale del candidato del Pd Massimiliano Valeriani, espresse nel post. Voi, nel frattempo, state bene.

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mercoledì, marzo 19, 2008

potrei anch'io fare il Presidente
ma sto con
lei, e non mi manca niente

[Loredana Di Guida, amministratore delegato di Pan Advertising, che cura la strategia di comunicazione del candidato del Pd Massimiliano Valeriani, si è presa la briga di rispondere (nei commenti) al mio caustico post, ove definivo "suicida" lo slogan elettorale concepito, dai professionisti della sua azienda, per il candidato in questione. Mi pare opportuno replicare, qui, alle sue osservazioni]

Cara Loredana Di Guida, lei scrive:

"Se lei si fosse preso il disturbo di dare un'occhiata al suo sito (riportato sui manifesti) [si riferisce al sito di Valeriani, ndr] avrebbe scoperto che, nei meno di due anni da consigliere al municipio Roma VI, Valeriani si è battuto non poco per l'ambiente e che il suo programma prevede una serie di interventi per migliorare ancora di più ambiente e mobilità. In altre parole avrebbe capito che questo candidato, anche se non è sempre facile e i risultati si vedono un po' alla volta, ce la sta mettendo tutta per elevare la qualità della vita di tutti e per tenerci informati.
La frase che ha suscitato la sua reazione
["Una città che funziona ti cambia la vita", che sarebbe lo slogan di Valeriani, ndr]  è in realtà la sintesi più semplice e vicina a questo suo modo di fare e che è del resto noto a chi lo conosce più da vicino. Lo dico anche per rassicurarla che chi sta lavorando per lui non è poi così demente come lei sospetta".

Cara Loredana Di Guida, io non discuto i contenuti dell'attività di Valeriani proprio in quanto quei contenuti non sono rilevanti, qui. Posso anche credere sulla parola ch'egli "si sia battuto non poco per l'ambiente" e che "il suo programma preveda una serie di interventi per migliorare ancora di più ambiente e mobilità". Ma non sono queste cose, a essere in discussione. Semmai, è in discussione il fatto che le persone che lavorano nella sua azienda (in particolare, quelle che curano la campagna di Valeriani) non sappiano l'italiano. Qui le mie idee politiche, mi creda, sono irrilevanti in relazione alle osservazioni che faccio alla campagna elettorale curata dalla sua azienda; ed è davvero puerile, da parte sua, che lei ritenga di poterle desumere dal tono che ho scelto di usare. Se poi si fosse presa la briga di leggere i commenti, avrebbe scoperto la mia ammirazione nei confronti della comunicazione usata nella campagna di Nichi Vendola, governatore della Puglia: ciò le avrebbe risparmiato, forse, certe patetiche asserzioni sul fatto che i miei appunti al vostro lavoro abbiano origini di parte politica.

Cara Loredana Di Guida: il tono delle mie osservazioni al vostro lavoro è derisorio, e sarcastico, perché voi non sapete l'italiano, e fate violenza alla lingua italiana. Non solo: è evidente che non sapete fare granché bene il vostro mestiere neanche in termini di metodologia di relazione. Il fatto che lei stessa, in qualità di a.d., si sia sentita in obbligo di venir qua a fare osservazioni - senza esserne sollecitata -, è un autogoal: se le mie critiche non fossero fondate, non si capirebbe come mai spender tante parole per prodursi in una confutazione. Confutazione che, a ben guardare, non confuta nulla: perché non esprime un solo argomento logico in opposizione al mio discorso. Anzi, il suo intervento contiene argomentazioni che in nulla attengono all'oggetto del dibattere. In che modo la frase incriminata ("Una città che funziona ti cambia la vita")  sintetizzerebbe il concetto "Valeriani ce la sta mettendo tutta per elevare la qualità della vita di tutti"? Cara Loredana Di Guida, si rende conto che tra le due proposizioni non esiste nesso logico di sorta? Capisce che le sue considerazioni non le fanno onore, in termini squisitamente professionali? E' al corrente del fatto che questo blog è abitualmente frequentato da professionisti della comunicazione (giornalisti, pubblicitari, scrittori) e che dinanzi a questa platea lei, e la sua azienda, state rimediando una ben magra figura?

Cordialmente, Davide L. Malesi.

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martedì, marzo 18, 2008

ragazzi, imparate l'italiano, e di corsa

Stavo andando a prendere il caffè al solito bar in piazza Esquilino, proprio davanti a Santa Maria Maggiore. M'imbatto nei manifesti elettorali di questo signore, Massimiliano Valeriani, candidato al Comune di Roma per il Pd. Ora, il payoff della campagna elettorale di Valeriani è: "Una città che funziona ti cambia la vita" (potete leggerlo, scritto bene in grande, sul suo sito). Il fatto è che nessuno, pare, ha spiegato a Valeriani che questo payoff, in sé né bello né brutto, va bene per un candidato che viene dall'opposizione, e spera di andare al governo della città. "Una città che funziona ti cambia la vita" è una frase che implica, a livello di sottotesto, il seguente discorso: "Fino ad oggi la città non ha funzionato, se mandi al governo della città noialtri, la città funzionerà. Ciò farà sì che la tua vita cambi (in meglio)". Ma fino ad oggi, al governo della città a Roma, c'è stato il Pd: e, perdipiù, in veste di sindaco la Capitale ha visto in azione proprio Veltroni, colui che il Pd propone come candidato premier. Bravo Valeriani, bravo: ma dì un po', chi sono i dementi dai quali ti fai fare il lavoro di comunicazione? Ti rendi conto che hai affisso per mezza città manifesti ove implicitamente affermi che Veltroni ha mal governato Roma fino ad oggi, e che per avere una città che funziona bisogna metterci gente diversa, in Campidoglio? Altrimenti, come potrebbe la vita dell'elettore "cambiare" rispetto all'amministrazione Veltroni? Ora, sia chiaro che io non sto entrando nel merito: non sto dicendo, non è questo che m'interessa dire ora, non sto parlando del fatto che Veltroni abbia governato bene Roma oppure no. Sto parlando del fatto che, ancora una volta, il centro-sinistra si dimostra deficitario nella capacità di comunicare con l'elettore. Sto parlando, ora, del fatto che le persone che fanno il lavoro di comunicazione per Valeriani non sanno fare un manifesto elettorale, non sanno cos'è un sottotesto, ignorano il fatto che certi messaggi portano appresso significati che si trasformano in autogoal. La campagna elettorale del Pd, esattamente come è accaduto al governo dell'Unione, è segnata da fesserie siffatte, fesserie che nessun serio professionista della comunicazione dovrebbe mai concepire, e men che mai affiggere ai muri o dire in tv. Non si manda un ministro a proclamare in televisione che è bello pagare le tasse, sembra una presa per il culo a quelli che le pagano per davvero, e un incoraggiamento agli evasori cronici, i quali penseranno: "Bisogna proprio esser coglioni per dar retta alle scemenze di un gonzo del genere: ergo, facciamo bene noi a non pagarle, le tasse, che coglioni non siamo". Non si affigge ovunque un manifesto come questo quello con su scritto "Non pensate a quale partito. Pensate a quale Paese", perché poi ti torna in faccia una cosa del genere, e ben ti sta. Se fai queste cose, vuol dire che devi farti vedere da uno bravo, perché stai male. Voi invece, nel frattempo, state bene.

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mercoledì, marzo 12, 2008

il linguaggio transmentale dei corpi

Alcune osservazioni fatte con calma su La promessa dell’assassino, di David Cronenberg: film che, per misteriose ragioni, è stato chiamato così in italiano mentre in inglese si chiama Eastern Promises, che secondo me è molto più bello (e infatti da ora lo chiamerò così in questo post).

Abbiamo un Cronenberg che, in A History of Violence, aveva iniziato una transizione verso una fase simbolista. In Eastern Promises la transizione si completa e Cronenberg, che in A History of Violence aveva talora usato simboli un po’ frusti e messi lì un po’ a cazzo (ricordate il lavacro dell'eroe alla fine del film?); Cronenberg, dicevo, fa una scelta più coerente e decide di costruire la sua narrazione con mattoni simbolici molto potenti, quelli dell’iconologia cristiana. E così’, con notevole equilibrismo, riesce a portare a compimento (in un film di un’ora e quaranta minuti) un ciclo mosaico, e un ciclo cristologico.

Nel ciclo mosaico che vediamo in Eastern Promises, Nikolai Luzhin (Viggo Mortensen) è un profeta (anticipa gli eventi, sa cosa accadrà mentre gli altri non lo sanno ancora). Ciò gli consente di portare in salvo il Popolo Eletto (ovvero Anna Khitrova interpretata da Naomi Watts; i suoi familiari; e la neonata che la Khitrova ha fatto nascere). Il Popolo Eletto si è avventurato in territori aspri e pericolosi, sospinto dal messaggio contenuto nel Libro (il diario della prostituta-bambina); in territori siffatti il Popolo Eletto non è a suo agio, e soffre: perché non è quello il suo posto (e ben lo dice Luzhin/Mortensen in una memorabile sequenza, quella in cui Khitrova/Watts lo insegue fuori dal fast food). Luzhin/Mortensen protegge e salva il Popolo Eletto, traendolo fuori dalla terra ove esso è caduto in prostrazione e asservimento.

Nel ciclo cristologico, Luzhin/Mortensen è il padre putativo (Giuseppe) della creatura – dal nome emblematico: Christina - che Khitrova/Watts ha fatto nascere, anche se non dalla propria carne (bensì da quella della prostituta-bambina, che muore nel portare a compimento il parto). Il richiamo a Giuseppe è duplice, perché – in un intenso meccanismo di sovrapposizione - Luzhin/Mortensen non è solo il Giuseppe/padre putativo, ma anche quello “venduto dai fratelli” (si veda la scelta compiuta da Semyon, capo del clan malavitoso Vory y Zakone, a beneficio del proprio figlio carnale Kirill). L’intera vicenda, non a caso, si svolge nei giorni tra Natale e Capodanno. Essa si compie quando, grazie a Luzhin/Mortensen, Christina viene letteralmente “salvata dalle acque” del Tamigi; per arrivare a questo, Luzhin/Mortensen attraversa anche una fase di Passione a sfondo messianico, laddove viene duramente ferito dai suoi nemici, e ciò nonostante risorge (per via del Segno che è stato posto su di lui: Segno che sarebbe sacrilego sprecare, com'egli rammenta anche all'ispettore di Scotland Yard).

Questo per quanto riguarda l’iconologia del film, anche se trattasi unicamente degli aspetti essenziali: Eastern Promises è una costante sovrapposizione di temi simbolici, una vera miniera di significati. Tra gli elementi più apprezzabili, la capacità di Cronenberg di restituire alla Morte, alle uccisioni, la loro valenza arcaica (tutti i personaggi uccisi muoiono per colpi d’arma da taglio); i molti dialoghi in russo non tradotti, vera e propria “prova su strada” di una possibile soluzione filmica basata su dialoghi zaumnyj, transmentali, come avrebbe detto Chlebnikov. Perché è vero che in russo quei dialoghi lì vorranno pur dire qualcosa, ma lo spettatore italiano (o americano, o inglese, o francese…) non lo saprà mai; eppure la forza di quei dialoghi sta proprio nel fatto che mantengono la capacità di espressione, anche se la lingua non si capisce.

Devo pur accennare, infine, all’impeccabile uso dei corpi dei personaggi come veicoli di messaggi, e portatori di un apparato simbolico; non solo per via dei tatuaggi (attraverso i quali Luzhin/Mortensen/Giuseppe viene “riconosciuto”, quando i suoi “fratelli” lo vendono); non solo in questo senso, dicevo, ma anche nel modo in cui i corpi sono strumenti per dare testimonianza di sé (per convincere Kirill di non essere frocio, Luzhin/Mortensen deve scopare una puttana sotto i suoi occhi: scopata che appunto non esprime nulla in termini di piacere, ma è un puro segno di riconoscimento). Perfetta anche l’inquadratura finale, in cui Luzhin/Mortensen – avendo finalmente completato i due cicli, quello mosaico, con l’Esodo; e quello cristologico, ove si sovrappongono infine, nella sua figura, il ruolo di padre putativo e quello più precisamente “messianico” –; avendo completato i due cicli, dicevo, Luzhin/Mortensen è Sovrano con pieno diritto. Ebbene, in questa sua nuova veste di Sovrano, al termine del film, noi lo vediamo ancora una volta alle prese con il Libro (il diario della prostituta-bambina): evidenziando simbolicamente che, in una storia come questa, dalla sapienza del Libro neppure il Re può prescindere.

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lunedì, marzo 10, 2008

quello che è gratuito, puzza di gratuito

Io l'ho già detto che ultimamente è che scrivo più del solito, è certamente una cosa strana per me che mi son sempre considerato un pigro, specialmente poi a scriver racconti che io prima ne scrivevo pochi, poi è spuntata questa gente varia e diversa che mi sollecita, a scriver dei racconti: dicon che vogliono dei racconti, da me, e io non è che ne abbia una riserva in frigo, però diciamo che ho una riserva di storie in testa, e ne pesco qualcuna da lì dopodiché faccio quel che so fare, cioè la racconto. Io storie ne racconto sempre volentieri, non solo per iscritto ma anche a voce, anche gratis: adesso poi, io non so se questo faccia di me uno di quei personaggi di cui parlava Céline in una frase che ho letto su Phonkmeister, uno di quelli che "scelgono una storia, una buona storia, e poi la raccontano". Céline diceva che non è per nulla interessante per lui, questo fatto, ed io in un certo senso lo capisco per via del fatto che beh, lui Céline era uno di quelli che diceva che la vita è un cazzo fritto, che quando scrivi ci devi mettere il tuo sangue e la tua merda, il tuo dolore. Io invece sono all'opposto, sono uno di quelli che, anzi sono uno e basta, che proprio non capisco perché andarci a mettere il mio sangue la mia merda e il mio dolore, in quel che scrivo. Mi pare che al mondo sangue merda e dolore non manchino, non vedo ragione di aggiungere i miei per condividere qualcosa che è già a portata di mano di tutti. Uno dice, anche di storie allora ce n'è in abbondanza, perché ne racconti? E qui io dico no, cioè son già meno d'accordo, perché è vero che di storie ce ne sarà pure in abbondanza per carità: ma di storie ben raccontate ce n'è un po' meno, e io posso, beh, forse, dare il mio contributo. E allora sul numero de "La Tribuna" attualmente in edicola c'è il mio racconto, I ribelli della montagna, che comunque se siete pigri o tirchi o squattrinati, tra un po' lo trovate anche online su questo sito qui in pdf (c'è tutto l'archivio dei vecchi numeri), e frattanto io poi scrivo altri due miei racconti, che si chiamano Lenin e A volte esplodono, ed è una cosa che mi piace di scriver questi racconti, perché l'editore mi ha detto che ho il limite delle seimila battute e voi capite che può essere una bella sfida, raccontare una storia bella tonda in seimila battute. Ciò detto, nel frattempo voi, state bene.

also sprach licenziamentodelpoeta 09:48 | permalink | commenti (3)

mercoledì, marzo 05, 2008

sterminate distese di topi
refrattari ad ogni sterminio

Devo dire che, per chi scrive narrazioni, il miglior modo per prendere confidenza con le proprie ossessioni è, appunto, scrivere. Scrivendo Clint Eastwood ad esempio ho capito una cosa: che una delle questioni che mi preme di più, quando scrivo, è scegliere un personaggio e farlo parlare con la sua voce. Fargli narrare la sua storia con la sua voce. Questa è una cosa che, per quanto concerne i singoli personaggi, vien fuori più sfacciatamente nei racconti in prima persona, che per i racconti è il sistema che preferisco: quando scrivo un racconto in prima persona, per me lo stile del racconto è dato dalla voce del personaggio. Non si tratta di cercare uno stile o di sceglierlo o di inventarlo: ma di sintonizzarsi su quella voce, e ascoltarla. E in genere la voce coincide con la storia, o comunque se ne impadronisce. Il personaggio, la sua voce, hanno una cosa che gli interessa di raccontare: vogliono dire quella cosa lì. Eventuali trame da me prestabilite possono anche starci, e in genere ci stanno: ma se al personaggio interessano poco, o per niente, finirà sempre per tirar via sulla storia che ho pensato io, per dilungarsi invece su quello che interessa a lui (o a lei, se è donna). Ad esempio, io per il protagonista di Clint Eastwood avevo scelto una certa storia molto precisa, con degli eventi prestabiliti che dovevano succedere: ebbene, son poi riuscito a raccontarla, la storia che volevo. Però il personaggio ci ha messo del suo e ha sfruttato le fratture e gli interstizi tra gli eventi da me prestabiliti, per raccontare un'altra cosa: la storia della sua incapacità. Ad esempio, io provavo a raccontare del suo alcolismo: e lui invece tirava fuori la storia del fatto che lui aveva stabilito un sistema, per evitare di ubriacarsi, quando entrava in un bar: ovvero quello di bere un numero prestabilito di bicchieri (due, mi pare: non ho il racconto sottomano ora) e poi uscire dal bar. E il bello è che lo faceva, il sistema funzionava. Purtroppo però il personaggio non riesce poi a trattenersi dal fatto di entrare in un altro bar, dopo il primo, e poi in un altro ancora: e così via. Arrivando al punto di dare la colpa del suo stato di alcolista al fatto che tra il suo posto di lavoro, e la sua casa, ci sono troppi bar: qualsiasi strada lui scelga di fare, è lo stesso. Voi, nel frattempo, state bene.

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lunedì, marzo 03, 2008

io sono uno che la notte, la conosce

Ieri sera ho spedito al curatore dell'antologia il racconto Clint Eastwood, devo dire che è venuto abbastanza bene e c'è anche la promessa scena di sodomia invero molto brutale grezza volgare disturbante, che infatti quando l'ho fatta leggere a mia moglie, non le è piaciuta, allora io mi son convinto che è venuta bene perché a mia moglie queste scene gratuite di violenza brutalità eccetera, non è che vanno tanto. Però mi ha anche confermato mia moglie, e questa cosa m'ha fatto piacere, che il risultato che io mi prefissavo nel racconto l'avevo raggiunto. Che a me nel racconto Clint Eastwood interessava raccontare in prima persona com'è fatta la testa di una persona che all'inizio mentre racconta sembra che è una persona tranquilla, poi però alla fine del racconto uno si rende conto ch'è entrato dentro la testa di una persona affetta da psicosi grave. Poi mia moglie mi ha detto che a lei questa cosa non interessava tanto, che lei preferisce storie di genere diverso, che raccontano altre cose. Però invece a me entrare nella testa di uno che ha delle psicosi gravi, un cosiddetto dissociato, o psicopatico, o sociopatico che dir si voglia, interessa molto, non so il perché. Devo dire che (tra l'altro) mi riesce abbastanza bene, non so come mai, qui ognuno poi è libero di trarre le sue conclusioni; sta di fatto che io subisco il fascino di queste personalità devastate, e le sento molto vicine, al punto che più di una volta mi è capitato di capire meglio i ragionamenti dei matti che quelli dei savi, e non so perché poi, quando penso a questa cosa mi vengono in mente dei versi di Robert Frost molto belli quanto poco noti da noi, Io sono uno che ben conosce la notte, dice la traduzione di Roberto Sanesi che è un grandissimo (la frase è I have been one acquainted with the night). A me invece, nel mio piccolo, vien piuttosto da tradurre Io sono uno che la notte, la conosce. / Sono andato e tornato nella pioggia. / Anche le ultime luci ho poi lasciato. // La via più mesta della città, l'ho vista bene. / C'era lo sbirro di quartiere, l'ho incontrato; / Per paura che mi chiedesse qualche cosa, giù per terra ho tenuto gli occhi fissi. // Mi son fermato, e il rumore dei miei passi pure / Quando un grido a strozzarsi da un'altra strada / Io l'ho sentito, passar sopra le case. // Ma non per richiamarmi, o dirmi addio; / Da lontanissimo sulla mia testa stava / Contro il cielo, un orologio illuminato // A dire: il tempo non ha torto, né ragione. / Io sono uno che la notte, la conosce. D'accordo, non rispetta la metrica di Frost e c'è un verso che si allunga parecchio: ma l'italiano, dall'inglese, è un'altra cosa; e mantenersi su un registro colloquiale esige, spesso e volentieri, la sua libbra di carne (in italiano diventare inutilmente aulici è facilissimo). Voi, che conosciate la notte oppure no, state bene.

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