licenziamento del poeta
martedì, aprile 08, 2008
salvami salvami ti prego salvami Mi collego su aNobii, inserisco qualche altro libro dei miei nella biblioteca online, ovverosia metto dentro, tra gli altri, le Parole private dette in pubblico di Giulio Mozzi (titolo che secondo me è bellerrimo, e infatti vien da Eliot). Poi vedo che ce l'abbiamo in pochi, le Parole private dette in pubblico di Giulio Mozzi, su aNobii, e vado a vedere chi altro ce l'ha, a parte il sottoscritto. E lì vedo che ci son dei commenti (che si sa, su aNobii si possono lasciare commenti ai libri); e tra questi commenti ce n'è uno che dice: "Veramente splendide le riflessioni di Mozzi sulla scrittura, la dimensione etica ke le attribuisce". Ora, dentro questo commento succede una cosa veramente delittuosa, una cosa che spezza il cuore. Perché NON SI PUO', ma soprattutto NON SI DEVE, parlare di "dimensione etica della scrittura" e poi scrivere "ke" con la kappa. Non si può, non si può in nessun caso. Parlare di "dimensione etica della scrittura" e poi scrivere "ke" con la kappa è una cosa come, non so, ecco, in linea di principio, partecipare alla conferenza di Wannsee e poi, un bel giorno a Norimberga, dire che ci si era andati per salvare l'ebraismo. Che poi a me aNobii piace, piace anche tanto, ma a volte ci leggo delle cose, ma delle cose che mi fanno star male veramente. Quanto a voi, se ancora vi riesce, state bene.
lunedì, aprile 07, 2008
once more into the breach, my dear friends Ho grande stima, e grande rispetto, di quelli, e quelle, che hanno tirato i pomodori a Giuliano Ferrara a Bologna. Mi piacciono queste persone, le ammiro, penso che era ora che qualcuno lo facesse e sono felice che l'abbiano fatto. Ecco, dovevo dirlo e l'ho detto, perché se c'è una cosa che m'irrita del fin troppo timido fronte dei laici in Italia è la mancanza di retorica barricadera, la scandalosa ed eccessiva disponibilità al dialogo coi cattolici, la scarsa capacità di compattare le file, di mettere su una falange, di partire e colpire lancia in resta. Vorrei dirlo con serenità, apertamente, senza remore: esattamente come bisogna avere il coraggio di riconoscere i propri nemici nella vita di tutti i giorni, bisogna avere la capacità di riconoscere i propri nemici sul piano politico. Bisogna tornare a capire che spesso e volentieri, tra il negoziato e la battaglia, è assolutamente preferibile la battaglia. Anche perché sono gli stessi antiabortisti, a invocare il diritto alla battaglia: parlano, continuamente, di battaglia in difesa della vita, così come i cattolici parlano di battaglia in difesa dei valori. Ora, io sono uno che ama la lingua italiana: per me le metafore insulse vanno castigate con il sistema più efficace di tutti: ovvero, spostandole sul piano della realtà. Cari antiabortisti, rivendicate dunque il vostro diritto alla battaglia? Benissimo: e allora perché vi lamentate quando i laici, finalmente, scelgono di accettare battaglia? Non sapete ch'è una gran brutta ipocrisia, domandare battaglia e pretendere di tenere aperto il dialogo? La battaglia si fa senza troppe chiacchiere, al massimo è consentita qualche caustica battuta indirizzata al nemico (gli Spartani ai Persiani: "Vieni, e prendile"). Si possono intonare canzoni guerresche (per incitarsi al combattimento) o sobriamente malinconiche (per celebrare i propri caduti). Ma quando finalmente è l'ora del cozzo violento tra i due schieramenti, ebbene: il tempo delle chiacchiere è finito, l'aria si riempie del magnifico clangore delle armi. Ben vengano i pomodori; ben vengano gli sberleffi; ben vengano gl'insulti. Avete offeso la dignità delle donne, obbligandole a vagare come pellegrine in cerca disperata della pillola del giorno dopo; avete oltraggiato la nostra pazienza, con le vostre idee assurde di osteggiare l'educazione sessuale e la contraccezione gratuita (l'abominevole atteggiamento di Adriana Poli Bortone in Puglia). Avete offeso il buon senso, con le vostre ridicole proposte di seppellire i feti a spese del pubblico erario. Eppure, tra di noi difensori della laicità c'era, e purtroppo ancora c'è, chi vuole aprire al dialogo. Io dico invece: è ora di dire basta, basta, basta. Finiamola con questo atteggiamento tollerante, mite, democratico. La democrazia è un lusso che non è più consentito quando le libertà essenziali dell'individuo sono a rischio. In tempi così tribolati, non restano che i versi del Bardo: "Ci sollazzate: e non dovremmo ridere? Ci infilzate: e non dovremmo sanguinare? Ci offendete: e non dovremmo vendicarci?".
martedì, aprile 01, 2008
un estratto di una cosa scritta che sto cominciando ad abbozzare Io ritengo che le parole, non tutte, ma alcune sì, contengano una propria dose di verità; che certe parole, a ben guardarle, possano aprirci gli occhi. Frase, questa, che è di per se stessa comicamente ingannevole e pure contraddittoria: perché se uno ha gli occhi chiusi, come può ben guardare qualcosa? So che si tratta di un discorso per metafora, ma bisognerebbe essere sempre molto precisi, perfino molto sobri, quando si esprime una metafora. Diversamente, ci si inganna; si fabbricano simboli che non hanno alcunché da simboleggiare, o che noi crediamo simboleggino la tal cosa e invece ne simboleggiano la talaltra. Eppure, quando dico che certe parole, a ben guardarle, possano aprirci gli occhi, esprimo una mia ferma convinzione: e se la metafora è infelice, lo è in quanto le parole si sottraggono all'atto stesso di guardarle, e tutti abbiamo gli occhi chiusi, ci piaccia o no, quando tentiamo di guardarle, se mai lo facciamo. Ci serviamo della nostra lingua con leggerezza; perché altrimenti, se dovessimo realmente guardare con attenzione ogni parola prima di pronunciarla, soppesarne i valori impliciti e quelli espliciti, esprimere con il linguaggio umano una verità capace di superare ogni fraintendimento... Se davvero tali fossero i nostri propositi, raggiungeremmo coi nostri discorsi un grado di pedanteria tale che nessuno vorrebbe più ascoltarci; oppure, di contro, non diremmo più nulla, sapendo che non è possibile tutelare la verità al punto di proteggerla dalle nostre parole, nel momento in cui non ci facciamo scrupolo di usarle. E tuttavia, se una assoluta precisione nel porgere i nostri argomenti per mezzo del discorso è impraticabile, non per questo dovremmo sottrarci al tentativo di rendere più precise, più esatte, le nostre parole. A noi Tedeschi, una accresciuta precisione nell'uso del linguaggio avrebbe potuto rivelare che non avevamo alcun diritto di ergerci contro l'invasione dei barbari orientali; che non potevamo essere noi il baluardo contro l'invasione barbarica. Già il fatto storico di per se stesso, visto nel'ottica di chi si difende, ci è estraneo: è estraneo al nostro pensiero e al nostro linguaggio. Quando, nelle aule di scuola e delle università, raccontiamo la storia di quelle invasioni che disfecero l'Impero Romano, secoli e secoli fa, noi non le chiamiamo invasioni dei barbari come fanno i popoli mediterranei: nella nostra lingua, diciamo semmai migrazioni di popoli*. Può sembrare una differenza da poco, ma la verità che si annida in quelle parole non deve sfuggirci: diciamo così perché noi, quelle invasioni, tendiamo a vederle dal punto di vista dei nuovi venuti anziché da quello delle popolazioni locali. Vediamo le cose dal punto di vista germanico, non romano; e non ci fa affatto piacere che, quando si parla dei Goti o degli Unni, si parli di popolazioni barbariche - perché in mezzo a quei barbari, ci siamo anche noialtri -. [*in tedesco, Völkerwanderungen]




