licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

giovedì, gennaio 25, 2007

Long John? Mi affascina (ma non potrei mai fidarmi di lui)
 
Questa mia intervista allo scrittore Björn Larsson è stata pubblicata su "Stilos" del 9 gennaio. La ripropongo qui.
 
Il tuo libro La saggezza del mare è pieno di digressioni, si potrebbe dire che il libro in sé è una sorta di digressione ininterrotta. Molte narrazioni di ambientazione marinaresca hanno in comune questo impianto: per dirla con una facile metafora, è quasi come se il fatto di essere ambientato sul mare spinga facilmente un libro ad essere un poco in balìa delle onde e dei venti. Qual è la storia delle digressioni contenute ne La saggezza del mare? Vuoi raccontarci qualcosa sulla genesi del libro?
 
In un certo senso hai ragione quando dici che la letteratura marinaresca è generalmente digressiva. Comunque, gran parte dei libri di mare hanno qualcosa del diario di bordo, gli eventi sono narrati in ordine cronologico. Io volevo scrivere una storia diversa, incentrata su un tema piuttosto che se una mera sequenza di eventi che, sulla lunga distanza, avrebbe rischiato di annoiare il lettore. Si potrebbe dire che mi sono preso qualche libertà nei confronti di una forma narrativa che è diventata, in qualche modo, uno standard. Ma ciò che mi premeva fare era anche mettere su carta le emozioni e i pensieri vissuti da molti navigatori, di cui però non si parla se non di rado: paura e ansietà, ad esempio.

Alcuni scrittori sostengono che il mare sia un vero e proprio personaggio e che, se lo si chiama in causa, bisogna trattarlo come tale. Altri vi hanno visto uno specchio dell'umana identità: fino a chi, addirittura, ha asserito che il mare è, o equivale, al nostro inconscio. Chi ha ragione, secondo te? Qualcuno? Tutti? Nessuno? E perché il mare affascina tanto, al punto di suggerire affermazioni così impegnative?
 
Credo che si faccia parecchio inutile romanticismo a proposito del mare, specialmente tra quelli che non hanno mai navigato seriamente o professionalmente. E’ un’ovvia tentazione quella di asserire che il mare abbia un qualche significato simbolico, o ch’esso tenti l’uomo a sognare ciò che si trova sotto la superficia, o che faccia appello al nostro inconscio. Comunque, il fatto è che il mare può essere calmo o violento, rassicurante o pericoloso, o perfino apparentemente “malvagio”. In breve: il mare può esser ciò che noi vogliamo che sia. E’ evidente che il mare non ha lo stesso valore simbolico per un nomade senza radici (come me) e per un terricolo che se ne sta su una spiaggia sognando località esotiche ben oltre l’orizzonte.
 
Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Quali le abitudini, gli spazi, i riti - se ve ne sono - che quotidianamente ritrovi nel metterti a a scrivere?
 
Ci vorrebbe un libro solo per rispondere a questa domanda. Più brevemente, posso dire che ogni volta che ho occasione di scrivere, lo faccio: in barca, n treno, a casa mia. Comunque, poiché al momento mi tocca spostarmi tra la Danimarca, dove vivo, e la Svezia, per via del mio lavoro presso l’università di Lund, scrivo soprattutto alla sera nel piccolo appartamento che ho in Svezia. Come potrai ben capire, non sono una persona granché affezionata ai cosiddetti “rituali di scrittura”, né, se è per questo, a rituali d’altro genere. Però sono una specie di feticista delle penne, cosicché scrivere con una bella penna mi sembra una cosa importante per uno scrittore, una sorta di requisito, diciamo. Al momento, adopero una Aurora, che mi dà gran soddisfazione.

Si capisce che Stevenson e Conrad sono, per te, autori di riferimento. Ne hai altri? E se sì, quali? Come è sorto ed è cresciuto negli anni il tuo rapporto con questi scrittori?

Conrad and Stevenson non è che siano proprio autori di riferimento, lo sono alcuni dei loro libri. Conrad è fin troppo cupo per i miei gusti, e i suoi eroi sono vittime delle circostanze piuttosto che individui capaci di scegliere un percorso di vita. Ma io leggo con voracità ogni genere di letteratura, dai classici realisti francesi ai moderni thriller, se di buona fattura. Quando ero più giovane, avevo alcuni modelli di stile, come Hemingway o Kurt Vonnegut. Oggi, sono più interessato a farmi un’idea delle molteplici possibilità della natura umana. Se mi avessi chiesto quali romanzi avrei voluto scrivere, avrei risposto: il Don Chisciotte, I tre moschettieri, e L’isola del tesoro, e i romanzi dello scrittore svedese Harry Martinson.
 
Hai scritto La vera storia del pirata Long John Silver, un romanzo avente a protagonista uno dei personaggi più fascinosi della letteratura piratesca. L'enorme forza romanzesca dell'antieroe creato da Stevenson è stata una difficoltà, o un sostegno? L'ombra lunga del vecchio Barbecue ti ha accompagnato, o sovrastato?
 
La maggiore difficoltà nello scrivere quel romanzo è stata di rispettare la personalità di Long John Silver, contemporaneamente evitando di scrivere L’isola del tesoro 2. L’idea de La vera storia del pirata Long John Silver l’ho avuta fin dai primi anni 80, ma ho aspettato altri dieci anni prima di mettermi al lavoro. Ciò che temevo orribilmente era che i critici dicessero: “Non c’è alcun bisogno di un’altra Isola del tesoro!”. Allo stesso tempo, c’erano tante cose nel romanzo di Stevenson che mi sembrano meritare approfondimento e sviluppo, specialmente il fascino che Long John esercita sugli amici e i nemici a un tempo. Ma la cosa più interessante era, probabilmente, domandarsi se mai potesse esistere un uomo come lui, oggi o allora.

E tu, cos'è che ami di più del leggendario Long John? C'è qualcosa, nel suo carattere aspro, che più di tutto te lo rende simpatico o ti affascina?
 
Non sono certo che Long John mi piaccia. Certamente non lo vorrei come amico perché, per dirne una, non potrei mai fidarmi di lui. Ciò che di lui mi affascina è, naturalmente, la sua ossessione per la libertà. Comunque, preferirei essere Marcel de Il porto dei sogni incrociati, o MacDuff de Il Cerchio celtico, piuttosto che Long John. Mi sembra che questi abbia pagato per la sua libertà un prezzo davvero alto.

Raccontare una storia in cui c'è un grande personaggio creato da un altro scrittore, come ne La vera storia del pirata Long John Silver, è certamente una sfida. Perché si sceglie di affrontarla? E, soprattutto, con quali armi la si affronta?

Anche questa è una domanda a cui è veramente difficile rispondere. Da dove è saltato fuori il mio “coraggio letterario”, se così si vuol chiamarlo? Temo di non saperlo neanch’io. So comunque di aver “sentito” che scrivere il libro mi era possibile quando ho trovato la “voce” di Long John, un certo stile, nel linguaggio e nel modo di vivere, che mi è parso adeguato al personaggio. Ma anche questa è stata una sorpresa per me.
 
Tanti romanzi, tanti personaggi scompaiono nell'oblio del tempo. Alcuni invece, come Long John Silver, o il Kurtz di Joseph Conrad, sembrano invece avere esistenze lunghe e continuano a sedurre: al punto che altri narratori decidono di integrarne le gesta, di farli rivivere sulla pagina o sullo schermo (basti pensare al Kurtz cinematografico di Apocalypse now). Perché questi eroi così lontani da noi, e che con noi hanno così poco in comune, dimostrano una tale vitalità narrativa?
 
Io credo che ciò accada soprattutto perché questi eroi, malgrado sembrino eccezionali, abbiano in realtà qualcosa in comune con la maggior parte di noi (uno non dovrebbe mai scordarsi che almeno la metà della gente che c’è al mondo non ha mai letto un libro o sentito parlare di Kurtz, e men che mai di Long John Silver!). E’ vero che tutte le figure letterarie che si dimostrano capaci di entrare nella leggenda, per così dire, ben di rado hanno corrispondenti nella realtà. Ma in esse si addensano e cristallizzano elementi della nostra personalità, sentimenti che ci appartengono: non ultimo il sogno di non esser così disperatamente normali come la maggior parte di noi invece è.

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