licenziamento del poeta
giovedì, febbraio 15, 2007
il nostro bisogno di consolazione Apprendo da fonti attendibili che c'è chi pensa che andare al centro commerciale, e starci bene, è roba da gente grezza e ignorantissima. Ora, io al centro commerciale sto divinamente. Ci passerei ore e ore (e, in effetti, ce le passo). Ogni mese, non appena prendo lo stipendio, un bel salto al centro commerciale ci scappa. E' una delle cose a cui tengo di più. Non saprei, con esattezza, dire il perché (e questo è un grosso limite per uno, come il sottoscritto, che deplora l'agire istintivo, le passioni eccetera, e ritiene, come dice Jeff Goldblum nel Grande freddo, che le razionalizzazioni siano più necessarie del sesso, e a chi gli dice che no, non è vero, risponderebbe, come già fa lui Jeff nel Grande freddo: "Ah sì? E allora prova a vivere una settimana senza razionalizzazioni"). Comunque vado pazzo per i centri commerciali. Ci passo un sacco di tempo. E, non so se è questa la ragione per cui ci passo un sacco di tempo, ma credo che i centri commerciali siano una buona cosa. Sono utili, anzi sacrosante, istituzioni consolatorie. Come istituzione consolatoria è (cito da questo blog) "una certa non-cultura del produciconsumacrepa, dei divertimentifici, dei tronisti e delle gnagne con le tette finte". I centri commerciali! Istituzioni consolatorie, dicevo. Son posti dove vai, entri, ti aggiri, ma senza bisogno di fare grandi scelte, di decidere velocità e direzione: spegni il cervello e ti lasci trasportare. Ci pensano le vetrine, le insegne, i palloncini, le voci degli altoparlanti, a guidarti. A cervello spento. A questo servono, le istituzioni consolatorie: a convincerti, con meccanismi psicologici che possono sembrar scemi, ma non lo sono, anzi sono raffinatissimi, a convincerti, dicevo, che puoi spegnere il cervello e tutto andrà bene. Che la vita non è un labirinto incasinatissimo in cui non sai che cazzo devi fare, in cui il Fato incombe e vuol mettertelo in culo, in cui il capufficio è stronzo, in cui il subalterno vuol farti le scarpe, in cui la donna alla quale oggi dici Succhiami il cazzo troia, dopodiché lei te lo succhia golosamente e con passione, domani ti metterà le corna o ti pianterà in asso. No. Nell'ambito di una istituzione consolatoria il mondo è un posto rassicurante, pieno di luoghi comuni rassicuranti, e di esperienze confortanti, e sempre uguali, e in genere un po' stupide, in cui il senso comune è la sola guida di cui hai bisogno per orientarti e sapere dove andare. Una volta, per dire, c'era il matrimonio borghese. Noioso, sì, ma vuoi mettere la tranquillità. Ci entravi, sapevi che per tutta la vita la minestra era quella, con una sola persona, quella che avevi sposato, e tante piccole formalità e ipocrisie che te la rendevano sopportabile, le chiacchiere ridotte al minimo, o espanse al massimo a seconda del tipo e del grado di ipocrisia richiesto dal momento, e il pranzo della domenica, le visite scambiate coi vicini di casa, i sapidi pettegolezzi, qualche avventura extraconiugale nelle occasioni in cui volevi succhiare un po' di midollo alla vita. Era uguale più o meno per tutti, un'esperienza superficiale e rassicurante, e nessuno sfuggiva, perché il celibato/nubilato era un enorme handicap economico e sociale. O, pure: la commedia dei Greci. I Greci quelli di Atene, avevano ben presente che la vita è, purtroppo, una lunga sfilza di guai, di situazioni infami in cui non sai che cazzo devi fare, in cui il Fato incombe e vuol mettertelo in culo, in cui lo strategòs è stronzo, l'arconte è cialtrone, l'Assemblea in balìa dei demagoghi, il Persiano ti saccheggia i templi e ti brucia le messi, e non parliamo poi dello Spartano, ché lo Spartano è fors'anche peggio, ma di sicuro meglio non è, del Persiano. Sì: sapevan bene, i Greci, che la vita è una farsa delirante in cui perfino la corona di re non ti mette al riparo dalle beffe di Ananke: la regina alla quale oggi dici Succhiami il cazzo Elena, dopodiché lei te lo succhia perché è pur sempre la tua moglie e regina e perciò sa di doverlo fare, ecco magari questa regina così brava e docile a succhiarti il cazzo domani scappa con un belloccio qualsiasi e tocca poi scatenare una guerra per riprendersela. Lo sapevano bene, i Greci, che poi la guerra è "tradimento e assassinio, pasticci di generali incompetenti, tortura disgusto e stanchezza", per dirla con Steinbeck, anche se poi quella guerra andavano a combatterla senza far tante storie, e tuttavia sapevano bene ugualmente quanto schifo essa facesse, e quale miseranda esperienza fosse: lo dice Erodoto, che "in pace i figli seppelliscono i padri, in guerra i padri seppelliscono i figli", frase che già stigmatizza l'intera faccenda: e lo vediamo in Ecuba, la tragedia di Euripide, che i vincitori dopo che hanno vinto spadroneggiano, e saccheggiano, e uccidono: anzi, uccidono più tranquillamente perché sanno di aver vinto, e s'illudono che Ananke non veda, e non s'indigni, e non temono l'ira degli sconfitti. E pure sapevano bene, i Greci, che anche se i vincitori credono di poter spadroneggiare come e quanto gli piace, e spadroneggiano rapinano uccidono, dopo che la guerra è vinta, la spietata Ananke non gliela farà passar liscia e, terribile Dea, restituirà ai vincitori impietosi, in diversa forma, gli affanni ch'essi osarono infliggere ai vinti. Sapevano bene, i Greci, che il nemico che affronti in guerra, e uccidi per non essere ucciso, non è un mostro, come per comodità lo si dipinge, ma un essere umano che vive e respira, e non è poi così diverso da te (ed Eschilo, che in guerra c'era andato, ed era anzi vi si era battuto da eroe, queste cose le sapeva anche meglio degli altri: tant'è che nei Persiani, uno dei suoi capolavori, a giganteggiare sugli altri personaggi non è un eroe greco, ma una donna, e perdipiù persiana: la regina madre Atossa, ch'Eschilo dipinge come un modello di umana pietà, e, poiché certe cose erano allora uguali ad oggi, nel pubblico ci fu chi si scandalizzò a veder celebrata in scena l'umana pietà di una donna persiana). Sapevano così bene queste cose, i Greci, che pensavano di doverne informare i cittadini attraverso il media più potente di cui disponessero ai tempi, il teatro: e allora giù a inscenar tragedie, ed erano meccanismi già così perfetti che tutta la grande drammaturgia occidentale viene da lì, il dramma borghese, quello elisabettiano, il romanzo di formazione e quello di critica sociale, il noir e la detective story, gli eroi e gli antieroi (sì, anche gli antieroi: che se vi prendete la briga di andare a conoscerlo, Giasone, è un antieroe depresso, alienato, che sputa sentenze e rigurgita nichilismi, e sembra uscito da Pulp Fiction). Ma sapevano anche, i Greci, che se è utile conoscere il mondo com'è, è anche utile godersi la culla rasserenante, e anodina, di qualche istituzione consolatoria. Ed ecco, contrapposta alla tragedia, la commedia: umorismo grezzo, battute crasse, e le donne dipinte sempre come zoccole, e gli uomini arraffoni e laidi e ladri, e i politici sempre dipinti come cialtroni, e gl'intellettuali ridicolizzati come parolai da quattro soldi (Socrate "bottegaio del pensiero", cfr. Aristofane). E chi pensasse che le battute di Aristofane, già che l'abbiam citato, fossero meno grezze di quelle di un Boldi, scoprirebbe invece che lo erano molto di più. Ma molto, molto di più (non che stia mettendo sullo stesso piano Aristofane e Boldi, intendiamoci, sul fronte del valore: questo è un altro discorso). E allora, per tornare a noi: ci sono istituzioni, luoghi della mente, che non hanno altra funzione che convincerci, ben oltre ogni senso della realtà, e ben oltre ogni senso critico, che nella vita non ci siano da fare grandi scelte, e si possa vivere col cervello spento, o semispento, e abbandonarsi al gusto dell'aneddoto triviale, o della routine, o della noia, o del luogo comune, o del Signora mia non sono più i tempi di una volta. E di questi luoghi della mente, che siano il Bagaglino in tv, o l'ipocrisia borghese, una passeggiata al centro commerciale, o una serata in discoteca, abbiamo bisogno. O meglio: si può non averne bisogno individualmente, e si può non aver bisogno di tutti: ognuno sceglierà quelli che più gli si acconciano. Ad averne bisogno è la nostra civiltà. La nostra cultura. Per sopravvivere e prosperare. Le istituzioni consolatorie, piaccia o no, sono indispensabili. E se, in nome del progresso ne ammazzi una, altre spunteranno a sostituirla: puoi uccidere il matrimonio borghese ottocentesco col voto alle donne e l'emancipazione, e nascerà la scappatella da ufficio, l'avventuretta fra colleghi o quella del boss con la segretaria. Puoi ammazzare il romanzo borghese a colpi di avanguardie e Gruppi 63 o 54 o 91, e avrai il trionfo del giallo poliziesco. Puoi tentar di distruggere la cultura dello struscio in piazza, o sotto i portici, a colpi di architettura modernista, mandando la gente ad abitare in casermoni di sei piani e facendo sparire portici e piazze, e la gente andrà a far lo struscio nei centri commerciali. Puoi uccidere il pettegolezzo di quartiere e Radio Serva creando un mondo in cui tutti non conoscono più tutti, e avrai i reality e il pettegolezzo sulle scempiaggini che i quattro fessi del reality combinano dentro la casa del Grande Fratello. L'umanità è questa, vi piaccia o no, questi sono i gravi limiti del nostro essere umani, miserrimi e limitati: l'unica e sola cosa infinita che abbiamo non è, come diceva Novalis, l'anelito verso Dio: è, semmai, il nostro bisogno di consolazione.



