licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

giovedì, marzo 15, 2007

alcune cose utili da fare per leggere e scrivere narrativa con profitto, #2

Bologna è una città insoffribile, dice il mio capo Fabrizio M. mentre attraversiamo Bologna in macchina seduti sul sedile posteriore dell'auto aziendale del mio capo, e a guidare è l'autista del mio capo, e il mio capo guarda sconsolatamente fuori dal finestrino come se stesse guardando la desolazione di un campo di battaglia, e il mio capo nel frattempo, lui dal profilo magro ossuto e ieratico, tiene il mento sempre leggermente sollevato in su a sottolineare la sua innata ieraticità: e non a caso vien chiamato comunemente, sebbene mai in sua presenza, dai nostri colleghi, il mio capo, vien chiamato il Faraone padovano, a causa della sua ieraticità forse innata, e certo evidentissima; e delle sue origini padovane, e dei suoi atteggiamenti propri del divino Faraone, quali le faraoniche note spese ch'egli infligge alla Compagnia, atteggiamento quest'ultimo che suscita peraltro ogni mia approvazione, e in cui non ho tardato a imitarlo, dacché, come mi ha insegnato il divino Faraone, una nota spese contenuta è segno di mentalità piccina, e di vocazione al risparmio, tutte cose orride e disdicevoli in chi rappresenta la Compagnia: e tuttavia recentemente le sue vocazioni faraoniche, e pure le mie, son state frustrate dal nuovo assetto della Compagnia, ch'è in corso di fusione con altra Compagnia, bolognese, che già ci possiede, nel senso che ha acquistato la nostra Compagnia d'origine due anni fa e che ora, non paga di possederci, vuol fondersi con noialtri. E questa Compagnia bolognese, o più propriamente il suo managementnon vede di buon occhio le nostre vocazioni faraoniche, ed anzi tende ad essere sparagnina alquanto: mentre la nostra Compagnia d'origine, che è svizzera, sulle sue, e di conseguenza mie, vocazioni faraoniche non ha mai avuto nulla da ridire. Ed ecco perché il mio capo Fabrizio M., temo, ogni volta che ci tocca andare a Bologna, ha sul suo faraonico volto una espressione di terrificato disprezzo e agghiacciato fastidio: perché, temo, questi bolognesi, della Compagnia bolognese, han da ridire sul fatto che il Faraone viva propriamente secondo le sue faraoniche abitudini, tra pranzi fastosi, alberghi di lusso, e persino - cosa che ai bolognesi sta in particolarissimo orrore - una residenza di gran pregio pagata dalla Compagnia, e un'auto lussuosa con autista pagata anch'essa dalla Compagnia. E tali cose stanno così in orrore agli occhi dei bolognesi, che la divisione che Fabrizio M. capeggia, anzi domina con faraonico piglio, e alla quale io mi pregio di appartenere, la Divisione Marketing & Comunicazione, è stata messa sotto audit, parola orrenda e atroce, ovvero han chiamato, i bolognesi, una società di consulenza esterna, la quale ha il compito di esaminare le nostre faraoniche spese e vedere se si possa, magari, tagliare qualcosa, tagliare ommioddio, orrido verbo che indica una riduzione delle spese e delle voluttà aziendali, che invece noi saremmo inclini ad amplificare ogni anno, onde accrescerne la necessaria, per noialtri, faraonicità. Ed ecco perché il mio capo Fabrizio M., temo, ogni volta che ci tocca andare a Bologna, io da Roma (ché la mia sede di lavoro è Roma) e lui da Milano, che invece è la sua sede, ebbene Fabrizio M. a Bologna ha sul suo faraonico volto una espressione di terrificato disprezzo e agghiacciato fastidio: perché, temo, questi bolognesi ci minacciano nelle cose più sacre, e dunque ogni volta che Fabrizio M. osserva che Bologna è una città insoffribile, che è piena di punkabbestia, di orrendi portici, che i giardini pubblici sono mal tenuti, che la stazione è brutta, che non c'è un buon ristorante per mangiare a pranzo, e infatti poi andremo a pranzare a Modena, apposta; ebbene, ogni volta che Fabrizio M. dice una di queste cose sta invece dicendo che i bolognesi della Compagnia bolognese ci minacciano nelle cose più sacre e necessarie. E dunque sappiate, voi che leggete e che scrivete storie, che è bene che i personaggi di una storia a volte dicano una cosa per dirne un'altra, o tacciano invece che dire una certa cosa, volendo dire col loro silenzio proprio quella cosa; oppure dicano una certa cosa per dirne un'altra un po' diversa, ma simile; o magari inventino menzogne, o s'impegnino a travisare i fatti, per questo o quello scopo o fors'anche senza nessuno scopo, e dunque se una storia è ben scritta e ben raccontata, che siate voi i lettori o gli scrittori, sappiate che dovrà esserci sempre qualcuno che dice qualcosa per dire altro, o che non dice per dire: o che dice per non dire. Perché questa è una cosa che nella vita succede, e succede fin troppo spesso, e le parole del mio capo Fabrizio M. ne sono ora la prova.

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