licenziamento del poeta
venerdì, aprile 13, 2007
cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #2 Il ritmo, è meglio che ci sia sempre. Senza ritmo non c'è spinta: e, quando si scrive un testo, la spinta è una ragione di vita per quel testo. Un testo privo di ritmo, è come se facesse resistenza alla lettura. Io provo a leggerlo, e lui non vuole, sembra. Io mi metto lì a leggerlo, ed è come se lui mi dicesse: non mi leggere, senti, va' a fare dell'altro. E allora, siccome poi leggere è già di per sé uno sforzo per varie ragioni (bisogna mettere a fuoco, io poi ho gli occhiali, sono miope, poi fatico a concentrarmi, sono una persona che si distrae con una facilità enorme) allora visto che appunto lo sforzo per leggere serve, va a finire che, se un testo mi dice non mi leggere, senti, va' a fare dell'altro, io ci vado, a fare dell'altro. E così mi sembra, quando leggo, ma specialmente quando scrivo, che un testo abbia bisogno di ritmo, perché se già leggere è una fatica poi di scrivere non ne parliamo. E allora diventa più facile, scrivere, se quando io scrivo una frase, ecco adesso per esempio che scrivo questa frase, la frase non è moscia, non va giù, non s'ammolla, ma fa come da trampolino di lancio per la frase che viene dopo, che farà ancora da trampolino per la frase successiva, e così via. E adesso vi rivelo una cosa che sembrerà un po' da pazzo, ovvero che questa cosa del ritmo è la sostanziale ragione, non l'unica ma quella più importante, per cui io scrivo con una mano sola, cioè batto sulla tastiera del pc velocissimo ma con una mano sola, perché con l'altra, all'inizio, cioè quando ho cominciato a usare il pc per scrivere narrativa, mi davo il tempo schioccando le dita oppure tamburellando sul tavolo: a dire il vero più la seconda cosa che la prima, perché di schioccare le dita mentre scrivo ho sempre un po' il pudore, mi sembra una cosa veramente da pazzo furioso. Che poi non è mica detto che io non lo sia, pazzo, e furioso. Magari può essere, non ho idea di quelli che siano i criteri riconosciuti per la sanità mentale, ma comunque potrei dirvi ch'io da ragazzino fui spedito a colloquio con una psicologa per una serie di ragioni che non starò a raccontarvi (anche perché sinceramente non sono importanti qui, in questo discorso). Capisco la vostra curiosità e non la biasimo, intendiamoci. Ma tenete presente che l'Italia è un Paese strano e se siete adolescenti e vostra madre è morta può capitarvi di esser spediti dalla psicologa solo perché magari avete avuto il vostro primo rapporto sessuale, la vostra iniziazione al sesso per così dire, con la vostra insegnante di Geografia. Cioè, per fare un esempio. Sta di fatto ch'io fui spedito dalla psicologa. E insomma questa psicologa lei disse che secondo lei avevo una serie di problemi. Però io dopo le prime due o tre sedute mi rifiutai di andarci, da lei la psicologa, perché non mi andava di raccontare i cazzi miei a quella troia. E qui scrivo quella troia perché anche se non ho la minima idea di quali fossero le abitudini sessuali di quella troia ma, di fatto, pensando a lei (generalmente con immensi odio e fastidio e rabbia) insomma nei miei pensieri mi riferivo a lei come a quella troia. Non saprei dirvi il perché ma ho odiato in vita mia poche persone più di lei ed è curioso, sapete, perché è un odio che ricordo benissimo. Ho odiato moltissime volte nel corso della mia vita - sono una persona che si è data da fare parecchio, a odiare: in affari di cuore, sul lavoro, in occasione di rivalità e contese eccetera - però c'è un fatto che m'incuriosisce, a proposito della maggior parte di queste occasioni d'odio, e il fatto è che non mi ricordo come e quanto odiassi. Mi ricordo che odiavo, che stavo odiando, ma non ricordo le sensazioni che l'atto di odiare mi causava. Invece nel caso di quella troia mi ricordo molto bene che avrei desiderato, che ho desiderato, di infliggerle dolore fisico. Di picchiarla, di vederla riversa in una pozza di sangue coi denti rotti fracassati, il naso fratturato sanguinante, ricordo benissimo che avevo questi desideri e che mentre lei parlava, in occasione di quelle poche volte che ci siamo incontrati, le sue parole io non le sentivo perché stavan lì sommerse da una specie di rombo, che era un suono ma non lo era, cioè non era un rumore vero, era l'odio che mi saliva dalla bocca dello stomaco e produceva le immagini del mio desiderio, ed erano immagini rumorose, cioè assordanti, lei la psicologa riversa in una pozza di sangue col naso e i denti rotti e implorante pietà. Sempre per via del rombo che mi saliva dallo stomaco io non sentivo le sue parole neanche nelle immagini ch'erano le immagini del mio desiderio, ma sapevo ch'eran parole di implorazione perché vedevo il sangue e le lacrime della psicologa e non mi serviva mica di sentire le parole per capire quali fossero. Ad ogni modo la odiavo anche se l'ho incontrata davvero poche volte. E i cazzi miei, non glieli ho mai raccontati. E comunque il fatto che non mi andasse di raccontarle i cazzi miei è testimoniato dal fatto che quando lei mi faceva delle domande dirette io rispondevo invariabilmente o quasi: cazzi miei. O: sono cazzi miei. Ora: io non so se i miei problemi di allora fossero reali o se fossero un'invenzione della psicologa ma quel che posso dirvi è che magari erano reali e si sono poi amplificati nel tempo e dunque io potrei effettivamente essere, secondo ragionevoli criteri clinici, pazzo furioso. Però, aldilà del fatto che potrei anche esserlo, trovo sensato evitare di pubblicizzare la cosa con comportamenti e atteggiamenti che possono sembrare opera di un pazzo, come ad esempio schioccare le dita a tempo mentre scrivo con l'altra mano sulla tastiera, perché, pure se ho fatto carriera abbastanza da avere una stanza per conto mio in ufficio, potrebbe sempre entrare qualcuno senza bussare (la gente di questi tempi è davvero maleducata, sapete). Però ho sempre pensato che fosse importante scrivere dandosi il ritmo. Ritmo ritmo per favore, cantava Natalino Otto. Usare ogni frase per spingere la frase che viene dopo, come se ogni frase dovesse dare uno spintone alla frase che vien dopo. Sembra una cosa banale, invece è una forma di salvezza. Un propellente che aiuta ad andare avanti, chi scrive e chi legge. Voi, state bene.
(la prima puntata è qui)



