licenziamento del poeta
martedì, aprile 17, 2007
cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #3 ll ritmo funziona se ha una sua ragion d'essere. Dopotutto ha a che vedere col movimento, e il movimento serve dopotutto ad andare da qualche parte. Magari a far dei gran giri in tondo, eh (in Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma si fanno dei gran giri in tondo: il movimento del romanzo consiste, per così dire, nel ritornare più e più volte su quel che è già successo). Comunque: ci si muove per spostarsi, e allora il ritmo ha a che vedere con l'atto di spostarsi. E gli spostamenti sono una cosa che va fatta con criterio, altrimenti succedono cose sgradevoli. Vi faccio un esempio: chi mi conosce sa che io sono una persona che si muove con una certa qual lentezza. Non gesticolo freneticamente, non cammino in fretta (tanto non c'è comunque nessun posto in cui io voglia davvero andare), non corro per prender l'ascensore che sennò scappa (tanto c'è il prossimo), non affretto il passo, non mi guardo nervosamente intorno prima qui e poi lì e poi di nuovo qui e poi di nuovo lì, magari cercando qualcosa o qualcuno con gli occhi. Non ho mai l'occhio vispo, attivo, vigile. Chi mi conosce bene dice che ho quasi sempre, quantomeno nelle occasioni d'interazione sociale, la faccia di uno che si sta annoiando a morte. Chi mi conosce bene dice che la mia lentezza nel muovermi, che ha qualcosa di bradipesco, può esser esasperante. Tra l'altro, per ragioni che non saprò mai e che comunque non mi interessano poi molto, nel corso della mia vita mi son sempre accompagnato a, ho sempre avuto legami sentimentali e connubi erotici con, donne invero un po' elettriche, ansiose, esuberanti, piene di interessi, desiderose di viaggiare e di andare in mille posti e vedere mille cose. Le quali donne non ho mai capito cos'abbiano trovato di interessante in me, ma d'altronde non ha importanza: quale uomo, mentre ci sta provando con una tipa, si domanda se e cosa quella tipa troverà d'interessante in lui? Nessuno che abbia un minimo di senso pratico. Noi maschi, che in genere siam persone di buon senso (non sempre, ma sovente lo siamo), ci preoccupiamo della sola cosa che conti veramente: arrivare a scoparci la tipa ch'è oggetto, in quel momento, delle nostre attenzioni. Ad ogni modo: io ho frequentato donne molto diverse da me e ho frequentato quelle e non altre perché volevo quelle e non altre. Non ho mai capito neanche la ragione per cui le volevo io, oltre a non aver capito quella per cui mi han voluto loro, ma anche questa è una cosa poco importante: e comunque sta di fatto che ho avuto frequentazioni e storie d'amore con donne invero fin troppo vive, agitate, esuberanti, piene di interessi e ricche di ambizioni, nonché desiderose di andare in mille posti e vedere mille cose. E anche la donna con cui sto insieme adesso (e ci sto da diversi anni ormai) è fatta così. Dunque potreste pensare, immaginare, che la mia natura di fancazzista integrale sia stata all'origine di qualche contrasto con queste donne del mio passato, e pure con la mia attuale fidanzata, e in effetti non sbagliereste a pensarlo/immaginarlo. Epperò, adesso che ci penso, sta di fatto che nonostante queste difficoltà non ho mai mai mai cambiato le mie frequentazioni, né il mio modo di comportarmi, scegliendo di vivere talora, anzi a dire il vero abbastanza spesso, in circostanze in cui i contrasti che si producono quando due persone che stanno insieme hanno atteggiamenti e stili diversi, eran destinati, quei certi contrasti, a prodursi inevitabilmente e continuamente. In ciò potreste ravvisare una contraddizione ma vi prego di non preoccuparvene, ché io son persona veramente piena anzi ben stracolma di contraddizioni. Vabbè, usciamo da questo discorso che è complicato e pieno di domande destinate a rimanere senza risposta e ci ha portato pure un po' fuori strada. Volevo dire che il mio atteggiamento bradipale, il mio incedere lento e misurato, la mia tendenza a mettere un piede davanti all'altro con estrema calma, a voltare lo sguardo da qui a lì con lentezza esasperante, ad argomentare i miei discorsi con ponderazione estrema, insomma tutte queste lentezze son lentezze che hanno una ragione. Cioè il fatto che io sono un personaggio massiccio, pesante, squadrato. Ho manone che sembrano badili, spalle da scaricatore di porto, una ragguardevole panzetta, le vene del collo che sembrano pali di gaggia, il cranio rasato a esibire una grossa e pesante testa. E allora siccome tutta 'sta roba che mi porto appresso, manone spalle panzetta ossa eccetera, 'sta roba qua pesa più di cento chili, se mi muovo troppo veloce, va a finire che sudo. Copiosamente e fastidiosamente. E questo non è bene. Sudo, mi sento a disagio, mi sento fuori posto, m'affatico. E poi, a muovermi troppo in fretta, tradirei le aspettative della gente che mi sta attorno e sembrerei patetico. C'è qualcosa di sbagliato, di atrocemente inadeguato in un omone che sgambetta qua e là. Il nostro innato senso estetico ci ammonisce: gli omoni debbono conservare una certa qual aria solenne, e muoversi con lentezza; e i tipi smilzi e agili possono, sì, guizzare e sgambettare esibendo la loro superiore elasticità. Nero Wolfe non può mettersi a correre in giro per New York in caccia di prove e sospettati: sarebbe ridicolo. Mentre Archie Goodwin, dal canto suo, sarebbe ridicolo se si mettesse a pontificare di questo e quello tra orchidee e piatti prelibati. Bisogna avere il senso delle (proprie) proporzioni. E così un testo: Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma è un racconto concitato e affannoso, serrato e martellante: sono 90 pagine o poco più, si può fare, e poi è il racconto di quel che fa della gente abbastanza nevrotica, che schizza di qua e di là e si muove in continuazione senza manco rendersene conto. L'altro romanzo che sto finendo di scrivere adesso è una roba di 4-500 pagine, che ha un ritmo più discorsivo, anche perché è una storia di delinquenti, ovvero di gente che si muove poco e semmai si guarda attorno, cerca d'intuire le mosse degli altri prima di far la propria, gente che sta a guardare a quel che succede, che fa delle ipotesi, e che fa altre ipotesi sulle ipotesi. Non è un romanzo che può andar di corsa: si metterebbe a sudare, se corresse troppo a lungo, vista la mole. Anche se devo ammettere che una corsetta iniziale me la son concessa: ovvero il libro inizia con 40 pagine senza nemmeno un "a capo", 40 pagine eccitate e convulse in cui si parla di un processo per lesioni dolose, di indagini preliminari, di un Gip che vorrebbe essere il perfetto giudice di destra anche se nessuno glielo ha chiesto, di un avvocato che spaccia cocaina e della sua inquieta ex moglie, di gente che deve spartirsi dei soldi e litiga per le dimensioni delle fette, di un ex capo che sta in galera e che dalla galera vorrebbe continuare a dare ordini ma i suoi scherani - anche se all'inizio gli danno retta - poi succede che gliene danno sempre meno. Insomma c'è un sacco di carne al fuoco che meritava un inizio un po' convulso. Poi però il romanzo si dà una calmata. Voi, state bene.
(la prima puntata è qui, la seconda invece è qui)



