licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

lunedì, aprile 23, 2007

cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #4
(la prima puntata è qui
, la seconda invece è qui, la terza poi qui)

La narrazione è, per contratto, una rinuncia all'utopia (questo è un discorso complicato, mi toccherà suddividerlo in più post). Io dico spesso: la narrazione è un'arte mimetica. Nel senso che cerca di operare una mimesi, dal greco mimesis: una narrazione cerca, si sforza, di raccontare una storia, o più storie, facendo credere al lettore che quella storia, quelle storie, siano possibili e verosimili anche se sono, in parte o del tutto, false. Si prova a raccontare qualcosa di falso, facendolo passare per vero o quantomeno plausibile: si tenta di far passare la propria invenzione, di contrabbando, tra gli scenari di concepibili realtà. Di qui il carattere pragmatico, anzi brutalmente pragmatico, della narrazione: la narrazione non tenta di creare qualcosa che non c'è, bensì di riprodurre qualcosa che c'è e che va benissimo così com'è e funziona per il solo fatto d'esserci. Quando noi diciamo, di una narrazione, che l'impianto è solido; quanto diciamo che i dialoghi sono efficaci; quando diciamo che le descrizioni sono vivide; quando diciamo che i personaggi sono vivi e credibili; quando diciamo che gli ambienti sono plausibili; quando osserviamo che certe tensioni politiche e sociali proprie di un'epoca sono riprodotte fedelmente o evocate con successo; quando altresì annotiamo che uno scenario sociopolitico del tutto inventato è plausibile; quando affermiamo che certi personaggi del tutto fantastici sono ben riusciti; insomma quando facciamo a una narrazione tutti i complimenti che le si posson fare, non può sfuggirci che stiamo parlando di mimesis, cioè dell'imitazione di qualcosa che c'è; e non di poiesis, cioè della creazione di qualcosa che non c'è. Anche se stiamo parlando del Cappellaio Matto e del Bianconiglio, anzi soprattutto se stiamo parlando del Cappellaio Matto e del Bianconiglio. E non è un caso ch'io citi adesso due personaggi fantastici inventati da Lewis Carroll e da lui inseriti in un contesto che, si sa, è il contesto supremamente fittizio per eccellenza. Vedete, il fatto è che anni fa, quando ci siam conosciuti, io e la mia ragazza abbiam scoperto di avere tutti e due un debole per i libri di Lewis Carroll, in particolare per quelli della saga di Alice, e per i suoi personaggi: e sommamente per il Cappellaio Matto (passione mia) e per il Bianconiglio (che invece piace tanto alla mia ragazza). Della fissazione della mia ragazza per il Bianconiglio parlerò in seguito. Ora, la mia passione per il Cappellaio Matto nasce per via di uno dei più efficaci meccanismi letterari di identificazione: quello per cui un personaggio fa qualcosa, sa far qualcosa, per cui vorremmo imitarlo. Il Cappellaio Matto, lo dico per chi non lo sapesse, non può essere battuto al suo gioco perché ha la capacità di cambiare ogni volta le regole a suo piacimento: ed io (che da ragazzino ero socialmente imbranato e incapace di competere efficacemente nel contesto relazionale proprio dell'adolescenza, scuola comitive eccetera) subivo ineluttabilmente il fascino di qualcuno che non può perdere, perché è lui a stabilire le regole, laddove io ero un soggetto che nella competizione sociale risultava quasi sempre perdente. Nel mondo reale non conoscevo nessuno che fosse capace davvero di fare come il Cappellaio Matto: all'epoca, i soggetti che mi sembravano avere successo nella competizione sociale, avevano quel successo in quanto esibivano istintivamente certi talenti: ad esempio, per piacere alle ragazze giovava essere alti, "carini", vestire in un certo modo e giocare bene a pallone. E, insomma: conoscevo diversi personaggi con queste fortunate caratteristiche, ma nessuno che avesse avuto successo nella competizione sociale perché si era fatto le sue proprie regole. Intuivo, nell'esistenza mia di allora e nel contesto in cui vivevo, una eccessiva presenza del destino (il quale aveva distribuito a casaccio le caratteristiche che garantivano il successo) e una deficienza di spazi d'iniziativa personale. Ma leggendo del Cappellaio Matto capii una cosa: che un personaggio del genere poteva esistere, anche nel mondo reale in cui vivevo io. Non so perché e come arrivai a capirlo, ma fu una sensazione fortissima: era come se Lewis Carroll non mi stesse raccontando una storia di personaggi fantastici bensì una storia di gente che poteva esser vera (che può esser vera), anzi lo era eccome (lo è). E infatti: in seguito scoprii che sì, se uno è sveglio e spregiudicato al punto giusto, nella vita può fare come il Cappellaio Matto, può inventarsi le regole del gioco e cambiarle quando ne ha bisogno. Ci vogliono tre dita di pelo sullo stomaco, una intelligenza inversamente proporzionale agli scrupoli, la capacità di muoversi in più ambienti con disinvoltura, cioè di stare in mezzo a gente diversa e di starci come uno di loro, non da straniero bensì da indigeno: e ci vogliono pure diverse altre caratteristiche che non sto qui ad elencarvi, ma si può fare. Vogliate notare altresì che nei libri di Carroll il Cappellaio Matto sia un cappellaio fallito: ovvero qualcuno che, avendo tentato di competere nella società seguendo le regole, non c'è riuscito. E, si noti, il Cappellaio non riesce a portare a termine un discorso sensato senza interruzioni. Forse, vuol dirci Carroll, il talento d'inventarsi le proprie regole si paga con una perdita di senso, con una disgregazione della realtà nel modo in cui la percepiamo: laddove una regola equivale a un'altra, allora A equivale a B e uno equivale a zero: non c'è più discrimine, non ci sono più paletti a delimitare le cose, a fornirci dei punti di riferimento che ci consentano di stabilire sensi e significati. Al punto che il Cappellaio Matto ha bisogno di trovar scritto all'interno del suo cappello, se tiene a ricordarsene, quello che tutti sanno: ovvero la propria data di nascita, anzi di non-nascita, il suo non-compleanno: e in quella data, il Cappellaio non festeggia mai. E, ancora, pensate un istante al Cappellaio Matto più famoso dei nostri tempi (quel Silvio Berlusconi che s'è fatto le sue regole del gioco, in affari e in politica, le ha cambiate quando gli ha fatto comodo, ha dribblato in grande stile leggi e regolamenti etc. etc., ben oltre ogni limite di decenza): ebbene, basta leggersi Le mille balle blu di Marco Travaglio e Peter Gomez per rendersi conto di quanto, continuamente e pervicacemente, Berlusconi si contraddica e poi si ri-contraddica e si ri-ri-contraddica di nuovo, e poi ancora, spesso senza neanche rendersene conto: non è egli un esempio incredibilmente fulgido di quella forma mentis da Cappellaio Matto per cui una regola equivale a un'altra, A equivale a B e uno equivale a zero, e non c'è più discrimine? Come dire: il talento d'inventarsi le proprie regole si paga con la follia, o perlomeno con un certo grado di disordine mentale. [continua nei prossimi post]

also sprach licenziamentodelpoeta 11:49 | permalink | commenti (13)