licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

giovedì, maggio 24, 2007

a pensarci, è una cosa talmente evidente, che non c'è bisogno

Io ho un problema coi libri, e questo problema è che va tutto bene, coi libri, li leggo volentieri, in linea di massima. Però a volte resto un po' deluso, perché gli autori di quei libri parlano di cose che hanno a che vedere col dolore, e poi non c'è il dolore.

Cioè, a volte succede, specialmente nei polizieschi o nei thriller ad esempio, che qualcuno venga ucciso. Oppure succede, nei romanzi d'amore, che qualcuno venga lasciato. E allora a me va benissimo il plot poliziesco o thriller come va bene il romanzo d'amore, va bene il romanzo in terza persona come il romanzo in prima persona, va bene il romanzo di guerra come quello di viaggio, va bene tutto, però se succede qualcosa che dentro deve starci il dolore, allora io m'aspetto il dolore. E invece a volte il dolore non c'è.

Che io lo so bene che a volte il dolore è indicibile, ma se tu scrittore mi racconti una cosa, e lì quella è una cosa che deve starci il dolore, pure se è indicibile come spesso lo è il dolore, io allora m'aspetto l'indicibile.

E non mi sta manco bene l'obiezione che mi fan certe volte, specie riguardo ai romanzi polizieschi o ai romanzi di guerra, che quando qualcuno muore, o resta mutilato, o gli succede una cosa orribile, e poi non c'è il dolore, cioè nessuno lo piange nessuno si strappa i capelli, nessuno si chiude in un indecifrabile silenzio, nessuno sente venirgli alle labbra parole che non riesce poi a pronunciare, nessuno chiude il negozio per lutto e abbassa la serranda, nessuno mette la bandiera a mezz'asta, nessuno piange come un ragazzino, nessuno piange come una vite tagliata, nessuno diventa pazzo, nessuno fa qualcosa senza un perché, nessuno si vergogna, nessuno si guarda le mani e pensa che quelle mani son proprio inutili, nessuno si volta e prende una strada da cui poi non si torna indietro.

Cioè succede a volte, nei romanzi polizieschi o nei romanzi di guerra, che qualcuno muore, o resta mutilato, o gli succede una cosa orribile, e poi non c'è il dolore, cioè la trama continua come se niente fosse, e gli autori, se gli chiedi il perché, dicono Eh ma lo vedi è in corso una situazione drammatica che la gente lotta per salvarsi la vita, non si può preoccupare di ogni dettaglio, quelli ci hanno la guerra, ci hanno il serial killer che li insegue, ci hanno lo sbirro che gli dà la caccia, ci hanno tutta la polizia del mondo alle calcagna dopo che gli è andata male la rapina, cosa vuoi che sia il dolore, non c'è tempo per il dolore.

Allora io penso che per il dolore c'è sempre tempo; il dolore decide lui, quando è il tempo, e se il dolore decide che tu devi metterti seduto a piangere, o che devi metterti seduto e basta, bè allora puoi averci anche la polizia o il serial killer che t'insegue, o le bombe che ti stanno scoppiando tutto attorno: tu, lì e allora, ti metti bello seduto.

Cioè vedete: io penso che nella vita c'è il dolore, e quando c'è il dolore non c'è guerra che tenga. Puoi essere in guerra, puoi essere un rapinatore, un delinquente, uno che ha ammazzato, ma ci sono dolori e sofferenze così immani che ti piegano e ti prostrano, e allora io diffido dei libri in cui il dolore è trattato, per così dire, come una cosa non tanto importante.

La cosa bella de La vergogna delle scarpe nuove, invece, è che c'è il dolore, ed è un dolore così indicibile che il protagonista e la sua donna neanche se lo dicono, fanno fatica a dirselo. Ed è un dolore indicibile al punto che il libro, letteralmente, racconta quel che c'è prima di quel dolore, e quel che c'è dopo, quel dolore, ma quando si tratta di dire come è fatto, quel dolore, di cosa è fatto, di prenderlo di petto e poi di raccontarlo, pagina 99, l'autore dice che si potrebbe anche non scrivere niente, tanto è tutto già chiaro di per sé.

Che poi è vero, che se uno scrive, scrivere spesso è un esercizio di stile, è tutto un girare attorno, perché ci sono delle cose che vorresti scrivere, ma spesso non sai come affrontarle. Dirle platealmente, è banale, e poi non avresti detto niente. E allora devi raccontare un po' quello che c'è intorno, devi evitare di fare uscite plateali. L'indicibile è indicibile, e bisogna insomma lasciarlo stare, l'indicibile. E allora è meglio parlare, ad esempio, di una lattina di birra ch'è ancora nel frigo, come fa giustamente Paolo Nori a pagine 219. Che magari da quella lattina lì lo si può magari intuire, l'indicibile.

E tu tu, lì e allora, ti metti bello seduto. Che se hai appena intuito una cosa ch'è indicibile, che vuoi che t'importi, di andare da qualche parte?

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