licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

venerdì, giugno 01, 2007

stranger in a strange land

Da tempo ero convinto che l'osannatissimo Gomorra di Roberto Saviano non fosse niente di che: un libro tutto sommato debole e sopravvalutato, specie rispetto a quello che considero il capolavoro assoluto del genere viaggio-dentro-il-crimine-organizzato: Onora il padre di Gay Talese. Diciamolo chiaro e tondo, Gomorra non è questo capolavoro, anzi: davvero troppo personalistico, troppo appassionato, troppo intriso di autobiografia, troppo grondante furor civile, troppo denso di asserzioni ideologiche implicite. Troppo "impressionista", troppo poco sistematico, troppo "romanzato".  Però fino ad oggi ho taciuto, perché dopotutto Gomorra una sua funzione la esercitava: quella di rappresentare un'escursione, per quanto parziale e discutibile nei metodi, nel mondo del crimine organizzato d'oggidì. Certo, esistevano libri - uno su tutti: Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi - che raccontavano, e molto meglio di quanto faccia Gomorra, l'esperienza di sodalizi criminali italiani; ma si trattava, per così dire, di sodalizi già estinti (nel caso di Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi, la banda della Magliana). Qualche giorno fa, invece, mi sono imbattuto in un libro impressionante che narra, e descrive, nei dettagli e senza sconti di alcun genere, l'esperienza di sodalizi criminali vivi e vegeti (quelli della mafia siciliana, finanche nelle sue ramificazioni e infiltrazioni politiche). Ed è un libro che appartiene alla medesima schiera dei capolavori americani di nonfiction quali il già citato Onora il padre: pieno di fatti, nomi, episodi, dati, riscontri.

Un libro che non ha nessuno dei difetti che ho riscontrato in Gomorra. Il libro di cui sto parlando, anzi, non è per nulla personalistico. L'autore è freddo, distaccato, analitico, attento a raccontare piuttosto che a preoccuparsi e/o indignarsi. Il libro è altresì privo di risvolti autobiografici e di derive impressionistiche: racconta la mafia siciliana - così come Gomorra aveva l'ambizione di esplorare l'universo camorristico -, ma la racconta davvero, basandosi su documenti, fatti, interviste, testimonianze. Il tono è sommesso, il furor civile è assente. L'autore analizza, raffronta, esamina; la narrazione che ne deriva è esente da asserzioni ideologiche implicite.

Una asserzione ideologica c'è, ma è del tutto esplicita, al punto da venir palesata dall'autore nell'introduzione: ovvero, che la questione mafiosa sia una questione politica. L'autore, peraltro, elenca rigorosamente gli spunti e i dati concreti sui quali si è basato per produrre questa asserzione. Insomma, bisogna proprio leggerli insieme (o uno dopo l'altro) Gomorra di Roberto Saviano e Nella terra degli infedeli di Alexander Stille: per rendersi conto della differenza che corre tra un libro mediocre e uno ch'è un pezzo forte del suo genere. 

Solo una cosa dispiace a me personalmente: che su un tema così ricco e fecondo, la cui rilevanza è - mi pare - sotto gli occhi di tutti, ci sia stato bisogno di un giornalista americano per produrre un libro di valore. Ma d'altronde viviamo in un Paese che, per avere una storia del Risorgimento degna di questo nome, ha dovuto affidarsi a un autore straniero.

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