licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

lunedì, giugno 04, 2007

[questo articolo è stato pubblicato, in una versione  assai più breve, su "Stilos" del 15 maggio 2007]

la borgata è al centro di Roma (recensione del libro Città di parole di Alessandro Portelli)

Roma, nell'opinione corrente, è un luogo che coincide con la sua duplice Storia: capitale di un grande Stato mediterraneo, quello romano antico, repubblicano prima e imperiale poi; e cuore pulsante degli Stati Pontifici. Roma, come luogo geografico, nell'immaginario collettivo esiste in quanto ricettacolo delle memorie di epoche trascorse: Roma è, si identifica con, i suoi monumenti, i ruderi, le chiese antiche, i Fori, il Vaticano. Ciò che sta aldilà, fuori da questa "memoria delle pietre" - così la chiamava lo storico dell'arte John Ruskin -, dunque ciò che è periferia, ciò che non è antico, che non è "Roma vecchia" o "Roma papalina" o "Roma imperiale", non esiste. Rimosso dal pensiero, dai discorsi, dalle descrizioni della città, dalle cartoline, viene talora riproposto come sfondo di un qualche episodio delittuoso o storiaccia di malavita: la vendetta del Canaro, i fatti della banda della Magliana. Dopodiché ripiomba in un oblio da non-luogo: come a sottolineare che, se in un territorio infame e degradato come la periferia deve pur succedere qualcosa, non potrà che essere qualcosa di orribile.

Alessandro Portelli - qui insieme ai suoi collaboratori Bruno Bonomo, Alice Sotgia, Ulrike Viccaro - sceglie di sfatare i luoghi comuni e di raccontare la periferia romana, oltreché come incubatore d'imprese malavitose e scenario di ecomostri di fiorentiniana memoria, come spazio dotato di un'anima, popolato, vissuto, persino amato. Già nell'introduzione al suo libro più famoso, L'ordine è già stato eseguito (che ottenne il Premio Viareggio nel 1999), Portelli affermava di considerare alla stregua di monumenti "certi immensi blocchi di case popolari grandi come città e bellissimi, come quelli di piazzale degli Eroi n. 8", "di via Marmorata 169, con al centro del cortile il cippo messo dagli inquilini ai loro vicini morti alle Ardeatine e ad Auschwitz", e via discorrendo. E se già in quel libro famoso Portelli dedicava ampio spazio al racconto della nascita e delle trasformazioni avvenute nei secoli in quella che è oggi la periferia romana, fin da quando era bosco, campagna o riserva di caccia, nel suo nuovo libro l'autore va ancora più a fondo, scegliendo di raccontare la storia di Centocelle, quartiere popolare romano per eccellenza. Ed è una storia che nel libro scopriamo attraverso le voci di quanti vi hanno vissuto (non a caso il sottotitolo è "Storia orale di una periferia romana"): Portelli e i suoi collaboratori si sono attenuti alla medesima prassi de "L'ordine è già stato eseguito", realizzando centoventi interviste a residenti o ex residenti del quartiere Centocelle (o a persone che vi hanno operato, o che hanno vissuto in quelle parti di Roma che con Centocelle confinano e interagiscono più di frequente: Casilino 23, Tor Tre Teste, Tor Sapienza...). Le interviste sono state poi smontate e rimontate, accompagnate da brani di raccordo e contestualizzazioni e precisazioni, in modo da raccontare delle storie: quella della nascita di Centocelle - prima come insediamene e poi come quartiere -, e poi la storia della guerra mondiale e della Resistenza a Roma, delle trasformazioni urbanistiche e sociali, dei fremiti politici. Aspetto, quest'ultimo, che ha giustamente avuto ampio spazio: Centocelle, non bisogna dimenticarlo, deve la sua notorietà di quartiere popolare anche per esser stato a lungo roccaforte della sinistra a Roma, sia di quella parlamentare che di quella cosiddetta extraparlamentare e antagonista: e infatti molti degl'intervistati ci raccontano storie di scioperi, di contestazioni, di occupazioni di alloggi e fabbriche, e perfino di delitti consumati nell'orizzonte della passione e del conflitto politico (esemplare il racconto della morte violenta di Mario Zicchieri, militante missino). Le narrazioni "a viva voce" scelte da Portelli e dal suo staff risultano sovente, oltreché autentiche, suggestive dal punto di vista letterario: "In questi quartieri tutto sommato ritrovavano un andazzo da paese" (p. 53). "Allora io ciavevo 'sti cosi, 'sti miti, per cui il commerciante maneggiava i soldi, [l'operaio] sapeva fa', era forte, te menava" (p. 56). "C'era la borsa nera, ma se non ciavevi i soldi, allora andavi pe' cicoria, pe' spiga, andavi a raccoglie' qualunque cosa" (p. 81). "La polizia si era messa ai nostri ordini; la polizia ci pigliava i compagni e ce li portava a fare l'addestramento alle armi alla Torraccia che era tutto prato lì" (p. 93). "Tant'è che la fine del teatro Centocelle fu una fine politica, nel senso che un grosso magnate dei supermercati, insieme a un grosso politico romano, stabilirono che doveva chiudere. Come? Comprandosi i locali: - Ci facciamo un magazzino -. Era un locale che non serviva a niente e a nessuno, era brutto, umido, scantinato. Lo acquistarono. Ovviamente [il magazzino] non ce l'hanno poi mai fatto" (p. 157).

Il lettore vien fatto partecipe della materia del racconto, delle storie individuali e collettive di chi a Centocelle ha vissuto e lavorato, ha fatto la guerra da partigiano o l'ha subita come vittima dei bombardamenti, si è innamorato e sposato e si è talora anche impegnato politicamente, ma nelle parole, nei racconti degl'intervistati si sente anche quella che Roland Barthes chiamava "la grana della voce"; in "Città di parole", il modo in cui le storie vengon raccontate conta quanto il racconto stesso, se non di più. Si sente - nelle voci degl'intervistati, spesso e volentieri - l'eco di quella romanità umanissima e popolaresca che tanta parte ha nel mito della città, e che se oggi qualcuno cercasse a Trastevere difficilmente troverebbe: un'affezione per le cose concrete e quotidiane; un pragmatismo sodo; un'ironia irriverente; una voglia di ridere anche a dispetto delle disgrazie proprie e altrui; una capacità mirabile di attorcigliare un discorso attorno a un "fatto", un episodio saliente, un personaggio a tutto sbalzo (si legga, su tutte, l'amara vicenda del partigiano Frezza). Chi acquista Città di parole, stacca un biglietto per un viaggio attraverso una Centocelle narrata come paesaggio vivo, più volte trasformatosi nei decenni e tuttora in trasformazione, ove scoprirà una "romanità" sicuramente più complessa e sfaccettata rispetto a quella di molte oleografie della Città Eterna papalina e trasteverina, ma che è lungi dall'esser morta: ha solo cambiato indirizzo.

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