licenziamento del poeta
lunedì, giugno 04, 2007
Il lettore vien fatto partecipe della materia del racconto, delle storie individuali e collettive di chi a Centocelle ha vissuto e lavorato, ha fatto la guerra da partigiano o l'ha subita come vittima dei bombardamenti, si è innamorato e sposato e si è talora anche impegnato politicamente, ma nelle parole, nei racconti degl'intervistati si sente anche quella che Roland Barthes chiamava "la grana della voce"; in "Città di parole", il modo in cui le storie vengon raccontate conta quanto il racconto stesso, se non di più. Si sente - nelle voci degl'intervistati, spesso e volentieri - l'eco di quella romanità umanissima e popolaresca che tanta parte ha nel mito della città, e che se oggi qualcuno cercasse a Trastevere difficilmente troverebbe: un'affezione per le cose concrete e quotidiane; un pragmatismo sodo; un'ironia irriverente; una voglia di ridere anche a dispetto delle disgrazie proprie e altrui; una capacità mirabile di attorcigliare un discorso attorno a un "fatto", un episodio saliente, un personaggio a tutto sbalzo (si legga, su tutte, l'amara vicenda del partigiano Frezza). Chi acquista Città di parole, stacca un biglietto per un viaggio attraverso una Centocelle narrata come paesaggio vivo, più volte trasformatosi nei decenni e tuttora in trasformazione, ove scoprirà una "romanità" sicuramente più complessa e sfaccettata rispetto a quella di molte oleografie della Città Eterna papalina e trasteverina, ma che è lungi dall'esser morta: ha solo cambiato indirizzo.



