licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

lunedì, giugno 11, 2007

il tavolo del patologo
dissezione di un racconto di Valeria Parrella


Il racconto che andiamo a esaminare, Dritto dritto negli occhi, dalla raccolta mosca più balena, è un esempio tipico dei racconti di Valeria Parrella, modello di inconsistenza e bruttezza: una storia fessa,
con personaggi di cartone, appiattiti sull'istanza drammaturgica del testo narrativo manco fossero personaggi di un action movie. Il problema è che i racconti della Parrella contengono ben poca azione, ed anzi hanno vistose pretese di narrazione psicologica. 

L'istanza drammaturgica di Dritto dritto negli occhi la si potrebbe sintetizzare così: c'è un personaggio, che è anche l'io narrante (il racconto è in prima persona) che identificheremo per brevità con la lettera N (anche se il nome col quale il personaggio è noto è "Guappetella" prima e "Marella" poi). N vuol riscattarsi da una condizione di inferiorità sociale sfruttando le sue doti seduttive per far strada fino a inserirsi in un contesto altoborghese. Si lega prima a un malavitoso ("O'stuort"), poi a un gregario della camorra che fa il negoziante ("Il Principe"), infine all'avvocato che sposerà. Il climax della storia lo abbiamo quando N scopre che la famiglia e l'ambiente del suo futuro marito non sono disposti ad accoglierla a causa del suo passato di mantenuta di malavitosi. Questo è anche il solo punto di crisi della carriera di N: fino a quel momento, è andato tutto come voleva lei. Il punto di crisi si risolve attraverso una scena abbastanza ridicola (pagg. 30-31), quella in cui N va a prendere il senatore e gli mostra la città dall'alto. Sarò anche scemo, ma non ho mica capito in che modo 'sta sceneggiata dovrebbe convincere un uomo assennato a far tutte le pressioni necessarie a far sì che la sua protetta venga accettata in un ambiente che la respinge. E anche se fosse: non sta in piedi, N non verrebbe mai accettata in pieno. Figurarsi le maldicenze, le occhiate di traverso...

Ora: quando dico che N è appiattita sull'istanza drammaturgica della narrazione, mi riferisco al fatto che le sue relazioni con altri personaggi hanno una funzione unicamente legata alla chiarificazione dell'istanza. Alcuni esempi:

1) la madre, descritta nel racconto come una donna sconfitta, vecchia (forse sconfitta perché vecchia), ben capace di comprendere i meccanismi che regolano i rapporti di forza dell'ambiente in cui sua figlia sguazza ("fatte mettere a casa n'faccia", pag. 20; "c'è mettemm' int'o sacchino", pag. 31) ma appunto percepita come perdente, in quanto ai suoi tempi non è stata abbastanza bella e/o scaltra da applicarli lei stessa.

2) Le studentesse fuorisede che N ha in casa (vedi pagg. 24 e 28): raccontate come puro elemento di confronto, verso cui N prova invidia e risentimento (quella rispettabilità che esse danno per scontata, N sta lottando duramente per averla): vedasi la scena rabbiosa di pag. 28.

3) Le signore conosciute in palestra, anch'esse puro elemento di confronto: sono mogli, hanno quella rispettabilità che N vorrebbe, ma ne rappresentano una versione incrinata/fallita: si vedano le scene di pag. 26. Stessa funzione ha l'incontro con la moglie del principe, a pag. 23.

Insomma: nel mondo di Dritto dritto negli occhi, N ha soltanto rapporti utili a modellare l'istanza drammaturgica del racconto. Vien da chiedersi: ma un momento di tenerezza e/o rifiuto e/o dialogo e/o incontro e/o scontro con la madre, non ce lo vogliam proprio mettere? Un istante di esplorazione di questi rapporti umani? 'Ste sorelle di cui si parla (citandole appena) a pag. 20, dopodiché scompaiono? Un amico, un amante disinteressato, un amore respinto/negato, un qualche conflitto tra l'amoralità dei progetti di N e i suoi rimorsi, rimpianti, ricordi?

(Qualcuno mandi la Parrella a scuola da Magda Szabò per farsi insegnare come si delinea la complessità della psiche di una donna, cazzo).

E poi: possibile che N, questo mostro di cinismo che manco il Bel Ami di Maupassant, viva in un mondo così funzionale ai suoi scopi?, così unidimensionale? Con personaggi, a loro volta, che sembrano non chieder di meglio che servire l'istanza drammaturgica del racconto? 'Sti uomini che si fanno lasciare quando a lei conviene, con meraviglioso senso di opportunità (in pratica: non appena pianta uno, ha già pronto il prossimo), che alle sue scelte non fanno la minima resistenza? Passi per il primo (che sta in galera quando lei lo molla), ma il Principe? Sarà che io ben fatico a immaginarmeli, 'sti malavitosi, così remissivi di fronte a una ragazzina che ha tutte le maniere della virago...

Gli altri racconti della Parrella, occorre dirlo, non sono diversi nel loro piattume, nella pochezza di contenuto e nell'assoluta identità tra istanza drammaturgica del testo e agire dei personaggi.

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