licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

martedì, giugno 26, 2007

all king's horses and all king's men

Una cosa istruttiva della quale ci si accorge (almeno, io me ne sono accorto) davanti a Tutti gli uomini del re di Steven Zailian è che, pur non essendo un capolavoro ma semplicemente un decoroso prodotto artigianale, è una bella spia dello stato di salute della passione civile negli USA, ed è un film che informa con puntuale esattezza dello zeitgeist statunitense d'oggidì. Succede questa cosa, e non di rado, con opere non eccelse: perché i capolavori, i grandi film i grandi libri eccetera, sono opere senza tempo; mentre narrazioni più modeste - che non mirano (neanche inconsapevolmente) ad entrare nell'olimpo assoluto delle Grandi Opere - proprio per via del fatto che sono meno ambiziose riescono a catturare più efficacemente un clima morale e psicologico, uno stato d'animo diffuso, lo stato dell'arte delle ansie di una società e del suo immaginario collettivo.

Per meglio capire Tutti gli uomini del re occorre rifarsi a una narrazione vecchia di quasi trent'anni, ovvero il film Brubaker di Stuart Rosenberg, trasmesso insistentemente su Retequattro per anni e anni, a più riprese, nell'ambito della programmazione del ciclo de I bellissimi (i film di seconda serata): il che è quasi paradossale pensando al fatto che, pur essendo Retequattro la più conservatrice delle reti berlusconiane (e quella più a indirizzo radicalmente piccolo-borghese) essa abbia avuto in palinsesto, e con una certa insistenza, pellicole dichiaratamente radical come Tutti gli uomini del PresidenteI tre giorni del Condor e, appunto, Brubaker. Ma, tornando al film Brubaker in sé e per sé, occorre dire che si tratta di uno dei gioielli del cinema americano engaged di quegli anni. Il plot è piuttosto banale - cito da Wiki: "Henry Brubaker è un criminologo riformista ed ex capitano dell'esercito, al quale viene affidato il compito di dirigere il penitenziario di Wakefield, uno dei peggiori degli Stati Uniti. Per rendersi conto delle reali condizioni di vita dei detenuti, si introduce nel carcere, fingendosi, per alcuni giorni, detenuto egli stesso. Una volta svelata la sua identità, inizia un'azione di radicale cambiamento della vita all'interno della prigione, cercando di eliminarne le ingiustizie e scontrandosi con i corrotti membri del consiglio di gestione del penitenziario" -. Ovviamente Brubaker vorrà spingersi troppo oltre nella sua pur degnissima crociata moralizzatrice e, refrattario al compromesso, verrà rimosso dall'incarico. Insomma: la parabola dell'uomo coraggioso che vuol cambiare la società, migliorando le condizioni di vita dei suoi simili, ma viene sconfitto da un sistema corrotto e retrivo. Nulla di nuovo in questo (si tratta di una narrazione che si rifà ad un mito antichissimo, quello di Prometeo); ma la bellezza di Brubaker sta nel suo essere affollato di eccellenti interpretazioni; sta nell'eleganza e alla sobrietà dei dialoghi; nella sceneggiatura ferrea e potente, che lascia da parte le tirate ideologiche del cinema di protesta e si limita a far parlare gli eventi; nella crudezza con la quale vengono mostrati gli abusi praticati all'interno del carcere (che vanno dai maltrattamenti puri e semplici, allo sfruttamento illegale del lavoro dei detenuti, fino alle torture). Brubaker, come adattamento del mito prometeico, è molto aderente al capolavoro messo in scena da Eschilo: l'eroe esce sì sconfitto da una lotta impari, ma la sconfitta non toglie nulla alla sua dignità, anzi la accresce (e ciò nel film è reso in via del tutto esplicita, quando vediamo i detenuti acclamare Brubaker che se ne va, alla fine del film).

In un certo senso, visto che Brubaker uscì nel 1980, si tratta di un film che segna, non senza malinconia, l'epilogo dell'impegno e della passione civile degli anni Settanta. Viene in mente I tre giorni del condor, film del '75 sempre con Redford primo attore: il quale si chiude con il protagonista che consegna a un giornale le prove del losco intrigo firmato dalla CIA (dunque confidando nella più antica delle risorse della cultura liberal americana: il giornalismo, che pure disvelò il Watergate); ma il deuteragonista Higgins, magistralmente interpretato da Cliff Robertson, domanda a Redford: "E se non la stampano, la tua storia?", ipotizzando un possibile asservimento dei media all'establishment. Un finale che ha già un tocco di cinismo. Ma in Brubaker il cinismo è ben più accentuato: sono passati cinque anni, molto speranze si sono infrante: è vero che vediamo Brubaker andarsene acclamato dai detenuti, ma è anche vero che il nuovo direttore cancellerà tutte le innovazioni inaugurate dall'eroe prometeico sconfitto.

Ma per parlare a lungo di Brubaker (e non solo) non siamo ancora arrivati a discorrere di come la visione di questo film ci aiuti a capire meglio Tutti gli uomini del re. Ne parliamo, dunque, nel prossimo post.

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