licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

martedì, luglio 03, 2007

another one bites the dust

Dicevamo, di Tutti gli uomini del re, partendo da Brubaker (vedi qui).

La cosa più interessante di Tutti gli uomini del re è il fatto che si tratti di una rielaborazione del mito prometeico in cui l'eroe non riesce a essere all'altezza del ruolo. Tutti gli uomini del re racconta - come già Brubaker - la parabola dell'uomo coraggioso che vuol cambiare la società, migliorando le condizioni di vita dei suoi simili, ma viene amaramente sconfitto. Tuttavia, mentre la sconfitta di Henry Brubaker era opera del sistema, quella di Willie Stark (protagonista di Tutti gli uomini del re interpretato da uno Sean Penn decisamente sopra le righe) ha le sue radici nella dialettica tra il sistema e Stark medesimo. Nel film, Stark è un piazzista con ambizioni politiche che, grazie a particolari circostanze favorevoli, si trova eletto Governatore della Louisiana negli anni '30, ovvero in piena Depressione: armato di furor civile e di profonda (e autentica) empatia per i "villani" e gli "zotici" del profondo Sud, Stark lancia un programma politico di ridistribuzione della ricchezza, scuola e sanità gratuite, costruzione di strade, scuole, ponti e ospedali. Il "sistema" (ovvero, i banchieri e le grandi compagnie petrolifere che in Louisiana fanno il bello e il cattivo tempo) gli si oppone e minaccia di metterlo sotto impeachment: ma pure Stark ci mette del suo allo scopo di rovinarsi per bene. Ingrassa, diventa sempre più tronfio e pieno di sé, vuol costruire un enorme ospedale che porterà il suo nome, va in giro scortato da guardie armate con facce da pistoleros incalliti, organizza comizi che sempre più somigliano a orge di folla e che non sarebbero dispiaciuti, forse, al dottor Goebbels. Stark si serve della corruzione (la stessa che già ha rimproverato ai suoi avversari politici nel corso delle elezioni) per oliare le ruote della burocrazia onde realizzare i suoi grandiosi progetti; non esita a ricorrere alle minacce ed ai ricatti per zittire i suoi oppositori; s'imputtanisce con sgualdrine di lusso; beve troppo; e arriva fino ad azzardare una spudorata relazione extraconiugale con una gran dama dell'aristocrazia southern. Verso la fine del film, il benintenzionato e cafone piazzista è diventato un vero e proprio satrapo, anzi peggio: un satrapo pasticcione e parvenu, che dei satrapi ha tutti i vizi e i guasti, senza possedere il buon senso e la misura che vengono dall'esperienza nell'esercizio del potere.

La storia non è originale, non dice nulla di nuovo, e non è neanche raccontata particolarmente bene. Il regista, Zailian, è un decoroso mestierante della macchina da presa, ma nulla più: i personaggi sono spesso unidimensionali (c'è il vicegovernatore traffichino, l'addetta alle pubbliche relazioni innamorata di Stark, la gran dama southern ricca e annoiata a caccia di emozioni, l'anziano giudice dai modi paterni, vero gentiluomo del Sud: forse il personaggio più riuscito, grazie alla faccia e alle rughe di Anthony Hopkins). I dialoghi non hanno guizzi, sono ben scontati e prevedibili - spesso non abbiamo bisogno di sentir parlare i personaggi per capire dove la loro conversazione andrà a parare -: gli attori, spesso, pare che stiano facendo un saggetto di fine anno, e alcuni sono completamente fuori parte (Kate Winslet era perfetta come tipetta eccentrica e sballata in Se mi lasci ti cancello: pretendere da lei il ruolo di aristocratica bellezza è veramente troppo, e infatti non ce la fa). Però una buona ragione per vedere questo film c'é: ed è, come ho detto nel post del 26 giugno, che Tutti gli uomini del re è una bella spia dello stato di salute della passione civile negli USA, ed è un film che informa con puntuale esattezza dello zeitgeist statunitense d'oggidì. Un film che ci racconta che neppure il cinema d'intonazione e intenti liberal crede più ciecamente nei suoi eroi, al punto da non riuscire a dipingerli immacolati; anzi, al punto di obbligarli a sporcarsi col, ad avvoltolarsi nel, fango della corruzione che - secondo la parabola di Tutti gli uomini del re - fatalmente s'accompagna al potere. Se Brubaker imputava alla corruzione del "sistema" il fallimento dell'opera innovatrice del suo eroe, Tutti gli uomini del re mette sotto accusa le debolezze umane, che sono debolezze di tutti: eroi e pavidi, progressisti e no, zotici e membri dell'establishment.

Vien da pensare che l'America sta finalmente, e dolorosamente, perdendo la sua innocenza, se il cinema liberal non riesce più ad inventarsi i suoi perfetti disinteressati Prometei, e - sul fronte opposto - le più dure accuse al governo di Bush Jr. vengono oggi da Zbigniew Brzezinski, che pur se sta coi democratici è considerato un conservatore duro (e ai tempi della Guerra Fredda era tra i "falchi" più incalliti). D'altronde, l'espediente narrativo più riuscito, in Tutti gli uomini del re, è quello di far raccontare la storia a un giornalista (anch'egli inizialmente ebbro di passione civile) che, lavorando per Stark, perderà tutte le sue illusioni e arriverà a ferire atrocemente le persone che più lo hanno amato. Come dire che - diversamente da quel che si amava dire negli anni Settanta - il politico non è personale, non può esserlo, e tradire i propri affetti inseguendo l'utopia non può essere, e non sarà mai, una buona idea.

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