licenziamento del poeta
venerdì, luglio 06, 2007
intervista ad Ernesto Aloia a proposito del libro I compagni del fuoco [questa intervista è stata pubblicata, in una versione leggermente ridotta, su "Stilos" del 12 giugno 2007] I compagni del fuoco mi sembra, anzitutto, una vicenda di “mancate agnizioni”, per così dire. Valerio e Miranda, Valerio specialmente, sembrano costantemente alla ricerca di un indizio, di un segnale che consenta loro di riconoscere Seba per colui che credevano egli fosse: ma un tale desiderio viene continuamente sconfessato. La frustrazione dei personaggi si trasmette al lettore: Valerio e Miranda risultano detestabili per la loro ottusità, patetici nella incapacità che mostrano di gestire la situazione. Eppure non sono cattive persone. Perché hai scelto di raccontare una storia con personaggi così irritanti, in cui difficilmente il lettore vorrà identificarsi? Cos'è, di essi, che ti affascina o, persino, ti attrae? Beh, quella su Cacciari è più che altro una battuta dettata dall’abbondanza di trattini, parentesi, termini tedeschi e greci su qualche sua pagina, non c’è alcun intento polemico. Ce ne fosse, gente come Cacciari. E quanto agli intellettuali in generale… non si capisce bene perché uno dovrebbe essere meno bamboleggiante, autoreferenziale, sciocco e disarmato solo perché ha scritto qualche libro, e magari letto qualche altro, perché per vivere scrive su un giornale o insegna all’università. Io al discorso di Pasolini, “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore”, non ci credo. Per tornare al discorso sulla capacità di anestetizzarsi dall’influenza del mondo, con le dovute eccezioni la storia del Novecento ci dimostra che nessuno c’è riuscito meglio degli intellettuali: innamorati, in grande maggioranza, dei peggiori totalitarismi e delle utopie più disastrose. Questo secolo è appena iniziato e forse è naturale e giusto essere un po’ diffidenti nei loro confronti.



