licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

venerdì, luglio 06, 2007

intervista ad Ernesto Aloia a proposito del libro I compagni del fuoco 

[questa intervista è stata pubblicata, in una versione leggermente ridotta, su "Stilos" del 12 giugno 2007]

I compagni del fuoco mi sembra, anzitutto, una vicenda di “mancate agnizioni”, per così dire. Valerio e Miranda, Valerio specialmente, sembrano costantemente alla ricerca di un indizio, di un segnale che consenta loro di riconoscere Seba per colui che credevano egli fosse: ma un tale desiderio viene continuamente sconfessato. La frustrazione dei personaggi si trasmette al lettore: Valerio e Miranda risultano detestabili per la loro ottusità, patetici nella incapacità che mostrano di gestire la situazione. Eppure non sono cattive persone. Perché hai scelto di raccontare una storia con personaggi così irritanti, in cui difficilmente il lettore vorrà identificarsi? Cos'è, di essi, che ti affascina o, persino, ti attrae?

Non esagererei. Miranda e Valerio non sono più ottusi e detestabili della maggior parte di noi. Certo le loro inadeguatezze appaiono più in risalto perché sono viste attraverso una lente satirica, ma io credo che il lettore onesto possa riconoscersi. Lo spero. Valerio e Miranda affrontano un enorme problema cognitivo: hanno scoperto che quel mondo che credevano di padroneggiare all’improvviso non esiste più, e – quel che è più grave – forse non è mai esistito. Sono gente perbene con idee perbene, e all’improvviso il loro unico figlio li accusa di fare parte del mondo che opprime quelli che lui identifica come vittime. Valerio, in sovrappiù, ha l’improvvisa scoperta della propria caducità biologica che lo spinge verso gli improbabili riscatti della mezza età. Miranda deve affrontare la consapevolezza che persino suo padre non era quel che sembrava. In mezzo a tutto questo, riescono a conservare un legame d’amore. Sono davvero tanto inetti? Dopotutto anche l’evoluzione di Seba non è così catastrofica: dopo un primo momento imitativo e rabbiosamente adolescenziale, a poco a poco, si evolve verso una scelta più matura. Certo, si tratta di una scelta religiosa totalizzante su cui ci sarebbe da discutere.
 
Io ho avuto la sensazione che il legame che Valerio e Miranda riescono a conservare sia un legame tra sconfitti, da passeggeri stravolti che s'abbracciano sul ponte del Titanic che affonda. La scelta conclusiva di Seba è, come osservi, più autoconsapevole, ma comunque è una scelta di autoemarginazione. Miranda e Valerio sono o non sono sconfitti? E il fatto che la scelta di Seba sia armata di maggior consapevolezza, non la rende più terrificante? Parafrasando Longanesi, Seba è nato incendiario, ma - visto il suo percorso di vita - difficilmente potrà mai morire pompiere. 
 
Valerio e Miranda sono, evidentemente, sconfitti. Alla fine della storia hanno preso degli sberloni tremendi. Però non è detto che dopo una sconfitta non si possa ricominciare, e il romanzo si chiude proprio su questo “cambio di stagione”. Anche il ritiro di Seba nella vecchia casa del nonno è solo momentaneo, lui sa benissimo che la madre potrà raggiungerlo da un giorno all’altro eppure non scappa, sta lì e aspetta. Ha superato la fase del conflitto e dello scandalo fini a se stessi: sa benissimo che lo attende il compito difficile di trovarsi una strada nel futuro (di qui l’attesa di un “segno”), ma non ha intenzione di sottrarvisi cercando scorciatoie. Non per niente l’ultima parola del libro è “pazienza”.

Il bisogno di anestetizzarsi dall'influenza del mondo sembra essere una costante dei tuoi personaggi. In Locuste, un tuo racconto della raccolta Sacra Fame dell'Oro, Danilo Serra e l'io narrante/protagonista costruivano il loro imbroglio finanziario partendo dall'esigenza dei correntisti di ottenere rassicurazioni. Ne I compagni del fuoco questa volontà di anestetizzarsi, o essere anestetizzati, si ripresenta più e più volte: ad esempio quando racconti di Guido Corneliani Ghini e consorte, fuggiti dal mondo reale perché in esso, ad esempio, “c'erano le mosche”. Credi che la società in cui viviamo sia drogata di anestetici e palliativi? O, semplicemente, trovi che le esigenze consolatorie siano affascinanti da rappresentare in un contesto narrativo?

Le esigenze consolatorie sono molto umane. Effettivamente poi, trovo che il bisogno di autoinganno, e gli stratagemmi che la mente umana è in grado di mettere in atto per ottenere questo risultato, siano un soggetto interessante almeno quanto le strategie di inganno che si adottando nei confronti degli altri. I compagni del fuoco è pieno di inganni, di trame, di imposture di tutti i tipi. Comincio a chiedermi se non siano una mia fissazione. Ma, si sa, anche i paranoici hanno dei nemici, e di inganni il mondo non è mai stato così pieno come adesso che è immerso in un flusso costante di informazione. Non voglio sostenere che i media e quanti ci lavorano siano coinvolti in un grande complotto, solo che siano stupidi e conformisti. Troppo umani per gestire un potere che si è fatto sovrumano.

Coerentemente con l'esigenza consolatoria dei personaggi, ne I compagni del fuoco le istituzioni sembrano attrezzate anzitutto per rassicurare, fornire risposte anestetizzanti. Mi viene in mente l'incontro di Valerio e Miranda con Luisa che, suadente e stracarica di giade, li tranquillizza informandoli che Seba “ovviamente li odia”, che gli adolescenti “hanno bisogno di odiare”, che l'adolescente è “un demiurgo scatenato”. L'incontro ha toni grotteschi, perché paradossalmente Luisa dice cose terrificanti (“vostro figlio vi odia”) allo scopo di rassicurare i coniugi. Come hai costruito la comicità di una scena siffatta? E quali ti sembrano le opportunità del grottesco, oggi, in letteratura, aldilà dei vetusti espedienti del Pulp?

Insieme alla storia del sunnita è il punto del romanzo più giocato sul registro antitragico, però in mezzo a parecchie sciocchezze la psicologa dice anche qualche tragica verità. Gli adolescenti hanno effettivamente bisogno di nemici. Hanno bisogno di contrapposizioni, anche se questo terrorizza Valerio. La scommessa del romanzo è nella difficoltà di giocare la narrazione su un registro che si potrebbe chiamare tragisatirico. L’ideale sarebbe che, di fronte alle disavventure di Valerio, il lettore non sapesse se ridere o piangere. Quanto al grottesco, dopo avervi fatto ampio ricorso in qualche lontano racconto, mi sono reso conto che in un romanzo va somministrato con una certa parsimonia perché, alla lunga, il lettore non ama una storia che si rifiuta di farsi prendere sul serio.

La famiglia, ne I compagni del fuoco, è il luogo dell'incomprensione tragica, della non-comunicazione assoluta. Nei tuoi precedenti racconti non era così: ad esempio, il bieco dirigente di banca che è l'io narrante di Locuste riusciva a entusiasmarsi, a tratti, per le passioni della moglie e la figlia. Come sei arrivato a una rappresentazione così radicale?
 
Il silenzio totale, in realtà, è solo quello di Seba all’inizio. Ai poveri genitori sembra quasi di ritrovarsi in casa Gregor Samsa trasformato in scarafaggio. I tentativi di Valerio di carpire informazioni su di lui sono patetici, certo, ma almeno parzialmente condivisi con la moglie. Valerio, quando ha bisogno di Miranda, non esita a chiamare aiuto. Purtroppo si muove in un mondo in cui tutti hanno scopi più definiti dei suoi (i colleghi del Centro vogliono perpetuare la loro fortunata condizione, Bendanti vuole risollevare le sorti del suo fondo superetico, Mario Moreno vuole riapparire in video, il centro sociale vuole riacquistare la visibilità perduta etc) e si muovono più in fretta di lui: per stare dietro a questa corsa frenetica fa cose che non avrebbe mai immaginato di poter fare, e questo finisce con l’ingarbugliare anche la sua situazione familiare.

Lo “slancio mimetico-amoroso” di Seba verso John Walker Lindh viene accolto dai suoi insegnanti con un “conato unanime di solidarietà”. Nel tuo romanzo, i soggetti più colti e istruiti sembrano anche i più incapaci di fabbricare anticorpi contro gli aspetti più minacciosi dell'alterità. Credi che questa sia una rappresentazione realistica? E se sì, perché?

Per molte persone colte e perbene islamista è bello, e più è minaccioso e violento e intollerante, meglio è. Il masochismo e il conformismo diffusi tra chi ha diritto di prendere la parola in pubblico non finiscono di stupirmi. Un esempio: durante le settimane di violenza, omicidi, incendi, saccheggi e minacce varie che seguirono la pubblicazione delle cosiddette “vignette sataniche” ci furono vignettisti e giornalisti italiani che anziché difendere i colleghi danesi dichiararono che quei disegni erano offensivi e quindi, implicitamente, giustificarono sia l’autocensura che la violenza scatenata dagli estremisti islamici. Il fanatismo esercita un’attrazione ipnotica. Spiegare perché tante persone per altri versi intelligenti si trasformino in quelli che Kundera chiamò “gli spiritosi alleati dei propri becchini”non è facile. Forse sono stanchi della libertà di parola e della democrazia, siccome è imperfetta, non gliene frega più niente. In Francia l’anno scorso è uscito un libro molto bello sulla storia d’amore tra parte dell’intelligenza di estrema sinistra e l’integralismo islamico, è di Caroline Fourest e si intitola La tentazione oscurantista. Anche nell’estrema destra è tutto un flirtare con i camerati islamici. Nei Compagni del fuoco l’unico personaggio che stigmatizza questo bisogno incontenibile di essere puniti e oppressi è Miranda, e io le sono molto grato.

Miranda abbandona con enorme fatica la dottrina del non-intervento nei confronti di Seba, attaccandovisi quasi come a una religione. Perché? La non-disciplina della non-ingerenza verso i figli, da parte dei genitori, oggi sembra diventata assai popolare: in cosa credi consista il suo fascino?

Miranda ha le sue ragioni personali. Ha passato l’adolescenza a difendersi dalle suore ficcanaso del collegio dove studiava. In generale, però, la dottrina della non-ingerenza va forte. Credo sia per un motivo drammaticamente banale: le persone sono stanche, non hanno tempo e quel poco che hanno vogliono dedicarlo a se stessi, alla manutenzione dell’ego, a vedersi un film o a visitare la mostra sui macchiaioli, non a discutere di cosa sia giusto o sbagliato con un figlio.

Il romanzo ironizza costantemente sull'intelligenza e la capacità di mostrare buon senso delle èlites intellettuali: sia implicitamente, attraverso l'intreccio, sia esplicitamente attraverso la voce narrante (mi viene in mente il passo in cui scrivi che Le Menti sarebbero state in grado di tradurre in italiano anche Cacciari). Gl'intellettuali d'oggidì sono davvero così bamboleggianti, autoreferenziali, sciocchi e disarmati? Quali deformazioni della classe intellettuale rappresentano, per te, dei bersagli ironici da sforacchiare?

Beh, quella su Cacciari è più che altro una battuta dettata dall’abbondanza di trattini, parentesi, termini tedeschi e greci su qualche sua pagina, non c’è alcun intento polemico. Ce ne fosse, gente come Cacciari. E quanto agli intellettuali in generale… non si capisce bene perché uno dovrebbe essere meno bamboleggiante, autoreferenziale, sciocco e disarmato solo perché ha scritto qualche libro, e magari letto qualche altro, perché per vivere scrive su un giornale o insegna all’università. Io al discorso di Pasolini, “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore”, non ci credo. Per tornare al discorso sulla capacità di anestetizzarsi dall’influenza del mondo, con le dovute eccezioni la storia del Novecento ci dimostra che nessuno c’è riuscito meglio degli intellettuali: innamorati, in grande maggioranza, dei peggiori totalitarismi e delle utopie più disastrose. Questo secolo è appena iniziato e forse è naturale e giusto essere un po’ diffidenti nei loro confronti.

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