licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

mercoledì, agosto 02, 2006

un poema epico travestito da romanzo di formazione

Leggo Norwegian wood di
Haruki Murakami. E più lo leggo, più mi convinco che quello che sembra, puzza di, sa di, romanzo di formazione, ha un sapido retrogusto di poema epico. Mi rendo conto che l'ho detta grossa, perciò vado a spiegarmi.

La trama è apparentemente banale (cito dal sito
Bol): "un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli 'altri' per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui".
Tutto qui, insomma. Cioè, per modo di dire.
Ora: gran parte di Norwegian wood gira attorno a un interrogativo: crescere significa scegliere? Sembra di sì: e infatti il protagonista, Toru, è - come si diceva - attratto da due ragazze, Naoko e Midori. Leggendo, si ha la sensazione che Toru vorrebbe sospendere il tempo della scelta: ritardarlo, distanziarlo da sé.
 
Qual è il punto? Il momento della scelta è il momento della perdita dell’innocenza, della fine della giovinezza? Anche nei Detective selvaggi, i protagonisti fan tutto ciò che possono per distanziare il momento in cui la giovinezza dovrà finire: ma mentre quelli, latinoamericani, girano come trottole per il mondo, Toru sta fermo e indugia.
 
Indugiare, forse, è una cosa molto giapponese: girar come trottole, magari, è più da latinoamericani.
 
Il romanzo, questo romanzo, non è un racconto di qualcosa-che-accade: ma la storia di un uomo che, a distanza di tempo, torna a fare i conti col suo passato e cerca di capirci qualcosa. Pur essendo un giapponese, e dunque avendo abitudini tipicamente giapponesi, costui somiglia in modo impressionante a noi: a quelli di noi che, non avendo completato il proprio distacco con le memorie della giovinezza, la rievocano per metterci, finalmente, un punto. Per guarire da quella sindrome di Peter Pan che sembra così diffusa nella civiltà del benessere.
 
Semplificando assai: se il cosiddetto “giovanilismo” è la celebrazione di quella “voglia di non crescere” così diffusa presso i trentenni di adesso (come se “non crescere” fosse un valore, una cosa sana, un modo per non diventare noiosi, bolsi, tristi, vecchi) allora Norwegian wood è la negazione di qualsiasi giovanilismo: mette in scena l’avventura di un personaggio che scava tra i ricordi per fare i conti con quell’età della vita in cui “non crescere” gli sarebbe, sì, piaciuto. E dico che Norwegian wood mette in scena “l’avventura di un personaggio che scava tra i ricordi” perché, per Toru, il lavoro di scavo è proprio quella cosa lì: un’avventura. Inciampa, affronta pericoli e disastri piccoli e grandi, a volte non ce la fa (quasi), a volte fallisce e basta. Ci sono porzioni di memoria ch’egli indaga fino a un certo punto: eppoi si ferma. Stop. Il che mi fa venire in mente un altro libro di Haruki Murakami, dove c'è (cito a memoria) la scena del protagonista che una notte non torna a casa dalla moglie, ma cede alla supplica di una collega di star tutta la notte abbracciato con lei per "scambiare energia positiva" perché lei, la collega, dice che ne ha bisogno. Poi, quando il tizio torna dalla moglie, non riesce a spiegare fino in fondo, e con chiarezza, quell'assurdo episodio, e allora la moglie stessa ci mette un punto e dice qualcosa come: "Vabbè, non voglio indagare oltre, però me la lego al dito, sappilo". Ecco, in Norwegian wood ci sono momenti in cui Toru non riesce a spiegare bene a se stesso quel che ha deciso, ha visto, ha fatto: e allora si ferma lì. Magari adotta una via diversa, per spiegarsi quella parte del suo passato. Magari ci torna in un altro momento. Oppure non ci torna proprio. 
 
I personaggi della giovinezza di Toru sono tutti un po’ matti, spostati. O almeno, così ci sembrano all’inizio. Si perdono in dialoghi strambi. Ora, i dialoghi strambi solitamente nei libri di Haruki Murakami non mancano (provate a leggervi questo e poi ne parliamo). Però qui dopo un po’, se si fa attenzione, salta fuori una cosa: i personaggi stanno provando i loro linguaggi. Come chi sta imparando a cantare, e canticchia tutto, sempre, in continuazione, per provare la propria abilità nel cantare tutto, sempre, in continuazione, così i personaggi di Norwegian wood parlano, dialogano, in continuazione, per provare il proprio linguaggio, per inventarsi un modo di comunicare con gli altri, e per conoscere, apprendere, il linguaggio altrui. Cito una scena esemplare (ma ce n’è a iosa):
 
“Ehi..Ehi..mi senti? Dì qualcosa“ disse Midori, la testa ancora sepolta nel mio petto.
”Che cosa?”.
”Quello che vuoi, purchè sia qualcosa che mi faccia sentire meglio”.
”Sei molto carina”.
”Midori”, suggerì lei, “mettici anche il nome”.
”Sei molto carina, Midori”, corressi.
”Molto quanto?”.
”Tanto da far crollare le montagne e prosciugare i mari”.
Lei sollevò la testa e mi guardò.
”Sai che le espressioni che usi tu sono assolutamente uniche?”, disse.
”Solo tu mi capisci davvero”, dissi ridendo.
“Dimmi qualcosa di ancora più carino”.
“Mi piaci tanto, Midori”.
“Tanto quanto?”.
“Tanto quanto un orso in primavera”.
“Un orso in primavera?”, chiese lei sollevando di nuovo la testa, "come sarebbe un orso in primavera?”.
“Un orso in primavera.. allora, tu stai passeggiando da sola per i campi quando ad un tratto vedi arrivare nella tua direzione un orso adorabile dalla pelliccia vellutata e dagli occhi simpatici, che ti fa: 'senta signorina, non le andrebbe di rotolarsi un po' con me sull'erba?'. Tu e l'orsetto vi abbracciate e giocate a rotolare giù lungo il pendio tutto ricoperto di trifogli per ore e ore. Carino, no?”.
“Carinissimo”.
“Ecco, tu mi piaci tanto così”.
 
Non so a voi: ma a me ‘sto dialogo mette una malinconia pazzesca. Perché ci dice una cosa, precisa: che fino a un certo punto, fino a un certo momento, abbiamo provato gioia nello scoprire, nel viaggiare attraverso il linguaggio degli altri: o, più precisamente, delle persone che ci piacevano e che abbiamo amato. Poi, a un certo punto, deve esser successo che abbiam stabilito che un dato linguaggio, che magari rappresentava una mediazione tra il nostro e quelli delle persone che ci piacevano e che amavamo, era quello definitivo. E lo abbiamo cristallizzato. Amen. Abbiam cessato di imparare le lingue degli altri e di ridefinire la nostra lingua sulla base di quelle. E qui mi viene in mente che, forse, imparare il linguaggio degli altri è possibile finché siam disposti a mettere in gioco il nostro. E che forse, per crescere, abbiam bisogno di cristallizzare il nostro linguaggio perché ci serve un punto d'appoggio forte, uno strumento non più duttile, ma robusto. La giovinezza è il momento in cui, provvisti di un linguaggio flessibile, lo proviamo e lo modelliamo: poi scegliamo il nostro linguaggio, scartiamo ogni altra possibilità, e diventiamo adulti. Una cosa necessaria, epperò - vista così - malinconica.
 
E mentre Toru ripercorre il suo passato, con la memoria, è come se ripercorresse anche i passaggi che l’han portato a costruire il suo privato linguaggio, e a non metterlo più in discussione, a non negoziarlo più. Diventa un eroe epico: quello che scende negli inferi per interrogare i morti su questo e quello: come Dante, come Ulisse. L’atto di scendere negli inferi, si sa, nella storia della letteratura comincia con Gilgamesh: che scende “nelle viscere della montagna” per ottenere informazioni “sulla vita e sulla morte”: il suo amico Enkidu è morto, e dice Gilgamesh al guardiano della montagna: “Da quando se ne è andato, la mia vita non è più nulla. Per questo sono giunto qui alla ricerca di Utanapištim: gli uomini dicono infatti che egli abbia trovato la vita eterna. Desidero interrogarlo sulla vita e sulla morte”.
 
In Norwegian wood invece, l’eroe epico Toru si accorge, all’inizio del libro, che “la sua vita non è più nulla”, e scende nelle viscere del passato per interrogare, proprio il suo passato, “sulla vita e sulla morte”. Naturalmente, poiché Norwegian wood è un libro d’oggidì, ed è animato dalle paturnie esistenziali d’oggidì, se Gilgamesh cercava il segreto della vita eterna per ridar la vita al suo amico Enkidu, Toru cerca un segreto diverso e più sottile: a cui non sa dare neanche un nome, ma che leggendo Norwegian wood capiamo essere, nientemeno, la storia della propria identità: e, poiché in Norwegian wood l’identità ha a che vedere con il linguaggio (un po’ come in Lessico famigliare della Ginzburg), Toru vuol scoprire la storia del proprio linguaggio. Non lo sa neanche lui, che vuol scoprire ‘sta cosa (è tipico degli eroi postmoderni, vagare un po’ così, a cazzo, senza sapere quel che vogliono).
 
E comunque, se l’eroe epico Toru riesca o fallisca nella sua impresa, io non ve lo dico. Leggete il libro, che è meglio. E state bene.

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